Il tempio della discordia

Thailandia e Cambogia si sono sempre disputate le terre che circondano le rovine khmer di Prasat Preah Vihear, un luogo sacro sul confine. Oggi non si spara più ma la tensione tra i due regni asiatici non è risolta. Reportage da un nodo irrisolto

Dall’inviato Emanuele Giordana  

Un soldato cambogiano all’ingresso di uno dei corridoi

Preah Vihear (Cambogia) – Raggiungere il tempio khmer di Prasat Preah Vihear non è facile. Il grande complesso, composto di lunghi corridoi, cinture murarie ed enormi mura di pietra, è un gioiello dell’arte khmer della prima metà dell’XI secolo, quando il buddismo ancora non era diventato religione di Stato. Dedicato a Shiva, discretamente conservato e solo in parte ricostruito, si trova sulla linea di confine tra Cambogia e Thailandia ed è uno dei tanti nodi che segnano i non facili rapporti tra i due Paesi che, otto anni fa, si presero a cannonate proprio nella zona del tempio. Sul motivo del contendere, la sovranità sui territori che circondano i resti sacri, non c’è ancora intesa ma solo una pace fredda e dunque una tensione sopita. Pronta a riaccendersi in una ventata nazionalista. Ma questo antico tempio, che in parte ricorda il maestoso complesso dell’Angkor Wat in pianura e che è tutelato dall’Unesco, è sempre stato un oggetto del contendere e ha visto più segni di guerra che non di pace.

Un rifugio accanto alle mura. Sotto: casematte attorno all’area

Ci si arriva o con un tour organizzato da Siem Reap (anche solo in giornata) o utilizzando la miriade di minivan privati che in Cambogia sostituiscono il servizio pubblico e che partono solo quando sono pieni. Il tempio è situato in cima a una collina (nella catena dei monti Dângrêk) nella provincia di Preah Vihear, una delle più povere del Paese e che fu una delle ultime aree sotto il controllo dei Khmer rossi quando il loro regime – esattamente 40 anni fa – fu destituito da un’invasione del Vietnam, che lo tenne a lungo sotto tutela. I Khmer rossi si ritirano a Nord e a Est sulla linea di confine con la Thailandia. Tra i luoghi prescelti c’era anche Prasat Preah Vihear.

Per guadagnare la possibilità – rarissima in Cambogia – di uno sguardo dall’alto sull’immensa pianura che costituisce questo Paese di 181mila kmq con solo 16 milioni di abitanti, bisogna prima attraversare un paesaggio piatto e desolato. In attesa delle piogge i campi vengono dati alle fiamme e una nera sequenza di arbusti e alberi bruciacchiati costeggia la strada. Una strada dove, se si sono salvate dagli incendi, allignano mucchi di spazzatura non biodegradabile. Appena si arriva in prossimità del confine, le rare montagne del Paese che fanno da frontiera naturale con la Thailandia, mostrano tutte lo stesso segno: una deforestazione selvaggia che avrebbe mangiato l’80% della foresta di questo Paese. Bisogna arrivare alla cittadina di Sra’em, a una trentina di chilometri a Sud del tempio e da li proseguire in motocicletta (oltre 10 dollari) sino all’ingresso (biglietto 10 dollari) dove un’altra motoretta del parco archeologico (5 dollari) vi porterà sino in cima. A Sra’em non c’è nulla da vedere tranne un povero mercato di frutta e pesce circondato da baracche e da numerose officine di riparazione meccanica che sembrano l’unica attività reale del piccolo borgo.

La resistenza dei Khmer rossi di Pol Pot

Portale d’ingresso. Sotto, uno scorcio da una delle finestre

Fu anche in questa zona che si concentrò l’ultima resistenza dei Khmer rossi che inevitabilmente scelsero il tempio per la sua posizione strategica: domina la valle e ha alle spalle un Paese – la Thailandia – che all’epoca strizzava l’occhio, in chiave antivietnamita, all’ultima guerra degli uomini Pol Pot. Il suo ex quartier generale non è lontano: da Sra’em ad Anlong Veng – l’ultimo rifugio del “Fratello numero uno” e il luogo dove morì – dista meno di ottanta chilometri. I suoi soldati conquistarono la cima nel maggio del 1975, il mese dopo che l’armata dei Khmer rossi era entrata vittoriosa a Phnom Penh. La conquista non fu facile perché le truppe dell’esercito della Repubblica Khmer (nata nel 1970 con un golpe militare filomericano guidato dal generale Lon Nol) resistevano con tenacia anche grazie alla posizione del sito. Ma alla fine gli uomini di Pol Pot arrivarono alla cima. Pare sia stato il loro ultimo baluardo militare sino al 1998, quando fu negoziata una resa tra i ribelli “rossi” e il nuovo governo cambogiano filovietnamita. L’eredità dei Khmer rossi, ma anche di altri eserciti, doveva restare però conficcata nella terra con centinaia di mine. Oggi però la zona del tempio è bonificata.

E’ invece del giugno del 1979 un altro terribile episodio che vede ancora il tempio come testimone. L’allora governo militare tailandese, guidato dal generale Kriangsak Chomanan, decide l’espulsione immediata dei rifugiati khmer oltre confine. Si stima che in pochissimo tempo Bangkok abbia rimpatriato circa 40mila persone. Un rimpatrio forzato, ovviamente. Ma la strada del dolore ancora non era finita.

L’ultimo conflitto

Ancora una volta i protagonisti sono Cambogia e Thailandia che da anni si ritrovano a fare i conti, non solo con la guerra (o le guerre) ma anche col lascito dell’eredità dell’Indocina francese perché, come sempre accade, la disputa post coloniale si riversa sulle mappe che segnano i confini. I più recenti scontri a fuoco cominciano nel 2008, nel 2009 e poi ancora nel 2011. I due eserciti si ammassano alla frontiera e si cannoneggiano: la disputa è sui territori che circondano il tempio – un versante del quale dà sulla Thailandia – ma anche sulle rovine stesse che i nazionalisti tailandesi reclamano alla corona siamese. Lo scontro lascia sul terreno soldati morti e apre un’ennesima ferita.

 Ci sono stati due responsi internazionali affidati alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja. L’ultimo – del novembre 2013 – stabilirà che le aree intorno e al di sotto del tempio appartengono alla Cambogia e che tutte le forze di sicurezza tailandesi ancora in quella zona dovranno ritirarsi. Dalla parte cambogiana, da cui abbiamo visitato il tempio, sono spariti gli effetti più evidenti di quello scontro e solo qualche pigro soldato presidia le rovine. Ma in pianura (il santuario è a quasi 600 metri di altezza) le caserme non mancano: con baracche, soldati, camion e pezzi di artiglieria. In alto, nella zona limitrofa al tempio ma anche dentro le rovine stesse, resistono le casematte e i rifugi antiartiglieria. Entrambe le forze armate, secondo l’Unesco, sono responsabili di aver danneggiato con i loro proiettili parte del tempio. Quelle ferite nella pietra stanno a ricordare che la piaga non si è ancora rimarginata.

Nell’immagine di copertina: soldati cambogiani al tempio. Nell’ultima immagine in fondo al testo, la parte più esposta del sito. I segni sono del tempo o della guerra?

Tutte le immagini sono di Atlante delle guerre e dei conflitti. Possono essere utilizzate citando la fonte

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