I nativi americani e la guerra agli oppioidi

590  milioni di dollari per rifondere le comunità indiane di Usa e Alaska che usarono farmaci che davano dipendenza. Sentenza storica ma ora da mettere in pratica

 

di Alessandro De Pascale

Un accordo economico, quello dei nativi d’America e dell’Alaska con la nota casa farmaceutica Johnson & Johnson e i tre maggiori distributori di oppioidi da prescrizione degli Stati Uniti (McKesson, AmerisourceBergen e Cardinal Health) è stato definito da più parti «un risultato storico». Ma che ora va attuato, per far arrivare alle tribù i 590 milioni di dollari messi per loro sul piatto del maxi-contenzioso giudiziario per la cosiddetta epidemia di dipendenza da oppiodi (farmaci psicoattivi dagli effetti simili a quelli della morfina). Nel dettaglio, l’intesa annunciata il primo febbraio prevede per i nativi 150 milioni in due anni da parte di Johnson & Johnson, i restanti 440 in sette anni a carico dei tre distributori. Fondi che andranno destinati al trattamento delle dipendenze. Servizi che le tribù dei nativi, essendo Stati sovrani per la legislazione Usa, gestiscono in autonomia.

«Johnson & Johnson, come tutti gli altri produttori – denuncia all’Atlante Lloyd B. Miller, avvocato che nel contenzioso rappresenta circa il 30% di tutte le comunità tribali indiane in America per numero di componenti – ha erroneamente presentato alla comunità medica e al pubblico i propri oppioidi come farmaci che non provocavano dipendenza, indicati per il trattamento del dolore cronico e minore, mentre i tre distributori di farmaci in questione avrebbero dovuto segnalare le richieste eccessive di oppioidi da prescrizione da parte delle farmacie, fermando quindi la vendita di quella valanga di pillole, cosa che non hanno fatto perché c’era tanto profitto da realizzare». Insomma, a suo dire, questi colossi del settore «non hanno rispettato le procedure». Circostanza che ha provocato negli Stati Uniti una valanga di cause in tribunale e diversi accordi economici già siglati. Nel 2017, molti procedimenti erano poi stati parzialmente riuniti in un maxi-intervento giudiziario con circa 3000 querelanti (la maggior parte enti governativi), in corso da anni presso il tribunale federale di Cleveland (Ohio) e di cui questo accordo è soltanto un troncone.

Già nel settembre scorso quei distributori avevano accettato di versare oltre 75 milioni di dollari per chiudere il contenzioso che li vedeva sotto accusa per aver alimentato un’epidemia di oppioidi tra i Cherokee dell’Oklahoma (oltre 390.000 abitanti). «Restano in piedi le rivendicazioni tribali contro diversi altri imputati, tra cui quelle contro le principali catene di farmacie (CVS Health, Walgreens Boots Alliance e Walmart, nda), i produttori Teva, Allergan, Endo e, in un caso separato, la società di consulenza McKinsey», ricorda Miller. Nel loro caso, le alternative sono due, riassume ancora il legale: «O si andrà a processo o anche queste verranno risolte mediante analoghe transazioni economiche».

Tornando all’accordo raggiunto con i nativi il primo febbraio, le aziende firmatarie respingono le accuse. Johnson & Johnson, in una nota data in pasto ai media, ha ad esempio chiarito che la scelta di pagare «non costituisce ammissione di alcuna responsabilità o illecito e la società continuerà a difendersi da qualsiasi altra controversia» . Una prassi ormai consolidata negli Stati Uniti, viste le formule usate negli accordi che consentono ad una o più parti di non assumersi la responsabilità delle accuse. Tanto che per l’avvocato Miller «il pagamento di 150 milioni di dollari alle tribù e di 5 miliardi di dollari agli Stati Uniti parla da solo». Raggiunta l’intesa di massima tra le parti, la partita ora si sposta sulla messa a punto dei criteri. «Il tribunale ha nominato tre persone molto qualificate per collaborare con la leadership tribale per stabilire la metodologia da adottare», ricorda all’Atlante W. Ron Allen, presidente della Jamestown S’Klallam (area dello Stato di Washington) e rappresentante tribale in diversi dipartimenti del governo Usa. «La ripartizione – continua Allen – avverrà sicuramente tenendo conto di molti fattori, come il numero di cittadini, la superficie territoriale, ecc.».

