I costi della sorveglianza digitale in Africa-2

Miliardi in telecamere, software, sofisticatissimi sistemi di spionaggio al posto di ospedali, ambulatori, farmaci. La Cina primo fornitore ma non è sola (puntata 2)

di Stefano Bocconetti

Chi sono i fornitori dei sistemi di controllo e sorveglianza digitale che stanno costando carissimi ai Paesi africani? Soprattutto la Cina. Al punto che la Huawei e la ZTE hanno fornito al governo prestiti iniziali per avviare i progetti a Lagos e Abuja. E poi c’è la Chongqing Huifan che ha venduto il suo software per il riconoscimento facciale. Cina ma non solo. Perché tanti gruppi hanno venduto al regime di Lagos una gamma di tecnologie per spiare le comunicazioni on line: la Elbit israeliana, la Romix cipriota, la Packets Technology bulgara e, non ultima, l’ormai famosissima Hacking Team italiana. E c’è una curiosità: fino al 2015, la Nigeria usava nientemeno che i “servizi” della Cambridge Analytica, la società di “consulenza” britannica che tutto il mondo ha imparato a conoscere perché ha usato i dati delle persone per provare a truccare le elezioni americane del 2016.

Il tutto è servito al regime nigeriano soprattutto per reprimere le rivolte di due anni fa, quando l’intero paese scese in piazza per protestare contro gli abusi della polizia speciale, le famose squadre Sars. Il bilancio fu di decine di morti negli scontri e quasi diecimila arresti. Persone identificate proprio con quegli strumenti. È vero che questi dati non dovrebbero sorprendere un’opinione pubblica abituata a leggere le denunce su un paese come la Nigeria ed il suo governo autoritario. Più strano suona quel che avviene, per esempio, nel Ghana. Un paese che addirittura nella Costituzione riconosce il diritto alla privacy. Ma che poi è totalmente ignorato dalle ultime scelte politiche. Tanto che con una legge il Ghana ha imposto a chi fornisce la connessione di “installare tecnologie di intercettazione”. Di più: le leggi obbligano i provider a “conservare il contenuto delle comunicazioni e dei metadati dei cittadini per diversi anni per facilitare l’accesso da parte delle agenzie statali”. Anche in questo caso, un solo elemento aiuta a capire la situazione: il Ghana – risulta dai contratti – ha acquistato dalla NSO Group israeliana il famoso spyware Pegasus, quello che ha permesso di monitorare gli spostamenti del giornalista Jamal Jhashoggi, fino al suo assassinio e che è stato messo addirittura al bando dagli Sati Uniti.

E sempre a proposito di Pegasus, si arriva al caso limite del Marocco. Che è un avidissimo consumatore di tecnologie di intercettazione e – lo si è scoperto – è riuscito a mettere sotto controllo addirittura il proprio re. Non solo lui, ovviamente. Perché il Governo di Rabat ha acquistato dalla francese Amesys Bull uno strumento che gli ha permesso di conoscere nome, cognome, indirizzo di chi visitava il sito Mamfakinch, la sede virtuale di una delle poche associazioni della società civile.
Tanti soldi, dunque. Ovunque. Che magari non sono enormi in assoluto ma diventano rilevanti se paragonati ai bilanci di piccoli Stati.

È il caso del Malawi, per esempio. Che sembrava esente da questa voglia di controllo. Fino a pochi anni fa, quando ha varato una legge: il Consolidated ICT Regulatory Management System (CIRMS), che nel Paese tutti chiamano “la legge delle spie”. Norme che avevano permesso al governo di acquistare dall’americana Agilis tutti i programmi necessari alle intercettazioni dei cellulari, da dove il 90 per cento delle persone accede ad Internet. Strumento che però ora è stato sospeso da un tribunale, in attesa di una sentenza che ne sancisca la legittimità. Anche se pochi si fanno illusioni.

Soldi, ancora. Che però sembrano un buon “investimento” per chi ha interessi da difendere. Si potrebbe citare a proposito un altro caso, quello dello Zambia. Dove si è scoperto che erano stati spesi centinaia di milioni per software di monitoraggio dei social media. Strumenti utilizzati anche dalla società inglese appartenente ad un personaggio, Lynton Crosby, che si definisce “stratega di marketing politico”. Lui è intervenuto in una campagna elettorale a sostegno di un candidato presidenziale. Godendo dei finanziamenti delle compagnie minerarie.È così che i governi di tanti Paesi tengono a bada i governati. È così che ogni anno migliaia di giornalisti, attivisti, leader delle opposizioni finiscono in carcere.
Ma la denuncia non riguarda, non può riguardare solo i paesi africani. Riguarda gli Stati, i governi dei paesi fornitori. Le tecnologie di sorveglianza all’Africa arrivano soprattutto dall’America, dalla Cina – che sta erodendo la supremazia statunitense – da Israele. E dall’Europa.

Nel dettaglio: Usa e Cina sono i principali fornitori delle tecnologie per le intercettazioni mobili e internet basate sull’intelligenza artificiale. La Cina domina quasi da sola il mercato della sorveglianza dello spazio pubblico, le “città sicure”. Israele è il più attivo nella fornitura di malware per hacking mobile. Il Regno Unito offre una gamma di tecnologie di sorveglianza sulle quali però sono disponibili pochi dati pubblici. E poi c’è l’Europa che offre tutto ciò che serve alle frontiere nell’Africa settentrionale e occidentale.
No, la vergogna di questo nuovo e remunerativo Grande Fratello non riguarda solo l’Africa.

La prima puntata è uscita ieri

In copertina: foto di freestocks su Unsplash

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