Il dietrofront del sultano

L’interferenza occidentale sul caso Osman Kavala fa infuriare il presidente della Turchia  Erdogan che minaccia l’espulsione di 10 ambasciatori. Ma che poi ci ripensa

di Filippo Rossi

Il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha annunciato lunedì mattina che intende ritirare la sua decisione di dichiarare “persona non grata” gli ambasciatori di 10 Paesi – tra cui 7 alleati Nato – de facto espellendoli dal Paese, dopo la crisi diplomatica innescata giovedì scorso dalla presentazione di un appello per liberare l’imprenditore Osman Kavala. Erdogan aveva giustificato la mossa dicendo che i tentativi di intervenire in un processo giudiziario nazionale erano “inaccettabili”. La tensione si è però attenuata dopo una riunione tenutasi fra i più alti ranghi del governo di Ankara lunedì mattina, che ha convinto il Presidente turco a non aumentare la tensione con alleati strategici e partner finanziari in un momento di difficoltà economica. La mossa coraggiosa avrebbe difatti messo in crisi le relazioni internazionali e i rapporti con l’occidente nonché la situazione della valuta nazionale: la Lira Turca, già fortemente indebolita, ha perso il 2% in poche ore nei confronti del dollaro con la riapertura dei mercati.

A calmare le acque ci hanno pensato anche gli Stati Uniti, intervenuti direttamente appellandosi all’articolo 41 della Convenzione di Vienna, il quale non permette a rappresentanti di un altro stato di interferire negli affari interni del Paese in questione e quindi scusandosi indirettamente. Una mossa imitata anche da Canada, Nuova Zelanda e Olanda, con Norvegia e Finlandia che hanno ritwittato il commento ufficiale statunitense. L’inviato dell’Unione europea, Nikolaus Meyer-Landrut, si è detto soddisfatto del calo di tensione: “Tutti hanno trovato un’ottima via d’uscita dalla crisi”.

L’espulsione fra diplomatici non è un evento nuovo per la Turchia. Negli ultimi anni è successo con Siria, Egitto e Israele, il che ha comportato il principio di reciprocità, ovvero con l’ambasciatore dell’altro Paese anch’esso costretto a lasciare la sua sede. Ma qui si tratterebbe di Paesi con i quali la Turchia intrattiene ben altre relazioni visto l’Alleanza atlantica. Ritirando la sua decisione, Erdogan ha preso una decisione ponderata. La crisi è stata scaturita giovedì 18 ottobre, dopo che una petizione congiunta firmata dagli alti rappresentanti di Germania, Francia, Stati Uniti, Danimarca, Norvegia, Svezia, Nuova Zelanda, Canada, Finlandia e Olanda è stata sottoposta alla presidenza turca. Gli ambasciatori si sono appellati a una sentenza del 2019 della Corte europea per i diritti dell’uomo a Strasburgo che richiedeva la liberazione del filantropo Osman Kavala, imprenditore e personaggio di spicco della società civile turca, detenuto senza essere stato giudicato dal 2017 rischiando l’ergastolo.

In un comunicato lanciato sabato, Erdogan ha sorpreso tutti annunciando di aver dato precise disposizioni al Ministro degli Esteri Mevlüt Cavusoglu di convocare i rappresentanti diplomatici e prepararsi a formalizzare la procedura di espulsione. Queste le sue parole: “Chi pensate di essere per dare alla Turchia una lezione del genere?”, prima di ritornare sui suoi passi. Strasburgo ha dichiarato illegittima la detenzione di Osman Kava – accusato di essere uno dei finanziatori delle proteste di Gezi Park del 2013 (di essere uno degli uomini del magnate George Soros in Turchia) e di essere stato coinvolto nel tentato colpo di stato del 2016 – e ne ha richiesta l’immediata liberazione. Kavala è stato sottoposto a giudizio molte volte negli ultimi 4 anni, senza mai ricevere una sentenza e rimanendo chiuso nella prigione di massima sicurezza di Sirvali, fuori da Istanbul.

Osman Kavala è diventato il simbolo di molti attivisti che sono stati detenuti dopo i fatti di Gezi Park del 2013. Considerato un filantropo da molti, ha partecipato a numerosi convegni e consigli di amministrazione di associazioni culturali e in difesa dei diritti umani per decenni, fondando anche la sua propria associazione nel 2002, “Anadolu Kultur”, la quale ha promosso arte e cultura, diversità e iniziative locali in tutto il paese.

Tuttora, Ankara continua a non riconoscere la sentenza di Strasburgo. La Corte europea ha dichiarato che “il continuo rinvio del suo giudizio è negativo per la democrazia, il rispetto della legge e per la trasparenza in Turchia”. Ma Erdogan, dal lato suo, ha detto che: “La costituzione mostra come la Turchia sia uno stato democratico e che rispetti i diritti umani senza intaccare il suo sistema giudiziario”. Gli oppositori politici hanno accusato il presidente di voler creare un caso diplomatico per far cadere il valore della lira e così usarla nelle prossime elezioni, previste per il 2023. Gli attivisti dei diritti umani e critici occidentali sottolineano invece come il sistema giudiziario sia contro gli oppositori di Erdogan. Il prossimo appello di Kavala è previsto per il 26 novembre, data limite che Strasburgo si è posta per dare una possibilità al governo di Ankara di liberarlo, minacciando altrimenti di prendere provvedimenti contro la sua permanenza nell’istituzione.

In copertina: Ankara in uno scatto di Febiyanr 

Nel testo: Erdogan e Osman Kavala

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