L’avanzata dei Verdi tedeschi

A cinque mesi dalle elezioni di settembre in Germania, è ormai difficile immaginare uno scenario che non  contempli il partito ambientalista

di Margherita Girardi*

Alles ist möglich, tutto è possibile. Uno slogan, quello dei Verdi tedeschi, che ha evidentemente portato fortuna. La loro corsa alla cancelleria e al governo federale pare ormai inarrestabile, e se è vero che mancano ancora cinque mesi alle elezioni di settembre, è ormai difficile immaginare uno scenario che non li contempli. In un sondaggio dello scorso 28 aprile, i Verdi si posizionavano saldamente al timone della politica tedesca, al 28% delle preferenze, contro il 22% della cordata cristiano-democratica CDU/CSU. Un sorpasso che a Berlino ha dato di che pensare.

I tempi sono cambiati e la pandemia è stata sicuramente un fattore accelerante: fra scandali e ritardi nella campagna vaccinale e una crisi interna al partito che non ha paragoni nella storia recente, si tratta forse di un inglorioso ultimo atto per un cancellierato a trazione cristiano-democratica durato ben 16 anni. Le difficoltà di CDU ed SPD, i due grandi partiti storici, sono state sfruttate magistralmente dal partito ambientalista, che negli anni ha smussato i suoi lati più radicali. Spostandosi verso il centro dello spettro politico, ne ha in parte eroso il consenso, e si può porre ora come valida ed affidabile alternativa.

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Nati negli anni ’70, i Verdi erano fortemente impregnati della cultura di contestazione del Sessantotto: si caratterizzavano in senso pacifista, anti-capitalista e anti-atlantico. Erano altri tempi, quelli della crisi economica creata dallo shock petrolifero e dall’aspro dibattito sulle armi nucleari che gli Stati Uniti volevano dislocare in Germania Occidentale. La stessa biografia dei primi deputati federali incarnava questi valori. Poi i Verdi sono entrati nella coalizione di governo di Gerhard Schröder fra il 1998 e il 2002, e necessariamente le priorità sono state rimodulate. Da lì, l’evoluzione è continuata, in senso sempre più pragmatico, accompagnata però da crescenti consensi.

Il 2011 è stato l’anno del grande ritorno alla ribalta dei Verdi, caratterizzato da accese proteste sul nucleare, anche a causa del disastro di Fukushima. Il partito conquistava anche la presidenza del Baden-Württemberg, oggi una roccaforte. I Verdi fanno parte ora dei governi regionali in 11 Länder su 16, stringendo alleanze all’occorrenza con tutto lo spettro politico, esclusa l’estrema destra AfD. Interpreti di questo volto più pragmatico e – per certi versi – compromissorio del partito sono sicuramente i due co-leader Robert Habeck e Annalena Baerbock. Con loro il partito è riuscito a ritrovare un’insperata compattezza, in netto contrasto con le disordinate lotte di potere nei vertici della CDU.

Il partito ambientalista può inoltre contare su un elettorato straordinariamente eterogeneo. Fascia d’elezione rimangono i giovani, tanto in passato, quanto oggi. Alle elezioni europee del 2019 i Verdi sono stati il partito più votato fra gli under 45, mentre la preoccupazione delle nuove generazioni per i cambiamenti climatici è stata ribadita più volte nelle manifestazioni Friday for Future. Nonostante questo però, dagli anni 2000 una parte considerevole dei consensi arrivano anche da un elettorato più maturo.

Se a settembre le preferenze espresse dovessero riflettere i sondaggi di questi giorni, lo scenario più probabile è un’alleanza a due fra Verdi e Union CDU/CSU. Laschet, candidato cancelliere dei cristiano-democratici, si presenta in questo senso come un interlocutore aperto al dialogo, in linea di continuità con la migliore tradizione merkelista. Una sostanziale differenza potrebbe però esserci: i Verdi potrebbero giocare da una posizione contrattuale dominante e imporre più marcatamente la propria agenda. Si tratterebbe in questo caso di una Grün-Schwarz Koalition. L’estromissione dal governo dei cristiano-democratici, a favore di alleati minori, resta al momento un’alternativa improbabile. Tema centrale della politica dei Verdi è ovviamente la protezione dell’ambiente: tradizionalmente terreno di scontro fra ambientalisti e grandi industrie. Rimangono sicuramente punti di rottura, ma la questione non è tanto conflittuale come un tempo: da un lato i Verdi non sono più il partito oltranzista di una volta, dall’altra c’è una maggiore attenzione all’ecosostenibilità anche da parte dell’economia. Si tratta quindi piuttosto di trovare un compromesso sui ritmi della transizione.

In questo senso, il Baden-Württemberg di Kretschmann è un modello a cui ispirarsi: patria di grandi case automobilistiche come Porche, il compromesso fra ambientalismo e industria caratterizza il governo regionale da oltre dieci anni. Anche a livello federale, il dialogo sta procedendo in questa direzione. In un sondaggio di Wirtschaft Woche, Baerbock è stata preferita dalle aziende come cancelliera rispetto ad altri candidati, segno che il binomio ambientalismo e industria non è più da considerarsi antitetico. L’obiettivo dei Verdi è effettivamente accelerare la transizione energetica: entro il 2030 si vogliono tagliare i gas serra del 70% rispetto ai livelli del 1990 e immatricolare per quell’anno solo auto a zero emissioni. Per riuscirci andrebbe fatto un passo deciso nella direzione delle energie rinnovabili, abbandonando definitivamente il carbone, combustibile fossile più utilizzato da centrali elettriche e industria dell’acciaio. Allo stesso tempo, la Germania non potrà più contare sul nucleare: l’ultima centrale dovrebbe chiudere infatti il prossimo anno.

Sul piano della politica estera, i Verdi sono probabilmente il partito che più chiaramente ha preso posizione. I valori fondamentali su cui non sono disposti a transigere sono i diritti umani e la loro tutela. Nel loro programma propongono inoltre maggiore controllo sull’export di armi verso zone di crisi e paesi autoritari, con opzioni sanzionatorie per intervenire in casi di violazione. Sono apertamente ostili ad entrambi i partner economici che si collocano ad Est dello scacchiere, i cui casi eclatanti di violazioni dei diritti umani sono la detenzione dell’oppositore Navalny in Russia e il trattamento riservato alla minoranza musulmana degli uiguri in Cina. Questa ferma posizione valoriale si ripercuote anche nella contrattazione economica: il partito ambientalista è fortemente contrario alla realizzazione di Nordstream II, il gasdotto fra Russia e Germania ormai quasi completato, l’accordo CAI fra Cina e Europa e il passaggio alla comunicazione 5G. Si tratta comunque di relazioni ormai radicate, sia a livello nazionale che europeo, terreno su cui i valori e il pragmatismo economico sono destinati a scontrarsi.

I Verdi guardano con maggior favore a Ovest, ribadendo la necessità di dare nuovo slancio all’Unione Europea. Tendono però la mano anche agli Stati Uniti, affermando che i partner d’oltreoceano e lo stesso sistema NATO siano alleanze fondamentali per garantire la sicurezza europea. Nonostante questo, continuano a caratterizzarsi in senso pacifista, prediligendo l’utilizzo di fondi pubblici per promuovere investimenti sostenibili, digitalizzazione e protezione sociale. La soglia del 2% del PIL da destinare alle spese NATO è definita infatti come arbitraria nel loro programma. Quello che auspicano è piuttosto una ridefinizione di compiti e obiettivi, a cui conseguirebbe un ricalcolo degli oneri dovuti.

*Il Fendinebbia

In copertina foto di Karsten Würth

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