La tragedia della guerra. Il punto

L'analisi settimanale del Direttore del Progetto Atlante delle guerre e dei conflitti del Mondo

di Raffaele Crocco

La denuncia è di Dmytro Lubinets, commissario per i diritti umani del Parlamento ucraino. Dice che dal 2014, l’aggressione armata russa ha causato la morte di 790 bambini. “Segno e prova – aggiunge – del genocidio contro il popolo ucraino”. E’ una cifra tremenda, inaccettabile. Viene, però, da chiedersi quali termini legittimamente userebbe Lubinets nel denunciare la morte o il ferimento di più di 26mila bambine e bambini palestinesi a Gaza in meno di 9 mesi. Genocidio non sembrerebbe sufficiente.

La tragedia della guerra, ovunque sia, passa anche dai numeri, che fotografano la crudeltà dell’agire di chi combatte. Nel Risiko mondiale fra “filoamericani” e “antagonisti” , i civili sono protagonisti loro malgrado. Lo sono come vittime. Lo sono come pedine di interessi di sistema. Colpisce, da questo punto di vista, una frase pronunciata in settimana dal Presidente dell’Autorità Palestinese, Abu Mazen. Nel pieno della trattativa, poi fallita, per un cessate il fuoco a Gaza e per una frenata degli scontri anche in Cisgiordania, il capo dell’Autorità ha ripreso il filo della relazione con l’Iran. Il presidente iraniano Ali Khamenei ha parlato spesso dell’appoggio di Teheran a Hamas come “dell’apertura della strada per l’annientamento di Israele”. Una frase che secondo Abu Mazen rivela come “l’Iran miri a sacrificare il sangue palestinese. Il nostro popolo combatte da 100 anni e non ha bisogno di altre guerre che non servano i suoi interessi: la libertà e la protezione di al-Quds (Gerusalemme ndr) e dei luoghi santi”.

Sono poche parole, ma sono una ridefinizione della geografia di questa guerraE’ il tentativo di non regionalizzare lo scontro seguendo gli interessi di altri e di cercare soluzioni “in loco”, nella relazione fra popoli, senza devastare ancora per anni la vita dei civili palestinesi. Tentativo ingenuo? Viene da dire di sì, nei giorni in cui l’accordo per il cessate il fuoco sembrava raggiunto ed è invece naufragato nella volontà del governo Netanyahu di andare “fino in fondo alla questione di Gaza”, riservandosi l’opzione di continuare la guerra al termine della eventuale prima fase di tregua. Hamas ha insistentemente chiesto garanzie agli Stati Uniti, che sono apparsi piuttosto impacciati. Cosi, a Rafah si combatte e si muore, così come nel Nord del Libano e in Cisgiordania, dove l’aggressività dei coloni israeliani sta raggiungendo l’apice.

Si muore anche un po’ più lontano, nel mar Rosso. Gli Houthi, organizzazione politico militare sciita che controlla lo Yemen, hanno minacciato di intensificare i loro attacchi contro le navi filoisraeliane e occidentali. È la risposta gli attacchi notturni alle loro basi lanciati da Stati Uniti e Gran Bretagna. Sarebbero morte 16 persone. Un attacco pesante, ennesima risposta alla “campagna militare di sostegno al popolo Palestinese” che gli Houthi hanno lanciato nel novembre del 2023, attaccando le navi commerciali in transito verso e dal Canale di Suez. Stati Uniti ed Europa hanno allestito le flotte di difesa e lo scontro è duro: di lì passa il 12% del commercio mondiale.

Lo scontro è sempre globale ed è sempre crudele. La diplomazia appare goffa, su tutti i fronti. Per l’Ucraina, si attende di capire cosa accadrà  Il 15 e 16 giugno 2024, in Svizzera, sul Bürgenstock, nel Canton Nidvaldo. È stata organizzata una conferenza di alto livello sulla pace in Ucraina, poche ore dopo il G7 in programma in Italia. Lo scopo dell’incontro a livello di capi di Stato e di Governo è “sviluppare una visione comune verso una pace giusta e duratura in Ucraina”. Ma alla conferenza, vale la pena ripeterlo, non parteciperà la Russia: sarà quindi una visione di pace condivisa e di parte, inutile per arrivare alla fine della guerra. Il tutto mentre alcuni alleati europei di Kyev, Francia e Germania, spingono per alzare l’asticella dello scontro con la Russia, chiedendo di consentire l’uso delle armi cedute della Nato per bombardare la Russia e l’invio di truppe in Ucraina. Una follia, che incontra fortunatamente forti opposizioni nell’Unione Europea. Unione che appare disunita anche sulla guerra a Gaza. La tensione è alta con Israele, dopo il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte di Spagna, Norvegia, Irlanda e Slovenia. Tel Aviv non ha gradito e ha attaccato pesantemente soprattutto Madrid. Il governo di Spagna, al termine di un incontro con il ministro degli Esteri egiziano Shourky, ha dichiarato di non voler “cadere nelle provocazioni di Israele. Risponderemo come dobbiamo. Capiremo, con Irlanda e Norvegia, alle quali si è unita anche la Slovenia, quale sia quella più “adeguata” al governo di Benyamin Netanyahu”.

Piccoli spiragli di luce “diplomatica” arrivano da lontano, dal Pacifico. Sono in questa frase: “Pechino ha bisogno di maggiori scambi militari con gli Stati Uniti”. A pronunciarla è stato il ministro della Difesa cinese Dong Jun, dopo che i capi della difesa dei due Paesi hanno avuto i primi colloqui faccia a faccia dopo un anno e mezzo. Dong era allo Shangri-La Dialogue in corso a Singapore. Si tratta di un importante forum sulla sicurezza. È stata un’apertura di credito. Se verrà colta lo capiremo nei prossimi mesi.

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