Svolta digitale ma non per tutti. Una storia ugandese

Tutto nasce otto anni fa, quando il generale Aronda Nyakairima,  fedelissimo di Museveni,  accetta di  creare e adeguare un “sistema di identificazione digitale nazionale”. Che però funziona per pochi e taglia fuori, quando non punisce, una buona fetta della popolazione

di Stefano Bocconetti

Un sistema messo in piedi da un generale, allestito per “controllare”, per controllare meglio, poi adattato a scopi civili e che finisce per uccidere. Verbo, quest’ultimo, forte, forse inappropriato ma il senso dell’espressione usata dagli studiosi – “mette a rischio la sopravvivenza di molti” – è proprio quello. Il sistema, quel sistema, mette in pericolo la vita. Di tanti che hanno poco, di chi vive ai margini. Di anziani, delle donne. Si parla dell’Uganda e per essere più precisi del suo sistema di anagrafe, tutto digitale. Fiore all’occhiello dell’eterno Presidente Museveni – per il quale ha ricevuto dieci milioni di dollari di finanziamento anche dalla Banca Mondiale – ma sul quale adesso ha fatto luce una ricerca di una equipe del Center for Human Rights della University School of Law di New York, condotta assieme a due organizzazioni per i diritti umani di Kampala. Scoprendo che il “programma” digitale è di ostacolo – un ostacolo insormontabile – per almeno un terzo degli ugandesi.

Quasi tutti anziani, malati ma anche abitanti delle province più remote, che non possono accedere a cure, che non possono ricevere sussidi. Tagliate fuori anche le donne delle comunità più povere che non possono neanche registrare i loro figli. Che a loro volta non avranno diritto all’assistenza. Una storia, una storia drammatica, allora, che va raccontata. Con un’ultima premessa: che il sistema ugandese – quasi per ironia – si chiama “Ndaga Muntu”, sono umano.

Tutto nasce otto anni fa, quando il generale Aronda Nyakairima (m orto nel 2015), ovviamente fedelissimo di Museveni, all’epoca capo supremo delle forze armate ugandesi, accetta di diventare ministro degli Interni. Con un compito sopra agli altri: creare ed adeguare un “sistema di identificazione digitale nazionale”. L’obiettivo? Parole dell’ex generale e allora ministro: “Controllare e monitorare dove si trovano le persone, per far accrescere definitivamente la nostra sicurezza nazionale”. Ben presto però il sistema è diventato tanto altro. Ed ancora più pericoloso. Già l’anno seguente, con una legge – la ROPA, registration of persons act – l’Uganda ha deciso che il programma di identificazione digitale e la carta di identità digitale sarebbero stati i requisiti indispensabili per ottenere le prestazioni statali. Da quelle mediche a quelle finanziarie. Fino al diritto di voto.

C’è stato un breve, brevissimo periodo di “sperimentazione”, coi funzionari statali che sono andati in giro per città e villaggi provando a spiegare come accedere al “registro” on line. Operazione accompagnata anche da qualche “sospetto”, perché tanti raccontano che i “messi” del governo si facevano vedere solo alla viglia dei turni elettorali, selezionando con cura le persone da iscrivere al registro. Quindi quelle che potevano accedere alle urne. Vero o no, il risultato di tutte le disfunzioni burocratiche è che dal 23 al 33 per cento della popolazione adulta dell’Uganda non ha una carta di identità nazionale. La percentuale non può essere più precisa perché gli ultimi dati ufficiali sono quelli del 2019 e dicono che c’erano 12 milioni e mezzo di persone iscritte nel database. Su diciotto milioni di persone, il 67 per cento, quindi. Numeri più recenti sono quelli di due anni fa, quando il nuovo ministro degli Interni, nominato dopo la morte del generale Nyakairima, ha detto in un’intervista che ce ne sono almeno 15,2 milioni.

Comunque sia una fetta rilevante della popolazione ne è esclusa. E stiamo parlando di un Paese, l’Uganda, dove il 41,7 per cento vive sotto la “soglia di povertà” e dove l’87 per cento vive al di sotto di quella che gli organismi internazionali definiscono “la linea di povertà della classe media”. Soglia che in Uganda è calcolata su cinque dollari e mezzo al giorno, pro capite. E qui, in questo paese è stato introdotto l’obbligo del documento per poter accedere ai servizi sociali. Tutti i servizi. Documento rilasciato dopo una registrazione digitale. Fatta raccogliendo le impronte delle mani e, nella capitale anche con i dati biometrici, la scansione degli occhi.

