Guerra, informazione e nuovi media

E' sempre vero che la verità è la prima vittima dei conflitti? E i mille occhi in più che oggi li documentano ci aiutano davvero a capire cosa succede? Una riflessione sul mestiere del giornalista e sugli strumenti che abbiamo nell'era di Internet

“La prima vittima della guerra è la verità”
Ivo Andrič

di Emanuele Giordana

Le guerre del XXI secolo hanno più occhi di quanti non le osservassero nel XX. Forse, dunque, in grado di attenuare il famoso aforisma di Ivo Andrič secondo cui la prima vittima della guerra è la verità. Nel secolo scorso c’erano solo televisioni, radio e giornali con un piccolo esercito di professionisti. La fotografia aveva un ruolo fondamentale e con lei il piccolo schermo, entrambi in grado di restituirci le immagini e dunque un immaginario. Un immaginario per forza di cose limitato, proprio perché patrimonio di una categoria e dunque di uno sguardo, per quanto colto, formato e attento. Le cose cambieranno radicalmente con la diffusione massiccia di Internet ma, almeno in Italia, l’informazione comincia in realtà a cambiare quasi trent’anni prima con un fenomeno diffuso e innovativo: la nascita delle cosiddette Radio Libere che una sentenza del 1974 libera dalle catene del monopolio. Sono i primi occhi – o meglio le prime voci – che accompagnano i magazine di nicchia, le pubblicazioni di settore, i fogli politici che fanno il contro canto (si diceva la “contro informazione”) ai media istituzionali. Ma negli anni Novanta Internet inizia a farsi strada. Sorgono le prime piattaforme che faticosamente scavano in una rete in formazione il cui sviluppo diventa, agli inizi del nuovo secolo, velocissimo.

Ivo Andric

Nei primi dieci anni di questo secolo il vero balzo in avanti al giornalismo lo fanno fare i social network: Facebook nel 2004, Twitter nel 2006 e Whatsapp nel 2009. E’ una strada che prosegue da Instagram a TikTok e chissà verso che altro: già nel 2004 ci sono circa 14 milioni di blog! Questo sviluppo diventa la base di massa dello street journalism o giornalismo partecipativo che nasce come movimento già negli anni Novanta del secolo scorso ma che si afferma prepotentemente nei primi anni Duemila con lo sviluppo dei social che aprono le porte a chiunque voglia dire, testimoniare, sottolineare, descrivere ciò che vede, sente, pensa. E’ una rivoluzione la cui portata non ci è ancora chiara e da cui emergono luci e ombre. Non apre solo la strada agli “aspiranti” reporter ma arricchisce il giornalista di nuovi strumenti anche se con le dovute cautele. Intanto cambia il mercato del lavoro: comunicazione e informazione, un tempo riservate a una piccola élite chiusa, diventano adesso materia per sempre più giovani laureati. Aumenta la platea degli occupati con contratti volatili o inesistenti e diminuiscono i salari. L’élite si restringe con compiti soprattutto organizzativi e compra fuori dalle redazioni. Sorgono agenzie di servizio, piccole associazioni di free lance, giovani avventurieri dell’informazione che si fanno le ossa sul campo.

Rompere gli schemi

Le luci di questo fenomeno riguardano sia la capacità di produrre più informazione sia quella di rompere gli schemi classici del giornalismo che, a volte, seguono regole stereotipate. Ne sono una prova le situazioni di emergenza nelle quali di solito il giornalismo classico si affida a schemi fissi: in caso di terremoto, per esempio, lo schema di solito segue un copione che i primi due giorni si concentra sui morti (spesso ingrossando i numeri), poi polemizza sul ritardo degli aiuti (connaturato alla natura stessa di un’emergenza che richiede comunque una logistica complicata), infine sui rischi di un’epidemia (spesso inesistenti) o sui soggetti a rischio (donne, bambini). Uno schema (qui riassunto in maniera molto semplificata) che ignora i bisogni reali (tipo di farmaci necessari), distoglie dai problemi veri (ruolo della protezione civile) e spesso arreca pure dei danni (persino un eccesso nell’arrivo di aiuti inutili dovuti alla pressione mediatica sui decisori politici). La presenza di più occhi però, può oggi arrivare a una lettura più profonda anche se il diktat dei giornali (cioè la domanda) tende sempre ovviamente a condizionare l’offerta.

