Il Brasile alluvionato di Bolsonaro

Le piogge nello Stato di Nahia riportano in prima linea l'Amazzonia. Che piani ha Lula? 

di Maurizio Sacchi

Almeno 20 persone sono morte e più di 50.000 evacuate dopo le  inondazioni catastrofiche che hanno investito  il nord-est del Brasile e sommerso interi quartieri. Le squadre di soccorso hanno usato barche ed elicotteri per raggiungere parti di Ilhéus, Itabuna, Irecê e più di 100 altre città nello stato di Bahia. Gli stati vicini hanno inviato aerei e vigili del fuoco per aiutare la polizia e i membri delle forze armate, mentre i volontari hanno distribuito donazioni di cibo, materassi e coperte per le comunità più povere.

Dopo cinque anni di siccità estrema, all’inizio di dicembre lo Stato di  Bahia  é stato investito dalle più forti precipitazioni mai rilevate a  dicembre in tre decenni, secondo i dati del centro brasiliano per il monitoraggio dei disastri naturali.  Sono crollate  due dighe, aggravando ulteriormente la situazione. “Abbiamo avuto altre inondazioni, altri disastri con morti, ma niente, assolutamente niente, con questa estensione territoriale, con questo numero di città colpite allo stesso tempo e con il numero di persone colpite da questa tempesta”, ha detto Rui Costa, il governatore dello stato di Bahia.

Questa emergenza riporta all’attenzione il tema del cambiamento climatico, che in Brasile riporta immediatamente al tema centrale della foresta Amazzonica. Ignacio “Lula” da Silva é  ben in testa su Jair Bolsonaro nei sondaggi per le presidenziali del 2022, e se eletto sposterebbe ulteriormente a sinistra gli equilibri dell’America del Sud, aggiungendosi ad Argentina, Cile, Perù e Bolivia. Ma quali siano i programmi sull’Amazzonia di un eventuale nuova presidenza Lula al momento non é chiaro.

Per più di 30 anni, coloni, agricoltori e speculatori hanno occupato, rubato e venduto terre statali che non possedevano, con la distruzione di circa un quinto della più grande foresta pluviale del mondo. I titoli di proprietà sono spesso inesistenti o falsi.

Nel 2009 il governo Lula  mise in atto una riforma della proprietà rurale in Amazzonia, nell’intento di portarvi ordine e legalità Concedere la proprietà ai residenti, nelle intenzioni del governo Lula, avrebbe dovuto contenere il commercio illegale di terra e renderà più facile sorvegliare la foresta pluviale.  E il governo dichiarava che la legge beneficiato anche i contadini impoveriti incoraggiati a stabilirsi in Amazzonia durante la dittatura militare del 1964-1985, mai stati forniti di supporto legale, sicurezza pubblica o aiuti finanziari.

La legge si proponeva di legalizzare  la proprietà di 67,4 milioni di ettari di  Amazzonia, un’area più grande della Francia, a chi potesse  dimostrare di aver occupato la terra pubblica dal dicembre 2004 sulla base di affidavit “in buona fede” da parte dei richiedenti che occupano un’area. I controlli in loco di tali rivendicazioni sono previste su appezzamenti superiori ai  990 acri.

Ma con l’avvento di Bolsonaro le buone intenzioni sono dileguate, e i piccoli appezzamenti legalizzati senza controllo sono poi stati in gran parte rivenduti alle grandi compagnie, per estendere i pascoli e le coltivazioni di soia. E la catena di produzione e distribuzione, che coinvolge anche un gran numero di camionisti e addetti alla logistica è stata una gran riserva di voti per Bolsonaro, non rivelandosi un buon ritorno elettorale per lo stesso Lula Da Silva.

“Non hanno fatto ciò che era necessario per il Paese, ma ciò che era necessario per rimanere al potere” dichiarò Marina Silva, ex ministro dell’ambiente nel governo di Lula  da Silva dimessasi iperchè n disaccordo con l’approccio del presidente alla questione Amazzonia  Ma, secondo l’ex ministro ”…il fine giustificava i mezzi”.

Da allora, Lula sembra essersi portato su posizioni più ambientaliste. Ma dovrà fare i conti con la resistenza dei settori che dipendono dall’allevamento e dell’agricoltura. E forse per questo non é chiaro come si muoverebbe in caso di rielezione.

Sulla politica estera del Brasile Lula è stato più esplicito: “Lavoreremo sull’idea di creare un blocco economico, politico e culturale per poter, insieme all’Unione Europea, affrontare la guerra fredda che gli Stati Uniti stanno cercando di stabilire con la Cina”, ha annunciato durante una visita a Buenos Aires, ad una conferenza alla Confederazione Generale del Lavoro (CGT) dell’Argentina.

L’obiettivo dell’alleanza è di evitare che il Brasile debba scegliere tra gli Stati Uniti o la Cina in quella che Lula da Silva chiama una “guerra fredda”. Per affrontare questa dicotomia geopolitica, la strategia è quella di unire le forze con l’Unione europea.

Ma anche all’Europa ha rivolto una critica:

“Il libero scambio che loro [nordamericani ed europei] difendono è che loro vendano a noi, ma quando si tratta di noi che vendiamo a loro, appaiono tariffe e problemi sanitari che impediscono la vendita”.

Sul fronte sudamericano, ha ricordato che durante il suo governo (2003-2011), sono state create l’Unione delle Nazioni Sudamericane (Unasur) e la Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (CELAC), che mirano all’integrazione regionale. La CELAC è uno spazio che include Cuba ed esclude gli Stati Uniti e il Canada per rivaleggiare con l’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), un organismo che la sinistra latinoamericana considera dominato dagli interessi statunitensi.I l governo Bolsonaro ha ritirato il Brasile dall’Unasur e dalla CELAC perché li considerava “organismi ideologici che davano risalto a regimi non democratici come Venezuela, Cuba e Nicaragua”, secondo l’allora capo della diplomazia brasiliana, Ernesto Araúj.

 

Nell’immagine, uno scatto di Maria Fernanda Pissioli per Unsplash

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