La “via crucis” di Bleiburg

Le messe a suffragio per ricordare la strage del 1945 sono  vissute da molti come un modo per riabilitare i nazifascisti. La reazione di Sarajevo

di Edvad Cucek

Ogni 16 maggio, e così quest’anno, si celebrano le messe per le vittime della cosiddetta “via crucis di Bleiburg”. Si tratta di una vicenda legata ai  soldati delle formazioni militari collaborazioniste del regime nazifascista della Croazia, Bosnia Erzegovina, Slovenia e Serbia e a un certo numero dei civili che li hanno seguiti nella loro ritirata verso l’Austria. Verso il Paese in cui, a seguito di un accordo tenutosi a Roma tra gli ufficiali degli Ustascia (forze militari collaborazioniste croate) e gli ufficiali inglesi, accordo in realtà mai raggiunto, loro, in fuga dall’avanzata dei partigiani di Tito dovevano arrendersi alle forze britanniche.

Invece di essere accolti, questi civili e soldati furono respinti e tra gli scontri con le forze alleate e il calvario del loro ritorno nelle prigioni della Jugoslavia appena liberata, molti di loro persero la vita. Il clero cattolico, spesso accompagnato anche dagli ulema della comunità islamica, vuole ricordare le vittime, soldati e civili, giustiziati in maggior parte dei casi senza un processo davanti ai tribunali. Dietro tutta l’organizzazione c’è un gruppo di persone che si chiamano “Plotone d’onore di Bleiburg” sotto il comando del “primo tra gli uguali”, un personaggio molto controverso, di nome Vice Vukojević.

Impossibilitati a organizzare il solito raduno come tradizionalmente avveniva sulla Piana di Loibach nei pressi di Bleiburg (Carinzia-Austria), causa Covid-19, per quest’anno gli organizzatori hanno preparato una sorpresa. Le messe per le vittime, innocenti o meno, sono state celebrate nelle cattedrali di Zagabria dal Cardinale croato Josip Bozanić e di Sarajevo dal suo collega Cardinale bosniaco Vinko Puljić. Causa emergenza e le misure contro gli assembramenti nella cattedrale del “Cuore di Gesù” a Sarajevo erano presenti soltanto gli invitati del mondo politico e alcuni organizzatori. Circa 20 persone. Le autorità locali alla fine hanno deciso di non ostacolare in nessun modo il rito religioso il quale sarebbe diritto di ogni cittadino bosniaco erzegovese. Anche in questo caso come sempre l’obiettivo ha causato un fiume di polemiche a tal punto da essere svolto adottando le massime misure di sicurezza intorno alla cattedrale. C’è infatti chi vi vede un’occasione di revisionismo filofascista.

Mentre in chiesa i presenti pregavano per le anime degli scomparsi durante questa vicenda triste, ancora non elaborata con la dovuta professionalità degli storici, la città di Sarajevo ha risposto in modo inequivocabile. Secondo le forze dell’ordine le strade della capitale bosniaca, dalla località conosciuta come Marijin Dvor fino alle cosiddette “Fiamme Eterne” in pieno centro, sono state occupate da circa 5.000 cittadini in segno di protesta contro il pericolo eclatante di una riabilitazione del regime degli Ustascia e del nazifascismo. Tutti erano contrari alla mesa in corso nella cattedrale della loro città. Alcuni manifestanti si sono fermati davanti alla cattedrale accusando i presenti al suo interno di essere nazisti e fascisti e che queste intenzioni di revisionismo nella Sarajevo di oggi non passeranno mai.

Dal corteo in movimento, in realtà organizzato invece per ricordare le vittime del regime degli Ustascia croati – che a Sarajevo sono responsabili di circa 10.000 morti – si sentivano gli slogan antifascisti e le canzoni di stessa tematica. Tra i vari canti con melodie che volavano sopra la città che voleva opporsi, “Bella Ciao” era una delle più ripetute. Gli occhi dei grandi gironali questo sabato guardavano meno a Zagabria e più a Sarajevo. Mentre a Zagabria la reazione delle associazioni dei combattenti e partigiani jugoslavi era tiepida, Sarajevo ha risposto. I grandi panelli con le fotografie dei 55 antifascisti impiccati nel marzo del 1945 in centro di Sarajevo, quando era già chiaro che la guerra stava finendo e chi ne sarebbe uscito vincitore – in questi giorni esposti in tutta la città – hanno fatto il giro del mondo. Pochi dei manifestanti ricordavano che nel 1995, appena fermata la guerra, proprio Sarajevo vide una commemorazione per le stesse vittime celebrata dallo stesso clero cattolico, quello islamico e da tutta la classe dirigente che all’epoca governava la città. Il tutto era molto solenne. Erano altri tempi quelli. Sarajevo oggi è diversa.

Nell’immagine di copertina uno scatto di foto di Marijin Dvor

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