La fine del mito americano

Quanto avvenuto a Washington in Campidoglio ha delle cause precise. Ecco un elenco di elementi, apparentemente distanti nel tempo e nelle tematiche, ma significativi per capire cosa accade oggi

di Raffaele Crocco

Partiamo dalle macerie. Perché di questo si tratta: di macerie. Gli Stati Uniti per come li conoscevamo e si presentavano al Mondo, con il loro mito di libertà e possibilità, con la forza ritenuta divina e taumaturgica della loro “democrazia”, non esistono più. Al loro posto c’è un quasi banale Stato simile ad altri – Russia, Turchia, un po’ anche Francia, senza scendere in Africa o Asia – con manie di grandezza, guidato da leader a vocazione imperiale, che tentando ribaltare con la forza i risultati di libere elezioni. Tralasciamo la cronaca, più o meno conosciuta, di quanto accaduto nelle ultime 24 ore e andiamo al cuore della vicenda. Con una domanda: davvero siamo sorpresi? Davvero non ci aspettavamo, prima o poi, tutto questo?

Voglio farvi un piccolo elenco, di elementi apparentemente distanti nel tempo e nelle tematiche, ma significativi per capire quello che è accaduto ora. Andiamo a scuola. Negli Stati Uniti hanno qualche problema con le scienze. Solo il 28% del professori spiega ai ragazzi l’evoluzionismo, la teoria di Darwin, per capirci. Il 13% preferisce spiegare il Mondo con le teorie creazioniste, legate alla Bibbia. Il 60% non prende posizione e, quindi, non spiega la materia. In alcuni Stati della Federazione, la teoria evoluzionista è vietata per legge. Questo significa che per un buon numero di cittadini Usa, il Mondo è stato creato in sette giorni, ha poco più di 7mila anni, l’uomo è stato creato col fango e la donna deriva da una costola dell’uomo. Semplice.

Sempre negli Usa, il 18 % della popolazione è analfabeta funzionale (attenzione: in Italia la percentuale è del 28%), cioè non riesce a sviluppare un pensiero critico. Le famiglie a reddito medio sono passate dall’essere il 61% del totale nel 1971 al 51% del 2019. Insomma: passi indietro, non in avanti.

Fino al 1965, la democrazia statunitense aveva alcuni vincoli, nel senso che non tutti potevano votare. Erano esclusi dal voto coloro che non avevano sufficiente reddito e, soprattutto, quelli che non sapevano leggere e scrivere. Di fatto, questo escludeva milioni di neri. Fu il presidente Johnson – con il Voting Rights Act – a sistemare le cose, sull’onda dei disordini che incendiavano gli Usa da anni. Solo l’anno prima, 1964, era stata approvata la Civil Rights Act, che vietava discriminazioni razziali nei luoghi pubblici.

Il capitolo “guerre per la democrazia”: dal 1945 a oggi l’elenco delle guerre combattute dagli Stati Uniti in nome della democrazia è infinito. Si comincia con la guerra in Corea e si prosegue, con il Vietnam, l’invasione della repubblica Domenicana, Grenada, la prima guerra del Golfo, la Somalia, la Bosnia, il Kosovo, l’Afghanistan, la seconda guerra del Golfo con l’invasione dell’Iraq, i bombardamenti sparsi in Libia, Yemen, di nuovo Somalia. Insomma, in nome della democrazia, gli Stati Uniti hanno portato soldati e bombe ovunque. Viene da pensare che ne abbiano esportata così tanta, di democrazia, da svuotare quella di casa loro. Tant’è, perché sempre in nome della democrazia non dobbiamo dimenticare che hanno finanziato, alimentato e protetto le peggiori dittature fasciste e militari in Argentina, Cile, Nicaragua, Centro America, Africa e Asia.

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Ultimo capitolo: all’inizio del millennio, a Washington, divampò un interessante dibattito, il cui eco arrivò anche in Europa. Esperti e politici si chiedevano se gli Usa, in quel tempo considerati “guardiani del Mondo”, dovessero evolvere la propria forma, passando dalla repubblica democratica ad una struttura più verticale, di tipo imperiale. L’esempio che citavano era quello di duemila anni prima a Roma. Ne riproducevano il modello, spiegando nei dettagli i vantaggi, i miglioramenti da apportare, gli errori da non ripetere. Il tutto accadeva mentre tra il 1990 e il 2009 due famiglie – Bush e Clinton – si palleggiavano il potere, in accordo con tutti gli apparati statali. Due famiglie, due dinastie ereditarie, come quella dei Kennedy poco prima. In queste condizioni è arrivato Barack Obama, un vero guastafeste, che ha scardinato la cosa. Poi, ne è arrivato un secondo, che ha polverizzato una Clinton, vincendo sull’onda della “nomina dal basso”: Trump. Lo so, appare come una bestemmia, ma bisogna dirlo: il meccanismo della vittoria di Obama e Trump è stato il medesimo, cioè il rifiuto dell’apparato, delle famiglie di potere che si perpetuano, delle lobby. Sono state – in direzione completamente opposta – due vittorie di rivolta. Il problema con Trump, è che il linguaggio e i metodi che ha usato sono quelli para fascisti, sovranista e totalitari che in tutto il Mondo uccidono la democrazia, di certo non la migliorano. Se, come è accaduto, la democrazia perde rappresentanza – cioè la capacità di ascoltare tutti e di regolare il confronto attraverso regole condivise e accettate – diventa populismo, approvazione orba delle tesi di qualcuno che ci fa sentire “individualmente” rappresentati, sicuri, importanti. È successo nel ’22 in Italia, nel ’33 in Germania, negli anni ’40 in Argentina: tutti totalitarismi nati dalle urne, dal voto popolare, dalla certezza diffusa che fosse meglio abbassare la rappresentanza democratica per dare deleghe a pochi.

Negli Stati Uniti è accaduto la stessa cosa. La democrazia ha perso slancio nell’affermarsi delle lobby. Si è disintegrata nelle contraddizioni di una società pensata con un vertice – bianco, cristiano e ricco – e una base utile solo ad alimentare il vertice. È morta sotto i colpi di un populista attaccato al potere, capace però di parlare alla pancia di una parte della popolazione, ormai abbruttita da un’informazione scadente o nulla, da una scuola che non prepara i cittadini, dall’analfabetismo di ritorno e dal riaffermarsi della povertà in assenza di diritti del lavoro.

Tutto questo ce lo abbiamo davanti da anni e non solo negli Usa. Trump, come sempre, come in ogni umano evento, di tutto questo è stato effetto, non causa. La crisi del mito della democrazia Usa è vecchia almeno quanto il mito stesso. L’unica differenza è che le contraddizioni, questa volta, sono finite in televisione e sui social.

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