La repressione non ferma la resistenza birmana

Il Movimento di disobbedienza civile continua ma sempre con maggiori difficoltà.  Le nuove accuse ad Aung San Suu Kyi. La presa di posizione dei monaci. Lo stallo sulle sanzioni. Scontri con le autonomie regionali armate

di Emanuele Giordana

Nel riepilogo reso noto ieri sera dall’Assistance Association for Political Prisoners (Aapp), i morti al 18 marzo dovuti alla repressione del Movimento di disobbedienza civile del Myanmar sarebbero arrivati a 224, mentre i prigionieri nelle carceri della giunta sarebbero 1928, a fronte di 2258 arresti. E mentre la periferia del Myanmar si incendia con scontri a fuoco tra gruppi armati regionali e polizia ed esercito fedeli ai golpisti del 1 febbraio, l’operazione di contenimento della protesta continua a produrre vittime e nuove accuse farsa ad Aung San Suu Kyi.

In un Paese ormai al collasso, dove è difficile tra l’altro sapere se si va aggravando la situazione del Covid-19, i gioiosi cortei delle prime settimane stanno ormai cedono il passo a un paesaggio di guerriglia urbana dove si cerca di resistere agli arresti indiscriminati e soprattutto alle pallottole sparate mirando alla testa. Gran parte delle notizie continuano ad arrivare attraverso i pochi giornali birmani che riescono comunque a trasmettere via Rete (da Irrawaddy a Myanmar Now), baluardo di una resistenza che sfida i provvedimenti draconiani per bloccare il web e la libertà di espressione. Per adesso però, pur in un ambiente più difficile, la protesta continua.

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E’ una protesta diffusa cui si sono unite altre frange di monaci, un segmento rimasto abbastanza in disparte nelle prime settimane. Ma adesso anche i 47 membri dello State Saṅgha Maha Nayaka (Ma Ha Na), il comitato di monaci anziani che regola il Sangha birmano, ossia il clero buddista, hanno detto che sospenderanno tutte le attività se va avanti la repressione contro i manifestanti che protestano pacificamente.

Ma per ora la giunta sembra ignorare qualsiasi richiamo mentre diplomaticamente le iniziative si sono al momento raffreddate: da quelle dell’Asean, l’associazione regionale del Sudest, alla minaccia di sanzioni, in molti casi rimasta tale. Su un uso più massiccio delle sanzioni, la Ue dovrebbe decidere lunedì prossimo ma si teme che la montagna partorisca un topolino. «Abbiamo scritto all’Alto rappresentante comunitario Josep Borrell – dice Cecilia Brighi di Italia-Birmania – per ricordargli che le parole sono benvenute, ma del tutto insufficienti di fronte ai crimini della giunta. Dunque abbiamo chiesto che la Ue adotti sanzioni contro tutti gli interessi finanziari ed economici dei componenti dello State Administrative Council (la giunta birmana ndr), chiedendo alle aziende presenti in Myanmar di sospendere qualsiasi rapporto con le società legate al regime».

La giunta intanto continua a fabbricare menzogne, l’ultima delle quali accusa Aung San Suu Kyi di aver accettato oltre 500mila dollari da un uomo d’affari locale. Accusa di alto tradimento invece per Mahn Win Khaing Than, designato vicepresidente dai parlamentari eletti l’8 novembre e riuniti nel Pyidaungsu Hluttaw o Crph, parlamento ora in clandestinità. È la terza persona accusata di alto tradimento dai golpisti.

Intanto la stampa locale dà conto di nuovi incidenti tra forze di sicurezza birmane ed eserciti regionali delle autonomie: il Kachin Independence Army (Kia) ha lanciato ieri mattina attacchi contro basi della polizia nella regione mineraria di Hpakant, prendendo di mira un battaglione. La Brigata 9 Kia ha reso noto ai residenti di Hpakant che non devono permettere alle forze della giunta di usare scuole ed edifici religiosi per l’alloggio e ha minacciato punizioni a chiunque usi i propri veicoli per trasportare munizioni e cibo per i militari.

Vai al nostro articolo sul gruppo di lavoro cui ha aderito Atlante delle guerre

Vai alla nostra scheda conflitto (ante golpe) apparsa sull’ultimo Atlante cartaceo

Nell’immagine di copertina un reparto della polizia birmana. Teoricamente dipendente dal Ministro dell’Interno, risponde a Tatmadaw, l’esercito

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