Israele/Palestina: analisi di un’escalation

I maggiori elementi di tensione, la complicata politica interna nei due Stati, la violenza sempre più diffusa e la rivolta dei giovani senza futuro nell'intervista a Ugo Tramballi

di Alice Pistolesi

Escalation, situazione esplosiva, alta tensione sono tutte parole che viene spontaneo associare alla situazione israelo palestinese. E oggi queste definizioni sono tutte calzanti. Il periodo che sta vivendo la Cisgiordania è infatti uno dei peggiori degli ultimi anni e desta sempre maggiori preoccupazioni. Ne abbiamo parlato con Ugo Tramballi, giornalista e corrispondente di guerra, oggi editorialista del Sole 24 Ore e consigliere scientifico di Ispi, oltre ad essere un grande conoscitore del conflitto israelo palestinese.

Quali sono secondo lei gli elementi più evidenti che hanno portato a questa nuova fase di altissima tensione?

Il conflitto nel corso degli anni è andato sempre peggiorando, ad eccezione forse del periodo degli accordi di Oslo. Sicuramente l’elemento distintivo di questo periodo è il nuovo governo israeliano, che non è mai stato così antiarabo e intenzionato a costruire la ‘Grande Israele’. Quello in carica è un governo che legittima ancora più degli altri il comportamento dei coloni e che porta all’esasperazione il tema religioso. La cosa peggiore che può succedere in una guerra è proprio la strumentalizzazione della religione. Appare sempre più evidente che l’obiettivo di Israele oggi è la ‘pulizia etnica’ della West Bank con espropri e vera e propria chiusura delle città. Stanno infatti cercando di creare tante Gaza.

Se passassero tutte le riforme che il Governo ha in mente la situazione diventerebbe anche peggiore. Quello che è successo a Jenin nei giorni scorsi può infatti accadere ad Hebron, a Nablus e in tutti i Territori. Vedendo la distruzione che l’esercito ha lasciato dietro di sé è poi evidente che anche le regole d’ingaggio delle forze israeliane sono state modificate e che la brutalità non è un problema.

In tutto questo c’è da considerare anche l’immobilità e la distanza sempre più accentuata della leadership palestinese dalla propria gente. Pensa che un cambio di passo sia possibile in tempi brevi?

Se in questo conflitto è molto evidente che c’è un occupante un occupato, non possiamo nemmeno non sottolineare che anche gli occupati hanno commesso in questi anni gravi errori politici. Israele, inoltre, è stato bravo a fare in modo che fossero sempre i palestinesi a dire no ai tentativi di pace, ai compromessi. Oggi l’Anp è praticamente scomparsa e a Israele va bene così. Le elezioni in Palestina non si fanno perché l’attuale leadership sa che se si andasse al voto vincerebbe Hamas.

Poco tempo fa proprio Hamas ha dato qualche segnale di apertura sul riconoscimento dello stato di Israele. Hamas ha bisogno di dimostrare che a Gaza la vita può migliorare e per questo serve che Israele conceda qualcosa. Da parte sua lo Stato Ebraico ha bisogno di sicurezza e per questo serve tenere calmo Hamas. Avevano trovato questo tacito accordo. Con questo Governo, invece, mantenere questa intesa è impensabile. Nonostante questo Hamas ha dimostrato di essere in qualche modo maturato e che, in un momento diverso, potrebbe essere un interlocutore valido. Oggi non vedo una via di uscita diplomatica. Si può solo sperare nella nuova generazione di politici, visto che Abu Mazen è molto anziano e che presto sarà necessaria una nuova leadership. Certamente una soluzione prima o poi andrà trovata perché la realtà è che in quella Terra ci sono circa 7milioni di ebrei e 7,5milioni di arabi palestinesi. L’unica possibilità forse è cambiare il paradigma e sperare in una sorta di rivoluzione sullo stile della prima Intifada: una rivolta popolare, di disobbedienza civile, che in quell’occasione spinse Israele ad un’autoanalisi politica che dette il via al processo di Pace. Non vedo però possibile questo oggi, forse tra 10 o 20 anni, con attori politici totalmente diversi.

È rimasto secondo lei qualcosa di quel periodo di disobbedienza civile da cui poter ripartire oggi?

No, quel moto è stato spazzato via dalla seconda Intifada. Oggi anche gli israeliani che si rifiutano di svolgere il servizio militare sono una estrema minoranza, mentre in quegli anni erano un discreto numero. Il fallimento del processo di pace ha piallato tutto il movimento.

C’è poi da aggiungere che anche tra i palestinesi i più benestanti che hanno studiato e hanno posizioni di rilievo sono emigrati. Sono rimasti invece i più poveri e arrabbiati, che vedono il loro futuro nel campo profughi e non ci stanno. La ribellione violenta è per loro l’unica via. Un elemento che potrebbe aiutare sarebbe un cambio di atteggiamento da parte degli Stati Uniti. Se fossero infatti più incisivi le cose potrebbero in qualche modo migliorare. Basta vedere che nelle università americane fanno parte del movimento Bds (Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) moltissimi ebrei, che votano democratico e sono contrari al sistema di occupazione.

La mancanza di futuro per i giovani si traduce in violenza. Quanto sono diffuse oggi le milizie palestinesi?

Il fenomeno è abbastanza radicato perché rappresenta la risposta istintiva e naturale alla vita che sono da anni costretti a condurre. Il gruppo Fossa dei Leoni di Jenin, ad esempio, si sta diffondendo anche in altre città. Non c’è però un disegno politico dietro, molti sono animati dall’idea della jihad, ma è evidente che non hanno armi e preparazione adatta a contrastare uno degli eserciti più forti del mondo che vende i propri sistemi di arma e videosorveglianza in mezzo Pianeta. Basta vedere che gli attacchi terroristici palestinesi oggi si fanno con le auto o con i coltelli. Inoltre i terroristi, che sono per lo più cani sciolti, vengono subito uccisi dalle forze israeliane. Israele non ha più bisogno di interrogare e arrestare. Il Paese è costellato di telecamere e spie reclutate tra gli stessi palestinesi a suon di minacce.

A volte Hamas cavalca la protesta in chiave jihadista ma, come abbiamo visto anche nel recente assedio di Jenin, nei fatti non scendono direttamente in campo e lasciano le milizie da sole. Rivendicano la protesta solo quando ci sono martiri. In quel caso guidano il funerale con le proprie bandiere e si ‘impossessano’ in qualche modo della vittima.

Il governo israeliano, però, non sembra appoggiato da tutta la popolazione, basti vedere l’affluenza alle manifestazioni che da mesi vanno avanti contro la riforma della giustizia. Si può dedurre che l’avversione possa essere anche contro l’operato nei confronti dei palestinesi?

Nel caso delle riforma della giustizia è evidente che Israele è un Paese spezzato in due. Ci sono state le piazze piene contro la riforma, ma erano gremite anche quelle delle manifestazioni dei sostenitori del governo. Sono quindi tanti coloro che sono a favore di una svolta ancora più religiosa dello Stato, ma non manca chi non è d’accordo.

Resta però una sorta di egoismo di fondo. Anche chi è contrario al governo e alla svolta religiosa, molto spesso, non mette in discussione l’occupazione. Non sono infatti molti quelli che si rendono conto che lottare per la democrazia nel proprio Paese quando si occupa un altro popolo non è esattamente coerente.

 

*Flags of Israel and Palestine painted on cracked wall background. Concept of the Conflict between Israel and the Palestinian Authorities, Nap 1 for Shutterstock

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