Cuba elimina la doppia moneta

Un'economia in crisi profonda. E una transizione difficile

di Maurizio Sacchi

Cuba si avvia a una importante riforma economica: l’eliminazione della doppia moneta, che dalla rottura con la Russia e dal cosiddetto “periodo especial” che ne è seguito, ha rapresentato un tentativo di risposta alla crisi economica che ne è derivata. Sottoposta alle sanzioni economiche degli Stati uniti, e privata del principale partner commerciale, Cuba è entrata in una profonda crisi economica, con scarsità di beni di consumo anche essenziali.

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Quando l’Unione Sovietica si è sciolta nel 1991, il peso ha perso gran parte del suo valore con il tasso di cambio che è sceso a 125 pesos per dollaro USA. Recentemente, ha oscillato trai  23 e i 25 pesos per dollaro. Nel 1993, durante il periodo di austerità economica noto come Periodo Speciale, il dollaro ha avuto corso legale per incoraggiare la moneta forte ad entrare nell’economia. Il dollaro è stato la valuta utilizzata per acquistare alcuni beni e servizi non essenziali, come cosmetici e persino generi alimentari e bevande di base.

Nel 1994, è stato introdotto il peso convertibile, detto CUC,  valutato alla pari con il dollaro. Inizialmente, non potevano circolare più pesos convertibili di quanti dollari fossero depositati nelle casse governative. Le imprese cubane utilizzavano un “tasso ufficiale” artificiale di 1 CUP = 1 CUC = US $ 1, mentre le Cadecas (Casas de Cambio) di proprietà del governo cambiavano contanti a tassi “non ufficiali” ma fissati dal governo, che erano più vicini ai tassi di cambio nel mercato nero. Un mercato nero in dollari che è diventato da allora sempre più fiorente, e che è stato di fatto tollerato. L’afflusso di dollari è stato garantito principalmente dal turismo.

L’8 novembre 2004, il governo cubano ha ritirato i dollari dalla circolazione, dichiarando la necessità di ritorsioni contro ulteriori sanzioni statunitensi. Dal 2014, i negozi statali che avevano precedentemente venduto esclusivamente in CUC, hanno iniziato a vendere in entrambe le valute. Nella vita quotidiana, questo ha prodotto fratture e disequilibri macroscopici. I lavoratori del settore turistico, pagati in dollari, a cui si aggiungevano le mance in valuta forte, hanno visto aumentare il loro potere di acquisto in maniera totalmente diversa da quanto avveniva nel resto della società: al punto che in pochi giorni potevano guadagnare l’equivalente del salario di un medico cubano. Il mercato nero di beni stranieri è cresciuto a dismisura, e con esso un’economia sommersa, che il governo ha di fatto accettato, se non riconosciuto formalmente.

Un riforma in dieci anni

Per tentare di dare una soluzione a questa problematica, il governo cubano ha annunciato già da dieci anni, dal V Congresso del Partito comunista di Cuba del 2011,  una riforma per eliminare la doppia moneta. E con il 1 gennaio 2021 la riforma è ufficialmente partita. Ma circola molto scetticismo sull’efficacia e sugli effetti reali che questa riforma possa produrre. Specie perché si colloca in un momento assai difficile: Il vice Primo ministro e capo dell’economia e della pianificazione cubano, Alejandro Gil Fernández, ha riferito che il PIL è diminuito dell’11% nel 2020 e che nel piano per il 2021 è stata proposta una crescita del 7%.Obbiettivo difficile da raggiungere, perché il crollo del turismo e le altre conseguenze della pandemia sono destinate a durare, ed è incerta la cessazione delle sanzioni da parte americana su Cuba, malgrado il cambio di amministrazione.

A questo proposito, il cubano Juan Triana, dottore in scienze economiche, specialista in questioni economiche cubane, editorialista per OnCuba scrive: “L’ambiente internazionale non aiuta affatto: l’inasprimento del blocco, un’economia mondiale in recessione e una pandemia globale, con costi immensi nelle vite e nell’economia mondiale. A questo vanno aggiunte difficoltà interne. Non insisterò su di esse, sottolineerò solo che il nostro sistema produttivo oggi non è in grado di fornire una risposta a breve termine (parlo dei prossimi sei mesi) alle esigenze che la riforma genererà. Vorrei sbagliarmi.”

Le “difficoltà interne” a cui fa riferimento il professor Triana consistono essenzialmente in un sistema produttivo ufficiale ancora ancorato al più tradizionale e rigido modello socialista, basato sulla pianificazione governativa, a cui si affianca un vasto settore informale, che secondo i calcoli che trapelano anche da documenti ufficiali, vale circa il 40 percento dell’economia dell’isola. Infatti, Triana fa notare che ciò che avverrà dopo il ritiro del peso convertibile non sarà affatto la circolazione di una moneta unica, ma la coesistenza del peso cubano con un mercato più o meno illegale in dollari, affiancato dalla circolazione al mercato nero di merci importate più o meno illegalmente.

Insomma, la crisi economica cubana difficilmente vedrà un miglioramento da questa riforma. Sono state annunciate misure nel tentativo di ridurre il divario fra i salari degli impiegati dello Stato e delle imprese statali da una parte, e il reddito dell’economia informale. Aumenti dei salari, in previsione dell’inflazione che sarà generata dalla riforma, fino al 550 percento, mentre le tariffe dei servizi aumenteranno “solo” del 500 percento. Mentre per i redditi dell’economia informale non è previsto alcun tipo di ristoro. E anche nel settore pubblico, si prevede una forma di privatizzazione delle aziende statali, che dovrebbe portare a una maggiore trasparenza sui loro costi e ricavi.  Per vedere un miglioramento dell’economia in generale, e delle condizioni di vita, sarebbe però necessario che il sistema produttivo si aprisse ai mercati internazionali, cosa che non dipende solo dal sollevamento delle sanzioni che durano ormai da 60 anni, ma anche da una quasi totale mancanza di trasparenza del sistema, e da regole per gli investimenti stranieri non certo rassicuranti. La transizione da un economia socialista di vecchio stampo a un modello più razionale ed efficiente non è comunque un’impresa impossibile: anche tralasciando l’esempio cinese, che per dimensioni e potenzialità è troppo diverso per servire da modello, il caso del Vietnam mostra che esistono altre vie, che non siano necessariamente quella di consegnarsi al modello neoliberista che ha prodotto in tutta l’America latina le diseguaglianze e le proteste che hanno infiammato le strade da Bogotà a Santiago del Cile negli ultimi due anni. 

Nell’immagine, propaganda di Stato su un muro dell’Avana. Uno scatto di Stanislav Rabunski per Unsplash

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