Etiopia effetto guerra (2)

Un viaggio in tre puntate alla scoperta del passato coloniale italiano e dell'attualità del Paese

di Silvia Orri

…qui la prima puntata

È passato poco più di un anno da quel cessate il fuoco ma la questione è tutt’altro che pacificata. Episodi di assalti, arresti, tensioni tra forze armate di confine non sono sporadici. La zona nord dell’Etiopia non è ancora sicura e spesso viene sconsigliato di recarvisi. La parte nord. La stupenda parte nord: il lago Tana, l’altopiano del Gondar, Axum, Lalibela, le chiese rupestri, le cosiddette mete “imperdibili” una volta raggiunto il paese. Qui si palesa il dilemma, rischiare o non rischiare? Varie agenzie di viaggio propongono tour guidati della zona, i mezzi di trasporto sono disponibili ed alcune strutture ricettive aperte. Varie persone incontrate mi raccontano e mostrano le bellezze della regione degli Amara. Altre, però, mi sconsigliano vivamente di intraprendere quella rotta. Le tensioni sono ancora accese e la sicurezza è estremamente precaria, solo un paio di settimane prima alcuni operatori della Croce Rossa olandese erano rimasti bloccati a Lalibela in quanto l’aeroporto era stato preso d’assalto dalle milizie restando varie notti chiusi in hotel.

Viaggiando da sola e senza nessun tipo di aggancio o raccomandazione decido quindi di virare prima ad est e poi verso sud. Credo che tanto in veste di turisti quanto in quella di viaggiatori si debba valutare attentamente il contesto nel quale ci si imbatte, la volontà di apparire in una foto con alle spalle la meravigliosa “Gerusalemme Africana” deve riuscire a fare posto alla responsabilità nei confronti di chi vive all’interno di quelle zone, comprendendo che la nostra presenza potrebbe alterare equilibri/squilibri che ignoriamo. Il sale che condisce i viaggi sono le persone e le loro storie, i loro sentimenti e la loro visione della realtà in cui sono immersi, non i selfie per catturare approvazione ed autostima temporanea. I racconti sono inestimabili, preziosi e soprattutto, sono dietro ad ogni angolo, se si ha la pazienza di carpire il loro bisbiglio.

Conosco così Zola, autista che lavora nella zona della depressione della Dancalia, dove risiede il punto più basso dell’Africa, il lago Assal, ed uno dei vulcani più attivi del mondo, l’Erta Ale. Zola è originario della capitale e non nasconde la fatica di abitare ora in una regione dominata da calore e siccità dove le temperature possono arrivare a superare i 45°C durante la stagione secca. Negli anni è riuscito però a destreggiarsi tanto percorrendo con il fuoristrada dell’agenzia turistica per la quale lavora sugli estesi chilometri di lava basaltica, quanto intrecciando relazioni di vicinanza ed assumendo stili di vita del popolo degli Afar. Popolo dedito principalmente al commercio del sale proveniente dai numerosi laghi salati della zona e dal commercio di animali con il vicino confine del Gibuti.

La vista delle caratteristiche morfologiche e geologiche della zona è impressionante, un paesaggio unico ed ostile per chi non è nativo di lì. Il vero lavoro di Zola non è quindi la guida e la manutenzione dell’auto bensì l’adattamento al clima, alla lingua, alla cultura animista (lui è cristiano ortodosso) ed al cibo di una popolazione con cui condivide solamente la cittadinanza etiope sui documenti o poco più. Qualche giorno dopo vengo a contatto con Edom, guida turistica della cittadina di Harar.

Harar: quarta città santa dell’Islam, patrimonio dell’umanità UNESCO e conosciuta localmente come città della Pace. È ovviamente riduttivo descriverla attraverso queste tre caratteristiche. Quello che la rende attraente non sono i riconoscimenti, le targhe e le classifiche, bensì l’atmosfera creata da secoli di contaminazione culturale, linguistica e religiosa che ha creato un clima di tolleranza e reciprocità che avvolge. Mercanti yemeniti, afghani, egiziani, turchi, indiani e dell’Africa occidentale commerciano lì da secoli. I luoghi di culto di differenti religioni sono costruiti fianco a fianco, coesistono le differenti modalità di cucinare e processare le materie prime, accenti ed idiomi si mescolano come lo zucchero che si mette per addolcire lo “zebra”, una particolare variante di caffè macchiato tipico della regione fatto con i chicchi della varietà denominata per l’appunto “caffè Harar”.

