I Patrick Zaki di Managua

Nelle prigioni del Nicaragua molti oppositori incarcerati e liberati a seguito di una finta amnistia per coprire le violenze squadriste sono stati di nuovo imprigionati dopo pochi giorni per droga, detenzione di armi o furto

di Adalberto Belfiore

Nelle sue galere il Nicaragua, una dittatura che ricorda quella di Al Sisi in Egitto, tiene da anni centinaia di Patrick Zaki. Ragazzi, studenti universitari come Zaki, ma anche semplici cittadini, che dal 2018 si sono ribellati contro un regime corrotto e autoritario, incarcerati con le stesse accuse pretestuose e infondate: tentativo di colpo di stato, terrorismo, incitazione all’odio. Per i tanti Zaki nicaraguensi però – giovani che non tolleravano più le squadracce di Ortega e che si erano organizzati per resistere alle spedizioni punitive di polizia e squadristi nei quartieri e nelle università – non si mobilita nessuno.

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In Italia c’e’ molta attenzione per il caso di Zaki. Anche se per ora lo studente imprigionato resta dietro le sbarre

Eppure sono in carcere a decine, almeno 113 secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA), alcuni da più di tre anni e molti, liberati a seguito di una finta amnistia promulgata per coprire le violenze squadriste, sono stati di nuovo incarcerati dopo pochi giorni con accuse “comuni” (droga, detenzione di armi, furto ecc.) ad opera di una magistratura asservita al potere esecutivo. Il Nicaragua, dove di fatto non esiste alcuna separazione dei poteri, ha recentemente reintrodotto l’ergastolo e punisce con pesanti pene detentive ogni critica al governo. E le condizioni della detenzione sono anche più inumane di quelle già inaccettabili delle carceri egiziane: la privazione del diritto alla difesa, la negazione dei più elementari diritti umani, i trattamenti inumani e degradanti come la negazione delle visite parentali, la privazione della luce, del sonno, delle medicine, dell’acqua, la somministrazione di cibo contaminato da animali ed escrementi, le minacce, la nudità forzata e le violenze sessuali, la tortura nelle sue forme più atroci come le scosse elettriche, l’essere appesi a testa in giù, la rottura delle articolazioni, la violazione di uomini e donne con bastoni e canne di fucile, i pestaggi a tutte le ore del giorno e della notte, nelle carceri non sono eccezioni, ma la regola per i detenuti politici, come denunciano tutte le principali organizzazioni internazionali pro diritti umani, dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite, alla Commissione Interamericana (CIDH) ad Amnesty International. In Nicaragua non vi è più una sola organizzazione umanitaria internazionale, tutte accusate di indebita ingerenza ed espulse dal paese.

Botte, torture, umiliazioni

Rogelio Cruz Calderón, un giovane arrestato tre volte dal 2018 per aver partecipato alle manifestazioni di protesta, sequestrato in casa da polizia e squadristi, ha denunciato di essere stato torturato con l’introduzione di un coltello nell’ano. Elsa Valle, una studentessa di 18 anni al tempo della sua cattura nel 2019, ha riferito di essere stata costretta a denudarsi durante tutti gli interrogatori e di aver dovuto abortire in seguito ai maltrattamenti subiti in carcere. Rafael Acevedo, studente, denuncia di essere stato tenuto per giorni con altri oppositori in una cella inondata fino alle ginocchia di acqua di fogna per impedire loro di sedersi. Sono solo alcuni casi, e neppure i più gravi, di una realtà repressiva generalizzata.

Il Nicaragua non è l’Egitto, non ne ha il peso politico, economico, demografico e geostrategico e il Canale di Suez non è il faraonico progetto di secondo canale interoceanico destinato a far impallidire quello di Panama, promosso nel 2013 da Ortega con tanto di espropri, arresti, assassinii e deportazioni a danno delle comunità locali, e poi accantonato per mancanza di fondi. Ma meriterebbe più attenzione la resistenza alla nuova dittatura di quello che fu un paese simbolo delle lotte di liberazione latinoamericane degli anni Settanta/Ottanta, il David rivoluzionario che lottò contro il Golia imperialista. E non al contrario essere vittima anche della distrazione di alcuni amministratori locali evidentemente poco informati della situazione che vive la sua gente: la vice sindaco di Milano Anna Scavuzzo si è fatta recentemente fotografare con un console onorario del Nicaragua che le ha proposto addirittura un progetto di cooperazione tra i Vigili urbani di Milano e la “Polizia Turistica” nicaraguense, immagine che è stata puntualmente usata dal governo di Ortega per la sua propaganda.  E il sindaco di Civita di Bagnoregio Luca Profili ha discusso di un possibile gemellaggio con l’ambasciatrice Mónica Robelo (figlia di Álvaro Robelo, un faccendiere italo-nicaraguense accusato nel 1987 da Giovanni Falcone di contiguità con la mafia). Relazioni quantomeno inopportune con un regime che viola tutti gli standard democratici e si dedica anche al saccheggio delle risorse naturali (ultimo arrivato il progetto di privatizzazione dell’acqua del Gran lago Cochibolca, principale riserva idrica dell’America Centrale). E dove una ristretta oligarchia (212 persone posseggono più di tutto il resto della popolazione) condanna la maggioranza della popolazione alla miseria. Una scarsa attenzione che coinvolge peraltro anche l’Unione Europea, che ha sì colpito con la negazione del visto e il blocco dei beni sei alti funzionari del governo di Ortega tra cui il capo e il vicecapo della Polizia, ma ancora non sospende l’accordo di associazione del Nicaragua all’Unione che pure prevede una clausola democratica. Del resto l’Organizzazione degli Stati Americani, nell’anno che rischia di registrare in novembre le ennesime elezioni-farsa per Presidente e Parlamento, ha dato tempo fino a maggio al dittatore per riformare il sistema elettorale e permettere elezioni libere e trasparenti. E gli Stati Uniti non applicano integralmente il cosiddetto Nica act, permettendo che la dittatura ottenga consistenti fondi dalle banche regionali di sviluppo.

Sonni tranquilli per il dittatore

Senza pressione interna e internazionale non vi sarà alcuna riforma elettorale in Nicaragua, nessuna concessione sostanziale, nessun addolcimento delle misure repressive, nessuna elezione libera e democratica. Semmai il contrario: Ortega è un maestro nel guadagnare tempo e da quando si è accorto che la reazione della comunità internazionale è debole ha intensificato la repressione scatenando polizia e paramilitari, che entrano nelle case del Nicaragua come una forza di occupazione. Mentre i suoi parlamentari sfornano leggi repressive, la magistratura emette sentenze abnormi contro gli oppositori, veri o presunti, e la polizia giudiziaria fabbrica false prove usando come testimoni gli squadristi. I leader dell’opposizione, minacciati, spesso aggrediti fisicamente, tenuti illegalmente prigionieri nelle loro stesse case, colpiti anche dalla censura e dalle confische a danno della stampa indipendente, faticano a trovare la via dell’unità che consentirebbe secondo i sondaggi (l’ultimo di Gallup registra solo il 25% di consenso al partito di governo) di sconfiggere il regime in elezioni senza brogli.

Nell’immagine di Ehsan Habashi le sbarre di una prigione mediorientale (Iran). Dall’Egitto al Nicaragua le sbarre delle prigioni si assomigliano tutto. E spesso anche i metodi 

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