W. Ron Allen

L’altra questione fondamentale è che questo accordo, per la prima volta, è di tipo universale. In altre parole, tutte le 573 tribù riconosciute dal governo Usa, che contano dalle poche centinaia alle diverse migliaia di membri, indipendentemente da se fanno o meno parte del procedimento giudiziario possono accedere ai fondi messi a disposizione. Per farlo, dovranno però firmare singolarmente l’intesa: «All’interno dei confini degli Stati Uniti le tribù indiane sono governi sovrani con proprie leggi e costumi», ricorda all’Atlante l’avvocato Geoffrey D. Strommer, il quale oltre alla Jamestown S’Klallam rappresenta nel contenzioso una dozzina di altre realtà tribali. «Tale status – sottolinea il legale – deriva dal fatto che le nazioni tribali esistevano prima dell’arrivo degli europei e quando sono stati formati gli Stati Uniti non hanno acconsentito all’incorporazione negli Usa, né hanno rinunciato a qualsiasi diritto sovrano. Tutte le tribù riconosciute mantengono di conseguenza rapporti da governo a governo con gli Stati Uniti, che a loro volta riconoscono la loro sovranità», spiega Strommer. La Corte Suprema ha costantemente confermato tale status, riconoscendo che le tribù indiane sono «governi sovrani separati e preesistenti rispetto alla Costituzione (…) comunità politiche distinte e indipendenti, che conservano i loro diritti naturali originali in materia di autogoverno locale». Spetta quindi a loro, aggiunge l’avvocato Strommer, «proteggere e promuovere la salute, il benessere e la prosperità futura dei propri cittadini». Ma soprattutto, decidere in questo caso se firmare o meno l’accordo».

L’abuso di oppioidi, da tempo interessa gli interi Stati Uniti. Per i Centri statunitensi per la prevenzione e il controllo delle malattie (Cdc), dal 1999 al 2019, questi farmaci hanno causato almeno mezzo milione di morti per overdose negli Usa, arrivando a superare in alcuni anni anche le vittime da eroina. Un problema per nulla superato. Ancora per i Cdc soltanto il fentanil, farmaco approvato per il trattamento del dolore, ha ucciso in un solo anno (dall’aprile 2020 all’aprile 2021) oltre 64mila persone. Lo scorso 15 dicembre il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha parlato di vera e propria «emergenza nazionale». Un’apposita Commissione per la lotta al traffico di oppioidi sintetici è al lavoro dal maggio 2020 per sviluppare un «approccio strategico» nel contrasto al fenomeno. È composta dai rappresentanti di sette Dipartimenti e agenzie governative, quattro membri in carica sia del Senato che della Camera, altrettanti esperti in materia del settore privato, supportati dall’Homeland Security Operational Analysis Center (Hsoac), un centro di ricerca e sviluppo finanziato dal governo federale e gestito dalla Rand Corporation. L’ultimo loro report è stato depositato al Congresso il 7 febbraio e contiene numeri preoccupanti: 1.000 miliardi di dollari in 12 mesi il costo dei decessi per overdose negli Stati Uniti (tre anni prima erano 700 milioni) e 100mila vittime solo nel 2021, numeri raddoppiati rispetto ad un anno prima, in quella che definiscono una «scioccante epidemia di overdose».

