La recessione tedesca e la nuova leadership europea

Per mettersi al riparo dalle difficoltà economiche, Berlino sembra cercare principalmente un rafforzamento dei rapporti transatlantici e nella Nato, piuttosto che in Unione Europea

di Ambra Visentin 

La Germania entra in recessione e tutta Europa trema nel timore che anche questo “virus” si espanda a macchia d’olio. L’economia tedesca, fondata sull’industria che rappresenta il 20% del suo PIL, deve affrontare simultaneamente e in poco tempo profondi cambiamenti nel suo sistema economico. Già indebolita dalla pandemia, a causa dei problemi legati alle difficoltà di approvvigionamenti, ora la nuova congiuntura e la guerra in Ucraina le hanno tolto l’alleato che sosteneva la sua economia altamente energivora, la Russia, e il suo principale partner commerciale, con un volume di scambi commerciali di 246,6 miliardi di euro (un terzo dell’intero volume europeo), la Cina. Quest’ultima è sempre più indipendente dalle esportazioni tedesche e non solo. Un’inflazione persistente del 7,2% ha fatto poi diminuire il consumo interno della Germania, limitando gli sbocchi della produzione. I tassi di riferimento della Banca Centrale Europea, rialzati per contenere quest’inflazione, hanno rincarato il costo del capitale e ridotto gli investimenti delle imprese, aumentando i costi di produzione e riducendo la competitività delle aziende. Il risultato è una contrazione delle esportazioni nel complesso.

Collaborazione con Stati Uniti e Nato

Per mettersi al riparo, la Germania sembra cercare principalmente un rafforzamento dei rapporti transatlantici e nella Nato, piuttosto che in Unione Europea. Diverse, infatti, le misure che impattano in modo negativo sia la difesa europea che la cooperazione franco-tedesca, come il ritiro dal programma di pattugliamento marittimo francese MAWS per comprare materiale statunitense P-8 A (Poseidon). Le ragioni sono di tipo geografico – la Germania è più esposta ad una potenziale offensiva russa, anche sul Baltico – ché attinenti al suo arsenale difensivo, non disponendo, come Francia e Regno Unito, di mezzi di dissuasione nucleare nazionali. Per far fronte ai propri impegni con la Nato, la Germania ha portato le spese militari dal 1,3% (2010-2020) al 2% nel 2022 con una spesa annuale di 80 miliardi di euro e un investimento da 100 miliardi in 5 anni. Di questi, 40,9 miliardi sono destinati principalmente all’acquisto di aerei da caccia F-35 (che possono portare le bombe nucleari americane B-61). Una strategia che, assieme con la creazione del sistema di difesa anti-area Skyshield, mette in evidenza i vantaggi di un’interoperabilità con i sistemi americani e la Nato.

Il rapporto franco-tedesco e la leadership europea

La stabilità finanziaria, cardine irremovibile nella politica europea imposto dalla Germania, ha causato un graduale allontanamento dalle posizioni della Francia e di altri Paesi membri dell’UE. Se nel 2019 il trattato d’Aix-la-Chapelle rinnovava la partnership franco-tedesca ponendosi come obiettivo di preparare congiuntamente l’Europa alle sfide del XXI secolo, nello stesso anno il Presidente francese Emmanuel Macron ha introdotto una nuova strategia diplomatica nei confronti della Germania che si può definire “leading from behind”, dando inizio a quello che ha definito “l’era di un prolifico confronto”. Questa strategia consiste nel creare grandi alleanze che sostengano le sue proposte per fare pressione a Berlino. Un sistema che ha funzionato sia nel caso del programma, ideato con l’Italia, NextGeneration EU, che per la lotta al cambiamento climatico. Al vertice di Sibiu del 2019, Macron aveva infatti organizzato un’alleanza di otto Paesi a favore della proposta di utilizzare il 25% dei fondi del bilancio proprio per la le misure salva-clima.

La Francia approfitterà della recessione tedesca per portare all’estremo la lotta per la leadership europea? Economisti e ricercatori non considerano questa una via percorribile. Nathalie Chusseau, professoressa di economia all’Università di Lille, mette in evidenza la forte interdipendenza economica di Francia e Germania, sulla cui collaborazione è stata fondata la stessa Unione Europea. Il 20% dell’export totale francese va infatti in Germania, per un valore di 15 miliardi di euro che corrisponde allo 0,1% della ricchezza nazionale del PIL. Per rafforzare la sovranità dell’Europa, come sostenuto da Éric-André Martin, Segretario generale del Comitato degli studi sulle relazioni franco-tedesche (CERFA) presso l’Istituto francese delle relazioni internazionali, occorre sempre un compromesso franco-tedesco. La Germania deve quindi far fronte alle proprie responsabilità per il funzionamento dell’UE, condividendo il carico con i suoi partner, la Francia in prima battuta.

Transizione ecologica. Nessuno si salva da solo

La Germania, come sostiene Christian Saint-Etienne, Professore di Economia industriale presso il Conservatorio Nazionale delle Arti e dei Mestieri di Parigi, potrebbe star sperimentando per prima il principio della mutazione economica mondiale legata da un lato al rafforzamento dell’industria automotive cinese e dall’altro alle difficoltà economiche per affrontare la transizione ecologica che pone il problema dei grandi investimenti dedicati al passaggio al green che rischiano di causare stagnazione. Per Chusseau è indispensabile introdurre maggiore flessibilità sulla politica dei debiti in Europa per affrontare questa svolta epocale green. L’appello alla Germania è chiaro, resta da vedere se questa risponderà o se si andrà verso un Europa sempre più disgregata.

In copertina il Reichstag  (Cezary p – ) Opera propria)

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