Ma il caso più interessante sono ovviamente le “emergenze complesse”, com’è il caso di una guerra in cui si mescolano diversi elementi: l’aspetto militare, quello umanitario, le vittime e la logistica dei profughi, ovviamente le relazioni internazionali. La moltiplicazioni di occhi, approcci, scelta della gerarchia delle notizie e diversificazione dell’offerta può avere un ruolo importante e a volte determinante. Può scalfire il muro della propaganda – che si è fata sempre più raffinata – e offrire un punto di vista diverso: cercare nelle pieghe del conflitto altri tipi di racconto o di attenzione. Alle vittime per esempio o ad attori misconosciuti (Ong, minoranze, organizzazioni perseguitate etc).

Luci e ombre

Le ombre però sono altrettanto presenti. La prima riguarda l’esposizione fisica personale di giovani che scelgono il reportage di guerra senza averne grande esperienza o addirittura improvvisandosi. Offrono angolazioni anche spericolate rischiando la pelle senza avere una copertura assicurativa. Sono dunque anche condizionati dalla necessità di denaro oltreché di protezione e sono dunque più fragili sotto questo aspetto rispetto al reporter salariato che ha denaro e protezione (stanno di solito quasi tutti nel medesimo posto – alberghi con connessioni e scorte sicure – e sono identificabili e quindi facili da proteggere) e che ha alle spalle macchine predisposte a sostenerli ed eventualmente a evacuarli. Macchine in grado di agire su ambasciate e governi.

L’esperienza è un fattore importante quando non decisivo. Si può rifiutare l’idea dell’ “inviato di guerra” – è sufficiente la deontologia che si applica in un qualsiasi reportage di cronaca – ma non è facile districarsi in una situazione che presenta pericoli fisici costanti e la presenza degli strumenti della propaganda politico-militare che sono vere e proprie armi tattiche. Elementi che richiedono, oltre al buon senso, un’esperienza che si forma nel tempo (inutile ricordare che cameraman e fotografi sono i più esposti per la natura del lavoro che fanno). L’esperienza è anche l’elemento che certifica la credibilità di ciò che si riferisce, il vaglio delle notizie, la capacità di leggere oltre i bollettini di propaganda, le dichiarazioni dei politici, le opinioni del singolo. Infine, oggi, si richiede al giornalista di essere di più: fotografo, cameraman, reporter. A discapito della qualità.

L’ossessione della copertura

Siamo dunque più informati ma siamo anche più esposti a un “bombardamento” di notizie che giornali e tv richiedono sempre di più durante un conflitto. Anche qui con luci e ombre. La luce è quella di una pressione positiva che si concentra sul conflitto e che obbliga i decisori politici a prendere decisioni. La luce – proprio grazie ai “mille occhi” in più – è l’attenzione a fenomeni una volta sotto stimati (per esempio quanto fanno i movimenti di dissenso interno e quelli pacifisti o l’azione degli umanitari). L’ombra può riguardare invece un eccesso di zelo nel riferire il dramma con un racconto martellante che si trasforma in angoscia collettiva e può produrre il desiderio atavico di difendersi, quindi di armarsi o riarmarsi (come per altro sta accadendo durante il conflitto ucraino). Questa ossessione da copertura continua – con le sue luci e le sue ombre – si alimenta tantissimo proprio grazie alla presenza di free lance in grado di far fronte a una vorace domanda di informazione.

Ma questa pagina del nuovo giornalismo del 2000 resta tutta da scrivere. E’ chiaro che è nata una nuova leva di reporter, spesso molto giovani, motivati ma anche spinti dalle poche certezze presenti in un mondo del lavoro sempre più precario. Una pagina dunque che richiede anche una riflessione sulle tutele – fisiche e finanziarie – per chi rischia la vita per raccontarci la guerra. E che richiede sempre e comunque di porsi ancora nuovamente la questione sollevata da Andrič sula verità come prima vittima di un conflitto.

Emanuele Giordana, che insegna tecniche di scrittura e giornalismo nelle emergenza alla Scuola Basso di Roma e all’Ispi di Milano, ne parla sabato 26 marzo alle 10.30 con la conduttrice Monica Bonetti e David Puente cacciatore di fake e responsabile del progetto fact-checking nella redazione di Open.online. Nel programma Moby Dick, dalle 10 alle 12 su RSI Rete Due. Per riascoltare clicca qui

La foto in copertina è di Andrew Neel

 
 

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