Secondo diverse ricerche e studi messi agli atti dalle tribù, gli indiani d’America e i nativi dell’Alaska hanno «subito alcune delle conseguenze peggiori rispetto a qualsiasi altra popolazione degli Stati Uniti», incluso il più alto tasso pro capite di vittime. «L’impatto della crisi degli oppioidi sugli indiani d’America e sui nativi dell’Alaska è immenso», dichiarò durante un’audizione nel 2018 avanti alla Commissione per gli affari indiani del Senato il retroammiraglio della Marina Michael E. Toedt, direttore medico del Servizio sanitario indiano (Ihs) istituito al Dipartimento della salute e dei servizi alla persona degli Stati Uniti (Hhs). «I Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc) – continuò Toedt – hanno riferito che i nativi hanno avuto nel 2015 i più alti tassi di mortalità per overdose da sostanze psicoattive e il più grande aumento percentuale nel numero di decessi dal 1999 al 2015 rispetto a qualsiasi altro gruppo razziale ed etnico. Durante quel periodo, i decessi sono aumentati di oltre il 500% tra gli indiani d’America e dell’Alaska», riportò il retroammiraglio della Marina. Inoltre, «a causa dell’errata classificazione sui certificati di morte, il numero effettivo dei decessi potrebbe essere maggiore del 35%».

Un problema, quello della dipendenza da sostanze tra i nativi, in realtà per nulla nuovo. Michael Kaliszewski è un divulgatore scientifico con 15 anni di esperienza come ricercatore. Per l’American addiction center, società pubblica con sede nel Tennessee che tratta le dipendenze in strutture residenziali e ambulatoriali, ha riassunto come mai i loro tassi di abuso sono generalmente molto più alti rispetto a quelli della popolazione generale degli Stati Uniti. Partiamo dai dati: per il censimento Usa del 2018 i nativi americani e dell’Alaska sono 6,8 milioni di persone. Di questi, secondo il National Survey on Drug Use and Health (Nsduh) del 2018, il 10% ha un disturbo riconducibile all’uso problematico di sostanze; il 4% per consumo di droghe illecite; il 7,1% a causa dell’abuso di alcol; quasi il 25% riferisce di aver bevuto in modo eccessivo nell’ultimo mese; hanno maggiori probabilità di dichiarare l’abuso di droghe negli ultimi 30 giorni (17,4%) o durante l’anno (28,5%) rispetto a qualsiasi altro gruppo etnico».

L’abuso di sostanze e la dipendenza risultano inoltre tra le principali preoccupazioni dei giovani nativi americani. Ancora i risultati di quell’indagine nazionale del 2018 mostrano che, tra loro, quasi un giovane adulto su cinque (di età compresa tra 18 e 25 anni) ha un disturbo riconducibile all’uso problematico di sostanze, di cui l’11%con droghe illecite e il 10% con alcol. Inoltre, circa 4 adolescenti nativi americani su 10 (di età compresa tra 12 e 17 anni) hanno una prevalenza d’uso una tantum di droghe illecite. Stesso discorso per il tabacco, con gli adolescenti nativi americani che, secondo la precedente indagine nazionale del 2014 riportata da Kaliszewski, nel corso della loro vita hanno i più alti tassi di consumo di tabacco, marijuana e di uso non medico di analgesici e psicofarmaci.

Tra i fattori di rischio individuati dai ricercatori figurano i «traumi storici subiti, le violenze (compresi gli alti livelli di quella di gruppo, domestica e sessuale), la povertà, gli elevati livelli di disoccupazione, la discriminazione, il razzismo, la mancanza di una assicurazione sanitaria, i bassi livelli di istruzione raggiunti». L’avvocato Miller è perfettamente cosciente che «un accordo di questo tipo è intrinsecamente insoddisfacente». Il danno arrecato alle comunità tribali, a suo dire, è del resto «insondabile». Anche perché «molti nativi avranno bisogno di cure e servizi per il resto della loro vita. Detto questo, l’alternativa erano anni di contenziosi e ricorsi dai risultati finali imprevedibili. Mentre per fornire una risposta immediata, i soldi ci servono ora». Del resto per la prima volta, a differenza di quanto avvenne negli anni Novanta con le multinazionali del tabacco, ai nativi d’America e dell’Alaska stavolta sono stati accordati appositi e specifici risarcimenti.

Nel testo dall’alto: Lloyd B. Miller, La sede di Johnson and Johnson (New Jersey), W. Ron Allen, il CDC’s Roybal campus ad Atlanta, Georgia

In copertina foto tratta dal sito Jamestontribe

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