Lago Ciad, una crisi senza fine

La riserva d'acqua nel Sahel (e chi la abita) è sempre più vittima del cambiamento climatico, della desertificazione e della guerra

Più volte, negli anni, abbiamo scritto e ci siamo occupati del Lago Ciad, una fragile riserva d’acqua nel Sahel vittima del cambiamento climatico e della desertificazione, che ne ha ridotto la superficie del 90% dal 1960 ad oggi (dai 20mila chilometri quadrati di venti anni fa ai soli duemila odierni).

Nella Regione del Lago, più della metà della popolazione (circa 110mila persone disseminate nella rete di isole, canali e specchi d’acqua che costituisce la riva del lago), il 61% delle persone, ha abbandonato la propria casa (e non una sola volta) ed è sfollato. Di questi, il 60% sono minori. Nella regione del Lago confluiscono infatti molti di coloro che fuggono dagli attacchi del gruppo terroristico Boko Haram.

Secondo quanto rilevato dall’Unhcr, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, la situazione è peggiorata ancora alla fine di marzo 2020, quando migliaia di persone sono fuggite dalle proprie case e dai villaggi, dopo che le forze di sicurezza di Niger, Ciad, Nigeria, e Camerun hanno lanciato l’operazione ‘Ira di Boma’ presso le rive del Lago. Le autorità del Ciad hanno dichiarato i dipartimenti di Fouli e di Kaya zona di guerra a tutti gli effetti.

Per molti anni, conflitti armati e violenze hanno messo a dura prova sia la regione del Sahel sia quella del Lago Ciad. Dal punto di vista umanitario la situazione è estremamente drammatica e l’accesso a tutta l’area è limitato. Circa 3,8 milioni di persone sono sfollate all’interno di entrambe le regioni e 270mila vivono nei Paesi limitrofi come rifugiati.

La ong Intersos è al momento l’unica organizzazione umanitaria a portare aiuto tra le isole di cui è disseminata la sponda settentrionale del lago, in Ciad. La ong si occupa di fornire di acqua pulita e servizi igienici, della distribuzione di sementi e altri beni di prima necessità, aiuti alla pesca nel rispetto dell’ambiente.

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“La crisi del Lago Ciad – racconta il capo missione di Intersos Papy Kabwe – è oggi la somma di tre fattori di crisi strettamente interdipendenti tra loro: una crisi di sicurezza, con oltre 300mila sfollati, violenze, scontri armati, e conseguenti elevati bisogni di protezione; una crisi ambientale, nella quale le inondazioni stagionali fanno da estremo contraltare alla crescente desertificazione, alimentando l’insicurezza alimentare; una crisi sanitaria, fondata sul limitato accesso ai servizi medici fondamentali. Nessuno di questi tre fattori sembra destinato a un miglioramento”.

Il Covid19 ha reso la vita della popolazione ancora più difficile a causa della pressione sul già fragile e inadeguato sistema sanitario, con un aumento dell’87% di persone bisognose di assistenza (da 950mila a 1,8milioni secondo le stime delle Nazioni Unite) e della chiusura delle frontiere con le conseguenti limitazioni all’approvvigionamento di cibo e altri beni essenziali.

A tutto questo si somma la scarsa benevolenza del clima: il 2020 e i primi mesi del 2021 si sono verificate straordinarie inondazioni che hanno portato alla distruzione di villaggi e all’abbandono di raccolti e bestiame.

Una situazione drammatica che non è però supportata dal sostegno internazionale. Dal 2015 al 2020, i finanziamenti si sono fermati a meno del 50% delle necessità individuate. Oggi mancano strutture mediche ed educative e beni di prima necessità. Secondo i dati forniti da Intersos, 19mila persone muoiono ogni anno in Ciad per l’impossibilità di accedere all’acqua pulita e all’igiene, con il conseguente di diffondersi di malattie. Nelle isole, alcune di queste carenze sono ancor più evidenti.

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