La piazza del Senegal

Nel Paese, considerato uno dei paesi più stabili del Continente, le proteste provocate dall'arresto del leader di opposizione e dal malcontento popolare non si fermano

Le strade del Senegal si incendiano. Le proteste sono partite dopo l’arresto, mercoledì 3 marzo, di Ousmane Sonko, principale oppositore del governo e leader del partito di opposizione Pastef – Les Patriotes.

Nel Paese, considerato uno dei paesi più stabili dell’Africa e l’unico della Regione Occidentale del Continente a non aver mai subito un colpo di Stato, le vittime degli scontri con la polizia sarebbero già otto e la tensione non accenna a diminuire.

Dopo le violenze nella capitale, Dakar, e in altre città del Paese, il ministro dell’Interno Antoine Felix Abdoulaye Diome ha promesso di utilizzare “tutti i mezzi necessari per un ritorno all’ordine” e anche accusato Sonko, tramite la tv nazionale, di “lanciare appelli alla violenza”.

Nonostante il tono perentorio del ministro il Movimento per la difesa della democrazia (M2D), la forza di opposizione alla guida delle manifestazioni composta da una coalizione di partiti di opposizione e gruppi di attivisti, aveva annunciato nella giornata di venerdì 5, altri giorni di protesta.

Come spesso accade l’arresto di Sonko ha rappresentato la famosa goccia che fa traboccare il vaso ed è stato il pretesto per far emergere il malcontento popolare. Il movimento è composto infatti per la grande maggioranza da giovani, disoccupati e che vivono in un contesto aggravato dalle restrizioni antipandemia e dalla crisi economica che il Covid 19 ha esasperato. Il 7 marzo il difensore civico Alioune Badara Cissé, ha elencato le difficoltà dei giovani, che a suo parere non hanno altra prospettiva se non quella di “attraversare gli oceani senza alcuna protezione”. La dichiarazione di Cissé è ripresa sui social network, che stanno ricoprendo un ruolo di primo piano nella crisi.

Secondo la Croce Rossa senegalese, 235 persone sono rimaste ferite durante le proteste del 5 marzo a Dakar. Secondo i resoconti dei media, circa 100 persone sono state arrestate, inclusi sei membri del gruppo di attivisti “Y’en a Marre” il 5 marzo. Tra loro il rapper e membro fondatore, Cheikh Oumar Touré “Thiat”.

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Alcuni manifestanti hanno attaccato i simboli della presenza francese: supermercati Auchan, pompe di benzina Total, autostrade a pedaggio Eiffage. I manifestanti hanno preso di mira e vandalizzato anche l’edificio di Dakar dove hanno sede la radio RFM e il giornale Le Soleil, considerati vicini al presidente Sall. Due emittenti televisive, Sen TV e Walf TV, sono state invece oscurate dal governo perché accusate di incitare l’insurrezione. Sono state imposte anche alcune restrizioni all’utilizzo di Facebook, WhatsApp e YouTube. La Francia è infatti accusata di proteggere il presidente Sall, considerato troppo vicino a Emmanuel Macron.

Macky Sall è presidente del Senegal dal 2012, quando venne eletto al posto Abdoulaye Wade, che aveva cercato il suo terzo mandato nonostante la legge ponesse il limite di due mandati. All’epoca Sall era stato sostenuto proprio da moltissimi giovani.

Il sentimento antifrancese è forte in Ousmane Sonko, che nel febbraio 2020 aveva rilasciato a El Pais un’intervista in cui denunciava il “saccheggio delle risorse africane”, la corruzione e il suo rifiuto della presenza francese nel Sahel o del franco CFA, come moneta ereditata dal colonialismo. Ousmane Sonko, ispettore fiscale senegalese e deputato dal 2017, era arrivato terzo alle elezioni presidenziali del 2019, è uno dei principali concorrenti di quelle del 2024. È accusato di “stupro e minacce di morte”, ma si dichiara innocente. I suoi sostenitori parlano di un complotto per eliminarlo.

Sono stati numerosi gli appelli internazionali per evitare il peggioramento della situazione nel Paese, dove alle proteste dovute all’arresto di Sonko e allo scontento popolare, si uniscono le pulsioni indipendentiste del Movimento delle Forze Democratiche (Mfdc) nella regione del Casamance e la scoperta di alcune cellule jihadiste. Il presidente Sall aveva infatti recentemente riferito che lo Stato Islamico aveva l’intenzione di volersi “espandere fino all’oceano Atlantico, attraverso il Senegal”.

*In copertina la protesta in Senegal, foto tratta da Africa Express

di Red/ Al.Pi.

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