Covid-19: luci e ombre dell’Albania

Se la piazza si muove per difendere un teatro simbolo, nelle periferie la crisi morde. Ma il governo è riuscito a contenere la pandemia facendo tesoro della lezione italiana.

di Annalisa Marzia Felicella (Ex Casco Bianco APGXXIII in Albania)*

Al 14 giugno sono 1.521 i casi di SARS-CoV-2 confermati nella Terra delle Aquile e 36 i decessi. Sono aumentati di circa 50 unità i numeri dei contagiati nell’ultima settimana e il premier Rama ha già messo in guardia la popolazione, adombrando il pericolo di tornare in lockdown.Per molti albanesi”, afferma la responsabile di una casa-famiglia a Scutari e di un progetto di sostegno a famiglie in difficoltà nell’omonimo distretto, “indossare la mascherina e i guanti è ridicolo. Ho avuto molte difficoltà a far capire alle persone che vivono qui in casa con me che era pericoloso uscire, si rischiava di compromettere la salute di tutti. Con quel misto di fede e superstizione – continua – per gli Scutarini non è il rispetto delle misure di contenimento a limitare il contagio, ma è Il Signore: Lui decide se è arrivata la tua ora o meno”. E per molti albanesi delle periferie, che a Tirana non sono mai stati e vivono in 10 in abitazioni di lamiere senza l’acqua corrente, rispettare le misure di sicurezza è impossibile. 

L’Albania è quindi divisa in due, quella di Tirana che occupa le piazze per garantire il proprio diritto al dissenso e quella delle periferie dimenticate, che lotta per sopravvivere. Emblematica è la vicenda svoltasi in una domenica di maggio apparentemente normale. Era il 17, quando il teatro nazionale di Tirana, Teatri Kombëtar, veniva raso al suolo per dare spazio, secondo alcuni rumors, ad attività commerciali. Su uno striscione posto davanti al teatro campeggiava la scritta: “monumenti culture ndaholet nga populli”, letteralmenteil monumento culturale protetto dal popolo”. Ma non è bastata la protesta popolare e degli artisti della capitale a difendere questo luogo simbolo della cultura albanese, che a detta del premier socialista Edi Rama, sarebbe stato inagibile e lo Stato non avrebbe avuto i soldi per ristrutturare. Quando quindi all’alba del 17 maggio, a soli due giorni dalla fine del lockdown, crollavano i primi componenti e con esso pezzi di storia di un teatro storico, risalente al 1939, il risultato è stato quello di manifestazioni, scontri e arresti. L’abbattimento è infatti apparso a molti come un attacco alla democrazia, preoccupazione però forse lontana da quelle degli abitanti delle poverissime periferie albanesi.

La democrazia albanese è giovane e fragile, non è quindi infrequente che vi siano manifestazioni di piazza. E’ sufficiente ricordare gli eventi di cui è stata protagonista Piazza Skanderbeg, la principale della capitale Tirana, negli ultimi due anni. Il 2018 è stato l’anno degli studenti universitari che chiedevano maggiori tutele e servizi essenziali; mentre nel 2019 si sono verificate frequenti manifestazioni, anche violente, per chiedere le dimissioni di Rama accusato dall’opposizione di centrodestra di corruzione. Per questo motivo, alle elezioni amministrative del 30 giugno i partiti d’opposizione non hanno presentato alcun candidato e hanno invitato i cittadini ad astenersi dal voto. Dunque, solo il 20% degli aventi diritto di voto si sono recati alle urne. In tutte le “bashkie” (municipalità) il Partito Socialista d’Albania di Rama, attuale Premier, ha quindi vinto a mani basse. Per molti vi sarebbe però un problema di rappresentatività, legittimità governativa ed un evidente crisi istituzionale, ecco i perché della piazza. Tutto finito nel dimenticatoio però con il terremoto del 26 novembre, che ha minato ancora di più la fragilità socioeconomica del Paese.

 Con lo scoppio della pandemia, consapevole della situazione di quella che ha definito “la patria che ci ha salvato, ospitato e adottato in casa” ovvero lItalia ed ispirandosi alle sue politiche, il Premier Rama ha quindi emanato i primi decreti per evitare la diffusione del contagio: chiusura di scuole e uffici, imposizione di una severa quarantena ai tanti albanesi di rientro dall’estero e di un coprifuoco dalle 17.30 alle 5.00. Raul Gonzales, rappresentante dell’Oms in Albania ha elogiato il Governo, sostenendo che: “ha adottato le misure contro il Coronavirus già prima della diffusione dell’epidemia nel Paese, proprio nel momento in cui queste hanno la massima efficacia”

Rama è quindi non solo riuscito a limitare i contagi ed evitare una possibile catastrofe sanitaria, vista la già fragile sanità albanese, ma anche a migliorare l’immagine dell’Albania all’estero. Il 28 marzo scorso ha infatti inviato medici ed infermieri in Italia per “non abbandonare l’amico in difficoltà”, nello stesso giorno in cui 23 anni prima una nave militare italiana speronava l’imbarcazione albanese Kater i Rades, nel tentativo di impedirne l’attracco alle coste pugliesi, causando la morte di 105 albanesi in fuga dalla guerra civile. Non è però tutto oro quello che luccica, l’accesso alle cure sanitarie è infatti formalmente pubblico e garantito dallo Stato, ma di fatto ancora difficile. Negli ospedali accade comunemente che i parenti dei ricoverati debbano acquistare di persona le medicine e portarle, insieme ai pasti, ai propri cari. La conseguenza, sia che si sia affetti da Covid-19 che da qualsiasi altra patologia, è semplice: meno si ha, più è alto il rischio di non potersi curare e quindi di morire.

*Questo articolo è parte di una collaborazione didattico-giornalistica tra Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo e l’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII. Gli autori sono giovani tra i 18 e i 28 anni che hanno svolto servizio civile all’estero come Caschi Bianchi nei progetti promossi dall’Ufficio Obiezione di Coscienza e Pace di APGXXIII. (Più info nei link evidenziati)

In copertina. Andrew Milligan sumo, Teatri Kombëtar, Tirana, Albania

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