Brexit: il piano B di Theresa May

L’accordo tra il governo di Londra e l’Unione Europea bocciato dal Parlamento britannico richiede una nuova strategia del premier sopravvissuta al voto di sfiducia

Dopo che il parlamento britannico ha respinto la bozza di accordo sulla Brexit elaborata dal governo di Theresa May con i responsabili europei, gli scenari futuri sono incerti e pieni di incognite. Alla fine di un lungo iter di negoziazione in sede Europea, Londra  aveva raggiunto una bozza di accordo con le istituzioni europee – Commissione, Consiglio e Parlamento – a fine Novembre 2018 ma il 15 gennaio scorso, l’accordo sottoposto al voto del parlamento di Westminster per una definitiva approvazione è stato bocciato dalla maggioranza. E il voto nella House of Commons è stato di segno decisamente contrario, registrando la sconfitta più grave mai ricevuta da una proposta del governo: 432 i “no” contro solo 202 “sì”. Un messaggio chiarissimo, nonostante gli sforzi di Theresa May, nei giorni precedenti al voto, per ricordare ai colleghi i rischi di  una Brexit senza accordo.

Bocciata a Westminster

La premier ha commentato  il voto di martedì sostenendo che ha  dato un chiaro segnale di cosa il Paese non voglia, ma nessuna indicazione su quale invece potrebbe essere la soluzione. Ed effettivamente il fronte contrario all’accordo è un gruppo eterogeneo composto da sostenitori del “remain”, ma anche da estremi entusiasti dell’uscita dall’Unione Europea, partiti indipendentisti e fedeli alla corona. Come ci si aspettava, l’intero Partito laburista ha votato contro il testo, mentre la sorpresa è arrivata dal partito conservatore: quasi un terzo dei “Tories” ha voltato le spalle alla leader May e alla bozza di accordo (cosa in parte annunciata). Così anche il Partito nazionalista scozzese e quello Unionista democratico, che rappresenta l’Irlanda del Nord. Fuori dal parlamento di Londra, una folla di manifestanti appartenenti agli schieramenti più diversi si è radunata per festeggiare l’esito negativo del voto, in un curioso puzzle di interessi e prospettive per il futuro.

Ma la cocente sconfitta riguardo all’accordo di governo non è arrivata al punto di rovesciare il governo: il giorno successivo, di fronte alla proposta di sfiducia nei confronti della May (sollevata da Jeremy Corbyn, esponente del partito Laburista, ma caldeggiata dalla stessa May dopo il voto sull’accordo) il parlamento ha rifiutato, difendendo l’esecutivo e la sua leader. La situazione, quindi, è di estrema incertezza. Il sistema politico è tornato all’opera, e Theresa May ha già iniziato a incontrare i vari leader dei partiti che hanno fatto affondare l’accordo. Ma, al di là delle questioni politiche e dei dibattiti che seguiranno, a preoccupare i cittadini della Regina è quali soluzioni potranno intervenire a questo punto.

Quali soluzioni?

L’accordo con i 27 Stati dell’Unione Europea era il frutto di due anni di lavoro comune, e – come ha twittato Donald Tusk, presidente del Consiglio Europeo – se questo accordo non è un’opzione, e l’uscita senza compromesso (la cosiddetta “no deal Brexit”) nemmeno, la soluzione sembra essere una…  Il criptico messaggio di Tusk sembra puntare all’ipotesi – sempre a gran voce esclusa dal governo di Londra – di un nuovo referendum per riproporre la questione ai cittadini britannici. In questi quasi tre anni, infatti, il Regno Unito ha avuto modo di discutere e vagliare le diverse possibilità, e di capire appieno cosa significhi nella realtà un’uscita dall’Unione Europea. Rispetto al referendum del 2016, quindi, potrebbe forse essere un voto più consapevole, ma i risultati sarebbero incerti e le ripercussioni nelle stanze del potere a Londra gravissime.

Ma in realtà, contrariamente al tweet di Tusk, le soluzioni che si prospettano sono diverse, e spetterà al legislatore e al governo britannico gestirne la discussione. Una proposta di nuovo accordo, se ci sarà, dovrà arrivare dal Regno Unito compatto per poi essere proposta all’UE: il tedesco Weber ha affermato che “da ora la palla nel campo degli inglesi”. Insomma, Theresa May e i suoi colleghi dovranno trovare un accordo. Un “piano B”, che al momento ancora non esiste, e che sciolga nodi importanti come quello del c.d. “backstop” in territorio irlandese.

