La scommessa mancata di Cop27

Il summit di Sharm El Sheikh lavora in salita. Gli obiettivi di Glasgow sono stati bloccati dal deteriorarsi dei rapporti internazionali spinti nel “buco nero” creato dalla guerra in Ucraina

di Raffaele Crocco

Se c’è una cosa che rende ancora più intollerabile il cambiamento climatico, è la sua profonda ingiustizia. E’ la capacità di allargare all’infinito la forbice delle disuguaglianze. I ricchi diventano più ricchi, i poveri più poveri. Petteri Taalas, segretario generale del World Meteorological Organitazion (Wmo), lo spiega chiaramente. “Quelli meno responsabili del cambiamento climatico – dice – soffrono di più. Lo abbiamo visto con le terribili alluvioni in Pakistan e la lunga e mortale siccità nel Corno d’Africa. Ma anche società ben preparate quest’anno sono state colpite dagli eventi estremi, come abbiamo visto per le ondate di calore e la siccità in larga parte d’Europa e della Cina meridionale”.

Così, Cop 27 che si è aperto a Sharm El Sheikh è partito e lavora, se possibile, sempre più in salita. Gli obiettivi dati a Glasgow, nel precedente summit sull’ambiente, sono semplicemente irrealizzabili. Perché? Per la semplice ragione che i rapporti internazionali, quelli tra Paesi, si sono deteriorati ancora di più, spinti nel “buco nero” creato dalla guerra in Ucraina. Questo vuol dire che le buone intenzioni sugli investimenti nelle energie rinnovabili, per fermare l’emissione di Co2 nell’atmosfera, sono bruciate nel panico europeo da “mancata fornitura di gas”.
Contemporaneamente, grazie alla guerra sono state scaricate, milioni di tonnellate di Co2 nell’aria: pensate a quanto possono inquinare aerei da guerra, navi, elicotteri, mezzi corazzati. Infine, gli investimenti militari in crescita hanno tolto risorse alla “compensazione tecnologica”. Erano soldi promessi ai Paesi neo industrializzati.

Quindi, si resta al palo e a rimetterci sono sempre i soliti: i più poveri. Certo, qualche buona notizia c’è. Ad esempio, questo summit non ha dovuto affrontare il negazionismo dell’ex Presidente brasiliano Bolsonaro e dell’ex Primo ministro australiano Scott Morrison. Ma la verità è che solo 24 Paesi su 193 – il totale di chi partecipa al summit – hanno rivisto i loro piani climatici. Gli altri, cioè l’87,5% del Pianeta, no. Glasgow aveva chiuso i lavori con l’impegno di ridurre entro il 2030 del 45% le emissioni di Co2, questo rispetto ai dati del 2010. L’obiettivo era arrivare a emissioni zero entro il 2050.

Allo stato attuale tutto questo sembra solo un sogno. Le risorse necessarie per guidare la transizione verso le energie rinnovabili, soprattutto nei Paesi a recente industrializzazione, non sono state realmente messe in campo. Anzi: Ocse e Agenzia internazionale dell’Energia, rivelano che nel 2021 le 51 maggiori economie mondiali hanno speso quasi 700 miliardi di dollari per i sussidi fossili, il doppio del 2020. Nei Paesi del G20, fra trasferimenti di bilancio e agevolazioni fiscali legate alla produzione e all’uso di carbone, petrolio, gas e altri prodotti petroliferi, i sussidi sono passati da 147 miliardi di dollari a 190 nel giro di un anno. Cop27 di Sharm El Sheikh lavora partendo da questa base. E il quadro è davvero spaventoso.

Il rapporto del Wmo (da cui abbiamo tratto le immagini) spiega che nel 2022 la siccità ha ridotto alla fame 19 milioni di persone nell’Africa orientale. In Pakistan le alluvioni ne hanno ucciso 1.700 e hanno generato 8milioni di sfollati. Ancora: l’Africa meridionale ha subito una serie di cicloni all’inizio dell’anno. L’uragano Ian a settembre ha devastato Cuba e Florida. La Cina ha avuto la più lunga ondata di calore da quando si rilevano le temperature e il fiume Yangtze a Wuhan ad agosto ha raggiunto il suo livello più basso mai registrato. I fiumi europei, Reno, Loira e Danubio sono a livelli critici.

Sono solo esempi di quanto sta accadendo. E mentre tutto questo c’è, le soluzioni trovate dai governi sono militarizzare le frontiere e la crisi, affrontando armi in pugno quello che accade.Una scelta illogica, che non porta ad alcuna soluzione. Servono politiche di intervento precise, servono risorse finanziarie e, soprattutto, bisogna pensare al Mondo come ad una sola, unica cosa. Cooperare: è questa la parola per fermare la crisi. Difficile che a Sharm El Sheick questa cosa così semplice e logica diventi la strada per il nostro futuro.

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