Se il conflitto diventa anche censura

Negli scontri bellici una delle prime vittime è l'informazione. Anche la crisi ucraina rispetta il copione

di Ambra Visentin

Mentre a Mosca si continuano a oscurare giornali e siti russi ed esteri (come la Bbc e altri) che si occupano della guerra ucraina, anche in Europa, nei primi giorni di marzo, la libera informazione ha subito un duro colpo, cadendo vittima di una guerra “preventiva”. L’Unione europea ha infatti vietato le trasmissioni di alcuni media vicini al Cremlino come Russian Today (RT) e Sputnik sul proprio territorio. Una misura intesa da Ursula von der Leyen come «strumento per bandire disinformazione tossica». Il provvedimento si baserebbe su un regolamento del Consiglio europeo adottato nel 2014 riguardante misure restrittive nei confronti della Russia in risposta alle sue azioni di destabilizzazione dell’Ucraina. «È una misura stupida (…) e discutibile in termini di legittimità – ha commentato lo storico Fabrice d’Almeida, esperto di media e propaganda, a Franceinfo – Quando censuriamo i media, siamo in guerra, ma noi non siamo in guerra e ci sarà reciprocità da parte dei russi».


Gli attacchi ai rispettivi media infatti, iniziati un mese fa, non sono finora mai rimasti senza risposta.
Già ad inizio febbraio in seguito alla decisione della Germania
 di fare cessare le attività ad RT DE (sede tedesca del canale Russian Today), il Ministero degli Affari Esteri russo ha annunciato la chiusura dell’ufficio della società televisiva e radiofonica tedesca Deutsche Welle nella Federazione Russa. In un comunicato, il sindacato dei giornalisti francesi si è dichiarato contrario alla misura adottata dall’UE e dichiara che «non si difende mai la libertà attaccando i giornalisti». La redazione di RT France sarebbe ad esempio chiaramente “posizionata” e per questo verrebbe anche spesso criticata. «Tuttavia – continua il comunicato – Intimidazioni e minacce di rappresaglie non hanno mai fatto progredire la causa della libertà di stampa». Espellere o bandire canali e giornali, conclude il sindacato, equivarrebbe dunque ad una riduzione del pluralismo dell’informazione.

Dall’altra parte della “linea di trincea”, la caccia ai mezzi d’informazione europei e filo-europei (i cosiddetti “agenti stranieri”) non è certamente storia recente. Tuttavia la presa di posizione di alcuni media interni che si sono espressi apertamente contro la decisione di Putin di entrare in guerra e la diffusione da parte di questi ultimi di informazioni contrarie alla propaganda governativa hanno inasprito la crisi dell’informazione. Il primo marzo la Procura Federale ha infatti imposto l’interruzione delle trasmissioni ai canali di informazione televisiva e radio indipendenti Dozhd e Echo Moskvy, con sede a Mosca. L’accusa è di aver «pubblicato informazioni contenenti appelli all’estremismo, violenza contro i cittadini russi, violazioni di massa dell’ordine pubblico e della sicurezza pubblica e partecipazione a “eventi pubblici di massa”». Un blocco che a detta della Direttrice generale di Dozhd Natalya Sindeieva potrà forse aver fine se l’argomento Ucraina non verrà più toccato. «Il sentimento anti-russo in Europa cresce (…) ma Putin non è la Russia, ci sono moltissime persone che si preoccupano per quello che sta accadendo tanto quanto loro (i cittadini europei NDR)», ha dichiarato Sindeieva, ricordando che i suoi giornalisti continueranno a lottare per fare informazione.

La censura non risparmia nemmeno il mondo della cultura. Se la Filarmonica di Monaco di Baviera ha licenziato il direttore russo Valery Gergiev, in Italia l’Università Bicocca ha messo in discussione il contenuto del corso su Dovstojevskij tenuto da Paolo Nori, decidendo di rimandarlo (salvo poi ritrattare la decisione) per «evitare polemiche in un momento di forte tensione». «Lo Stato d’assedio, requisito tecnico per poter attuare censure dirette ai giornali e sorvegliare l’informazione, non è ancora stato proclamato», ricorda d’Almeida ma forse questi provvedimenti europei rappresentano già una dichiarazione d’intenti bellici.

In copertina foto di Michael Dziedzic

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