Le possibili alternative:

I sostenitori della “Hard Brexit” (la scelta radicale per un’uscita senza compromessi dall’Unione) criticano la scelta del governo di restare all’interno dell’unione doganale: secondo questa frangia, la Brexit è necessaria proprio per permettere al Regno Unito una politica economica indipendente, che non si realizzerebbe se si restasse vincolati alle regole del mercato UE. La soluzione sarebbe quindi un distacco senza accordi, che renderebbe il Regno Unito una specie di Svizzera marina: un Paese con il quale si potrebbero – in futuro, e al bisogno – stipulare accordi successivi in posizione di indipendenza.

Al contrario, i laburisti hanno categoricamente dichiarato di non voler collaborare con il governo finché non sarà assicurato che la “no deal Brexit” non è tra le opzioni. L’impatto sarebbe tremendo sul fronte economico ma anche su quello sociale – basti pensare alle centinaia di cittadini britannici residenti o in viaggio in Europa – per non parlare della questione dei confini. Usare la minaccia di un’uscita senza accordo è una mossa che il governo ha fatto più volte, in parte per giustificare scelte di compromesso, in parte per chiedere sostegno ai suoi affiliati. Ma, per la maggior parte dei sostenitori della Brexit, uscire dall’Unione radicalmente e senza accordo non dev’essere né una minaccia né una soluzione da vagliare.

Si prospettano quindi nuovi negoziati, e accordi simili a quello scartato, magari limando e modificando i punti di contrasto? L’opzione è ragionevole, ma secondo le previsioni un accordo che assomigli a quello di novembre rischierebbe di fare la stessa fine – la bocciatura in sede parlamentare. Anche se gli altri 27 Stati dell’Unione Europea ricevessero un testo soddisfacente per tutti, rimarrebbe il problema della spaccatura interna al Regno Unito.

Una serie di altre possibilità si prospettano: un regime privilegiato simile a quello in vigore in Norvegia – non appartenente all’UE, ma inserita in singoli accordi commerciali all’interno dell’EFTA, l’associazione europea di libero scambio – sarebbe la soluzione più vantaggiosa per l’economia britannica, ma le negoziazioni per entrare nel club esclusivo che è l’EFTA sarebbero difficili e viste con diffidenza da una serie di partecipanti. E ancora: l’accordo di libero scambio europeo, che era stato proposto dallo stesso Tusk in vece dell’Unione Europea al Regno Unito. Un tale accordo, però, potrebbe funzionare solo se la condizione del “backstop” (vedi oltre) fosse rispettata, e dopo l’esito del voto del 15 gennaio questo non sembra credibile. C’è chi allora suggerisce una proroga dei termini, per concedere più tempo ai negoziatori della Brexit, ma nemmeno questa sembra una possibilità concreta: a maggio si terranno le nuove elezioni europee, e un nuovo Parlamento Europeo che comprendesse anche i rappresentanti del Regno Unito sarebbe un vero problema per l’intero procedimento di negoziazione.

I problemi principali:

a preoccupare i sudditi della regina è, certamente, il problema del mercato. L’Unione Europea è un mercato fortissimo e vantaggioso grazie agli accordi sulla libera circolazione di merci, persone, capitali e servizi. Gli stessi standard sulla qualità e sicurezza dei beni si applicano a tutte le merci che circolano entro i confini dell’Unione, e si tratta di regole che il Regno Unito dovrà comunque rispettare se vorrà continuare a commerciare con il resto d’Europa: ad oggi, il 50% dell’import-export inglese è rivolto all’UE, e una battuta d’arresto come un’uscita senza accordi commerciali sarebbe drammatica per le imprese e la borsa inglese.

Ma il pomo della discordia rimane l’Irlanda del Nord. A far naufragare l’accordo della May con l’Europa è stata, secondo molti critici, la clausola introdotta per risolvere il problema dell’unico confine fisico del Regno Unito: quello tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord, terra di Sua Maestà. Ne avevamo già parlato qui (https://www.atlanteguerre.it/dove-corre-il-confine/): a non convincere è il cosiddetto Backstop – termine preso in prestito dal gioco del baseball per indicare la rete di protezione a bordo campo. Secondo la proposta dell’Unione Europea, l’Irlanda del Nord rimarrebbe in tal modo nell’unione doganale (potendo così mantenere i suoi rapporti con l’Irlanda senza veder sorgere una frontiera rigida) mentre sarebbe nei commerci con la madrepatria che si percepirebbe l’uscita dal mercato unico europeo della Gran Bretagna. Un confine nel mar d’Irlanda rassicura gli artigiani, i contadini e le piccole imprese che vivono degli scambi sull’isola di smeraldo. Ma non convince i sostenitori dell’Hard Brexit, perché vincolerebbe il Regno Unito a restare nell’accordo commerciale. E spaventa gli Unionisti nordirlandesi, perché rischia di “consegnare Belfast all’UE e all’Irlanda”, facendo risorgere il timore – mai sopito – di un’unificazione irlandese dopo tanti secoli.

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