Fuoco a Gaza e nel Mar Rosso. Le difficoltà di Kiev. Il Punto

Come olio sul tavolo, il rischio di un allargamento del conflitto e di una radicalizzazione dello scontro fra “filo-americani” capeggiati dagli Stati Uniti e “alternativi” guidato dalla Cina diventa sempre più concreto

di Raffaele Crocco

A tenere tutti con il fiato sospeso è la possibile reazione degli Stati Uniti all’attacco. Il timore di una escalation nel Vicino Oriente, dopo l’azione delle milizie filo-iraniane contro una base statunitense in Giordania, è condiviso dalle cancellerie di molti Paesi. I tre soldati americani morti sono un macigno che grava su ogni tentativo di gettare acqua sul fuoco.

La contesa resta dura, alimentata dal sistematico massacro portato avanti da Israele a Gaza. I palestinesi della striscia sono praticamente abbandonati a loro stessi, sotto continuo bombardamento. Secondo gli operatori umanitari, non esistono zone sicure e Israele non vuole scrivere la parola fine alla carneficina. L’obiettivo dichiarato ufficialmente dal governo israeliano è l’eliminazione di Hamas. I fatti raccontano altro. I contemporanei – e sempre poco raccontati – attacchi ai palestinesi da parte dei coloni israeliani in Cisgiordania, sembrano dimostrare la volontà di una “soluzione definitiva”, con la cacciata dei palestinesi dai loro territori e la presa di possesso definitiva da parte degli israeliani.

Una prospettiva che allarma non solo chi crede nei diritti di persone e popoli, ma anche chi guarda al Mondo con gli occhi della geopolitica. La definitiva scomparsa di ogni brandello di soluzione per i palestinesi, infatti, metterebbe in pericolo ogni possibile disegno di nuovi assetti regionali. Difficilmente, infatti, a quel punto, si potrebbero trovare accordi ed equilibri fra Israele, Arabia Saudita e, soprattutto, Iran. Il rischio è quello di una destabilizzazione permanente, che agli occhi degli Stati Uniti e degli alleati europei potrebbe significare la messa in discussione di commerci e trasporti attraverso il Canale di Suez.

Non a caso, la partita sta proseguendo proseguendo proprio nel Mar Rosso. Gli Houthi continuano gli attacchi missilistici contro il naviglio commerciale “avversario”, cioè contro i Paesi che appoggiano Israele. Lo fanno sostenuti dall’Iran e in nome della “solidarietà al popolo palestinese”. La risposta statunitense ed europea è militare, con il rafforzamento della flotta multinazionale creata per contrastare le azioni degli houthi. I bombardamenti delle postazioni yemenite continuano e anche l’Italia, già in mare con una fregata, sta pensando di inviare nella zona propri aerei da combattimento.

Come olio sul tavolo, il rischio di un allargamento del conflitto e di una radicalizzazione dello scontro fra “filo-americani” capeggiati dagli Stati Uniti e “alternativi” guidato dalla Cina diventa sempre più concreto. Così, non appaiono casuali le nuove che arrivano dall’altro fronte aperto, quello ucraino.

La notizia arrivata in settimana, per Zelensky è buona. Mentre scocca l’ora del giorno 708 dall’invasione russa, dall’Europa è arrivato il segnale atteso: ci saranno nuove armi a disposizione. L’ostracismo dell’Ungheria di Orban è superato, immolato sull’altare dello scambio e della convenienza. In pratica, il capo del Governo ungherese ha detto sì alla messa a bilancio di altri 50 miliardi di euro in armi a Kiev, da parte dell’Unione Europea, in cambio dei fondi – 6 miliardi di euro – destinati a Budapest, ma da tempo congelati per le “inadempienze ungheresi sul piano dei diritti e della Convenzione dell’Unione Europea”.

“Abbiamo un accordo – ha spiegato il Presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel – e tutti i 27 leader hanno concordato un pacchetto di sostegno aggiuntivo di 50 miliardi di euro per l’Ucraina, all’interno del bilancio dell’Ue. In questo modo si garantisce un finanziamento costante, a lungo termine e prevedibile per l’Ucraina. L’UE sta assumendo la leadership e la responsabilità del sostegno all’Ucraina”. Nei fatti, significa garantire a Zelensky la possibilità di continuare la guerra. Con quali risultati resta tutto da scoprire. I russi continuano a premere sul fronte meridionale, senza guadagnare terreno, ma logorando i sistemi di difesa ucraini. Mosca non rinuncia nemmeno a colpire i civili. Sarebbe stato bombardato anche un ospedale civile nel villaggio di Velykyi Burluk, nell’oblast di Kharkiv.

A Kiev la situazione è difficile. Il consenso a Zelnsky sta diminuendo. Lo dicono i sondaggi. Contemporanemanete, crescono gli attriti sulla conduzione della guerra. In questa settimana, è filtrata la notizia della rimozione dall’incarico del Capo di stato maggiore delle Forze armate ucraine, il generale Valery Zaluzhny. È in carica dal marzo 2022, cioè da subito dopo l’inizio dell’attacco russo. A scriverlo è stato il Financial Times. Pare che Zelnsky abbia offerto al generale un incarico come suo consigliere. Ne ha ottenuto un rifiuto secco.

I due sono in contrasto da tempo sul modo di condurre la guerra. Zaluzhny ha parlato chiaramente di “fallimento delle offensive di novembre” volute da Zelensky. Sarebbero costate troppo in termini di perdite di uomini e mezzi. Il generale vorrebbe un assetto più difensivo, Zelensky la riconquista dei territori in mano russa. Queste le ragioni dello scontro con il generale che, dicono gli osservatori, sarebbe stato l’avversario perfetto di Zelensky alle presidenziali di marzo di quest’anno. Le elezioni, però, non ci saranno, annullate dall’attuale Presidente in nome dell’emergenza.

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