Elezioni in Israele: niente di fatto

Le votazioni confermano un Paese frammentato con la destra in ascesa. Il commento di Eric Salerno

Le elezioni in Israele non decretano, ancora una volta, nessun vincitore. Le votazioni di martedì 23 marzo hanno infatti confermato un Paese profondamente frammentato con il partito di Benjamin Netanyahu in testa ma senza la maggioranza necessaria per governare.

Di elezioni, frammentarietà e visioni politiche nello Stato Ebraico abbiamo parlato con Eric Salerno, analista esperto del Medio Oriente, autore di diversi saggi sull’area e per molti anni corrispondente da Gerusalemme per “Il Messaggero”.

“Israele non è cambiato e sarebbe stato difficile pensare che potesse cambiare. In campagna elettorale non si è parlato di programma ma di chi stava o non stava con Benjamin Netanyahu”.

Israele è da anni un Paese con un consenso molto parcellizzato. “Ci sono molti piccoli partiti e pochi hanno forza elettorale. Tutti sono poi divisi da visioni diverse in campo religioso, oltre che politico. Quando negli anni 70 iniziavo a frequentare assiduamente Israele in molti sottolineavano come i nostri governi durassero un anno o poco più. Ora lo stesso lo stanno vivendo loro”.

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“Negli anni – continua – tutti i partiti hanno creato alleanze con le formazioni religiose perché senza questi accordi non erano in grado di governare, tanto a sinistra, quanto al centro o a destra. In queste elezioni sono emersi alcuni elementi. Il primo è che, come in molti casi in Occidente, si è vista la crescita della destra. Il secondo è legato alla figura di Naftali  Bennett, leader del partito La Casa Ebraica. Se da una parte Bennett è un uomo religioso e alla guida di un partito che presenta nel simbolo la Kippah dei coloni degli insediamenti, dal punto di vista politico si può considerare un laico. Bennett è una figura che appartiene all’estrema destra e ritiene che i territori della Cisgiordania debbano rimanere occupati da Israele. Sostiene di voler concedere alcuni diritti agli arabi palestinesi ma senza specificare di che tipo, ma sicuramente non quello di cittadinanza, che infatti possiede solo il 20% degli arabi. La sua ascesa politica ci conferma che a pensarla così è oggi una buona parte di cittadini israeliani. Per molti, i territori occupati devono restare così come sono e gli arabi non devono avere gli stessi diritti. Si tratta di un sentimento abbastanza comune.

Un sentimento che, secondo Eric Salerno, ha alcune spiegazioni. “Da una parte sicuramente c’è la componente paura di quello che c’è fuori, dall’altra il fatto che Israele è un Paese estremamente giovane e con una visione non consolidata di Stato. Esistono poi altri elementi da considerare. La popolazione ebraica sta rapidamente aumentando e gli israeliani sanno che il Paese è piccolo e che avranno bisogno di spazio: le stime parlano di un raddoppio della popolazione nel giro di 20-30 anni, a fronte di un restringimento di quella araba palestinese. A tutto questo si somma la questione climatica e ambientale. Molte ricerche infatti evidenziano che tutta l’area diventerà poco abitabile nel giro di 30-40 anni, con temperature insopportabili nei Paesi del Golfo”.

Cosa succederà adesso? “A questo punto inizieranno i negoziati, secondo un copione già ampiamente sperimentato. È probabile che questa fase duri mesi e che, se non si trovano accordi tra le varie formazioni politiche, si rivada ed elezioni. Il ritorno al voto è una eventualità che è difficile escludere in questo momento”.

*In copertina Photo by Taylor Brandon on Unsplash

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