Lo studio coordinato dall’università newyorkese – la New York University School of Law – comunque ci tiene a precisare nelle righe iniziali che la ricerca non “impegna” tutto l’ateneo ma solo ed esclusivamente gli estensori – ha prodotto un pamphlet molto diverso da quelli che si è abituati a leggere. Lontano dalle pubblicazioni accademiche. Perché – certo – c’è una sterminata bibliografia, ci sono centinaia di dati, statistiche e tabelle ma c’è anche una sorta di lunghissimo reportage dal campo. Quasi giornalistico. Ci sono, insomma, tantissime testimonianze raccolte, con tanto di nome, cognome e foto delle persone vittime di questo sistema astruso. Aberrante. La cui “violenza” non dipende da problemi tecnici ma da precise scelte politiche. Nelle quali la dignità delle persone non conta mai, un po’ come ci ha raccontato Ken Loach nel suo film “I, Daniele Blake”, quel falegname di New Castle che si ribella alle umiliazioni imposte dalla burocrazia digitalizzata senz’anima.

Lì è l’Inghilterra del regista, qui è l’Uganda del report. Dove ci sono tante storie personali. Ritratti, mini biografie riprese quasi integralmente anche dalla stampa locale. E così si può leggere di una ottantasettenne che vive a cento chilometri dalla capitale, cieca ad un occhio, che al più vicino ufficio governativo ha scoperto che la schermata del modulo è solo in inglese. Lei non lo parla. Un funzionario si è offerto di aiutarla sul computer dell’ufficio, per un dollaro e quaranta. Che lei però non aveva. O c’è Okie, un altro ultra ottantenne di Namayingo, una provincia orientale, che s’è fatto aiutare nella compilazione del format. Ma chi l’ha scritto ha sbagliato un dato, facendolo risultare più giovane e quindi non potendo più rientrare fra chi può ottenere benefici. E se l’iscrizione al registro digitale è gratuita, la correzione di eventuali errori costa: quattrodici dollari. Più il viaggio. Okie ha dovuto rinunciare.

Di storie, di foto nella ricerca ce ne sono tante altre. Raccolte minuziosamente. Come quella registrata a Nebbi. Dove un anziano viveva col nipote lontano dall’ufficio governativo. Ufficio che ha preteso, prima di elargire un sussidio, di verificare la sua identità, confrontando le impronte digitali con una vecchia “impronta” stampata su carta. Non avendo mezzi per arrivare all’ufficio, né soldi per farsi accompagnare, il vecchio è stato trasportato in spalla dal nipote per più di dieci chilometri.

Ancora, di più: nel dossier c’è la testimonianza diretta dell’equipe di ricercatori. Erano a Kayunga, in un centro sanitario dove gli studiosi stavano svolgendo un focus con gli operatori sanitari (in tanti mesi hanno ascoltato e registrato pareri e opinioni da più di 160 medici ed infermieri e 34 funzionari di governo). Lì, al presidio, è arrivata Rebecca, una donna incinta, con le acque rotte. Gli impiegati all’accettazione le hanno spiegato però che non poteva aver diritto alle cure perché priva del documento previsto. Quello che aveva era stato rilasciato da un’autorità locale. Su carta. Non c’era nel database di da “Ndaga Muntu”. E’ stato a questo punto che la comunità del villaggio s’è mobilitata e ha praticamente “assediato” il piccolo ospedale. Pretendendo e ottenendo che fosse curata. Fino a che la donna non è stata ricoverata. Non è certo un’indicazione, gli studiosi si astengono dal dare giudizi. Che anzi nelle uniche osservazioni che si concedono spiegano che un sistema – pensano a quello sanitario ma non solo – digitalizzato potrebbe essere un aiuto sostanziale al Paese, consentendo addirittura risparmi. Ma certo la filosofia che ha ispirato il “Ndaga Muntu” non sembra la strada.

In copertina uno scatto di Random Institute

Nel testo, il Presidente Sotto, Museveni. Sotto, il generale Aronda Nyakairima in una foto di Amisom del 2013 quand’era a capo della Difesa ugandese. 

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