Se la zebra fa riferimento ad una maniera di bere il caffè, in zona invece il cammello rappresenta una delle maggiori fonti di reddito e commercio. Nei pressi di Harar, a Babile, sul confine con il Somaliland, si svolge infatti ogni lunedì e giovedì il mercato di cammelli più grande d’Africa. Le rotte che portano qui chi vende e compra sono intricate e lunghissime, globali. L’accordo si stipula con una stretta di mano ed un cammello, la cui carne è pregiatissima, può valere dai 2000 ai 6800 dollari. Le tensioni con i militari di frontiera non sono sporadiche ed in zona è presente un enorme campo profughi di persone in fuga principalmente dalla Somalia. Come spesso accade, gli strati della realtà di sovrappongono e mescolano e ci fanno capire che in pochi chilometri quadrati possono coesistere famiglie serene che affittano una stanza della loro casa ai turisti in arrivo ad Harar e famiglie per le quali invece la loro casa è rappresentata da una tenda condivisa con altre decine di persone.

Edom mi accompagna in queste contraddizioni e le sue pause sono scandite dagli incontri a casa di amici per masticare insieme il khat, una pianta dagli effetti stimolanti che rappresenta una delle maggiori risorse economiche etiopi, sebbene per alcuni paesi sia considerata illecita. La sua guida è per me fondamentale e mi spiega che il suo obiettivo è essere “imprenditore di sé stesso”, creare una sua agenzia di viaggi con sede ad Harar. Lui parla 5 lingue, è una figura di riferimento per tutta la comunità della cittadina in quanto gestisce le entrate ai musei per chi arriva, consiglia dove alloggiare, organizza visite fuori porta attraverso una vasta rete di conoscenze. Gli adempimenti burocratici non sono un ostacolo, come saremo portati a pensare da un punto di vista europeo, ma le pressioni famigliari che ha ricevuto per far sì che concludesse un certo tipo di studi hanno rallentato il suo percorso verso la sua vocazione turistica e si sta quindi ora destreggiando per mediare tra le aspirazioni dei parenti e la sua passione.

Proseguendo verso sud arrivo alla verde e rigogliosa Shashamane, raccogliendo la storia di Sandrine. Dopo il matrimonio con Alex, creano la loro attività di ospitalità che diventa mano a mano punto di riferimento per tutta la comunità di rastafariani residente.

Dopo la seconda guerra mondiale l’imperatore etiope Hailé Selassié decide di donare le terre nei pressi di Shashamane a chi avesse voluto fare rientro dalla diaspora africana: discendenti degli schiavi deportati principalmente in centro e sud America fanno così ritorno alla “terra madre”. L’impatto con la popolazione locale non è ovviamente privo di incomprensioni ed il susseguirsi di governi di rottura con le politiche portate avanti da Selassié hanno prodotto varie difficoltà nel rendere realtà il sogno della terra promessa e del panafricanismo. Le dispute per il possesso delle terre, per i proventi dal commercio delle materie coltivate sulle stesse, per incomprensioni culturali tra etiopi di nascita ed etiopi “di adozione” non rendono facile la vita della comunità. In più la corruzione delle amministrazioni porta a disuguaglianze che rendono ancora più difficile la convivenza. Sandrine ha deciso di provare a togliere il velo dalla vita tranquilla e pacifica ed apparentemente senza preoccupazioni che vivono i rastafariani. La sua attività di accoglienza per turisti è riuscita a divenire luogo di incontro per la risoluzione di dissidi tra residenti, per consulenza legale, per la ricerca del lavoro per giovani adulti usciti o mai entrati nel sistema scolastico, per un trasporto verso luoghi limitrofi. Una sorta di “segretariato sociale” che tende a lenire situazioni che potrebbero sfociare in vere e proprie lacerazioni tra gruppi di persone. È anche grazie a lei che Shashamane continua ad essere per molti un luogo di ricerca delle proprie radici violate e spezzate dalle attività ed ideologie coloniali.

Continua…

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