Gli USA mandano 1.500 soldati al confine col Messico

La fine del Titolo 42 anti Covid alimenta la xenofobia. Le mancate promesse di Biden

di Maurizio Sacchi

Gli Stati Uniti stanno inviando 1.500 soldati aggiuntivi al confine degli Stati Uniti con il Messico. Il 2 maggio il Pentagono ha dichiarato di aver approvato la richiesta in tal senso pervenuta dal Dipartimento di Sicurezza Nazionale (DHS) sull’impiego di altro personale militare lungo quella frontiera per 90 giorni. I soldati svolgeranno “compiti non legati all’applicazione della legge”, come l’inserimento di dati e il supporto al magazzino, ha detto il DHS in una precedente dichiarazione, attribuendo il nuovo dispiegamento a un “previsto aumento della migrazione” al confine sud-ovest degli Stati Uniti. Le truppe dovrebbero arrivare entro il 10 maggio. I 1.500 soldati si aggiungerebbero così ai circa 2.500 della Guardia Nazionale già presenti alla frontiera. Interrogato sulla questione durante una conferenza stampa, il Presidente messicano Andres Manuel Lopez Obrador ha detto ai giornalisti che gli USA sono una nazione sovrana e che il Messico rispetta le sue decisioni.

La prevista crescita del numero di migranti è collegata al Titolo 42, una politica imposta per la prima volta dall’ex Presidente Donald Trump nel marzo 2020, che giustificava col rischio di un aumento dei contagi da Covid-19 le restrizioni alle politiche migratorie. Questa controversa misura dovrebbe ora terminare, in base agli impegni presi da Joe Biden in campagna elettorale. E si prevede che porterà a un drammatico aumento del numero di richiedenti asilo che arrivano al confine tra Stati Uniti e Messico. La disposizione legata al Covid ha permesso agli USA di effettuare quasi 2 milioni di espulsioni dal marzo 2020.

Il Titolo 42, che scadrà l’11 maggio, ha consentito alle autorità statunitensi di respingere rapidamente la maggior parte dei migranti e dei rifugiati che arrivano, senza dover valutare le loro richieste di asilo. Suscitando un’ampia condanna da parte dei gruppi per i diritti umani. Fino a quando a novembre un giudice federale ha stabilito che la norma doveva essere revocata. Successivamente, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha però congelato temporaneamente quell’ordine, mettendo il futuro del Titolo 42 in un limbo, fino a quando i giudici non decideranno se consentire a un gruppo di Stati, specie quelli di confine col Messico, di mantenerla in vigore. La Corte dovrebbe ascoltare le argomentazioni almeno fino a febbraio, per poi pronunciarsi in seguito.

I sostenitori dei diritti umani hanno criticato l’invio dei 1.500 nuovi militari, affermando che tale scelta invia un messaggio sbagliato ai richiedenti asilo, molti dei quali fuggono dalla violenza diffusa, dall’instabilità politica e dalla disoccupazione presenti nei loro Paesi d’origine. “Il messaggio trasmesso sarà inevitabilmente quello di militarizzare il confine per scoraggiare i migranti”, ha dichiarato Gregory Chen, direttore delle relazioni governative dell’Associazione Americana degli Avvocati per l’Immigrazione (AILA). “Quando le persone sono spinte dal tentativo di costruire una vita migliore e di trovare un certo livello di sicurezza… l’idea che possiamo murarci dal resto del mondo con queste politiche e il problema sparirà è una farsa”, ha aggiunto Loweree.

Alla fine di aprile, Washington aveva annunciato che avrebbe aperto dei centri di migrazione in diversi Paesi dell’America Latina, nei quali le persone avrebbero potuto richiedere un visto di ingresso negli Stati Uniti in forma legale. Annunciando che avrebbe però accelerato le deportazioni di quanti cercano di entrare in modo irregolare negli USA per ottenere asilo. In base alle nuove misure, a coloro che saranno sorpresi ad attraversare il confine sarà vietato il rientro per cinque anni.

L’amministrazione Biden sta cercando di arginare il flusso di richiedenti asilo al confine meridionale da mesi. Il numero di immigrati respinti o fermati alle frontiere ha raggiunto i 2,8 milioni nel 2022, il numero più alto dal 1980. Il Presidente degli Stati Uniti – che si é appena ricandidato alla rielezione nel 2024 – cerca così di difendersi dalle critiche e dalle pressioni politiche dei Repubblicani per l’aumento degli arrivi.

I Repubblicani sfruttano la situazione per guadagnare punti sui Democratici. All’inizio di quest’anno, il governatore repubblicano del Texas, Greg Abbott, ha iniziato a inviare autobus carichi di migranti e rifugiati in città gestite dai democratici, come New York e Chicago. Alla vigilia di Natale, più di 100 persone sono state trasportate dal Texas e sono state lasciate al gelo davanti alla residenza a Washington della Vicepresidente Kamala Harris, responsabile dei tentativi degli Stati Uniti di arginare questo flusso. Viene da lei la raccomandazione pubblica ai migranti ormai famosa “Don’t come” (non venite). 

A settembre, il governatore repubblicano della Florida Ron DeSantis, che contende a Donald Trump la candidatura del Grand Old Party, ha inviato degli aerei in Texas e ha convinto con promesse di posti di lavoro 50 venezuelani, tra cui diversi bambini, a imbarcarsi su un volo per l’isola di Martha’s Vineyard, nel Massachusetts, noto lussuoso luogo di vacanza dell’elite democratica. L’ufficio di DeSantis ha difeso la mossa, affermando in una dichiarazione che “la Florida ha dato [ai migranti] l’opportunità di cercare pascoli più verdi in una giurisdizione santuario che offre maggiori risorse per loro”.

I difensori dei diritti umani sostengono da tempo la necessità di cambiare radicalmente le politiche sull’immigrazione, passando dalla linea repressiva a un’accoglienza legale e organizzata. Ma il tema è diventato argomento di lotta politica, dove i Democratici sembrano quasi inseguire i Repubblicani nel cavalcare la paura e la xenofobia. Per questo cambio di rotta servirebbe un accordo bipartizan, che al momento suona quasi impossibile.

Nell’immagine, Harris e Biden in una foto ufficiale ® BiksuTong/Shutterstock.com

 

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