L’importanza di chiamarsi Macedonia

Analisi del referendum consultivo che chiedeva di esprimersi in merito all’accordo con la Grecia sulla  ridenominazione dello Stato. Meno del 50% degli aventi diritto  si è recato alle urne. E il risultato ora complica le cose

di Elia Gerola.

Domenica 30 settembre 2018 si è tenuto nella ex Repubblica jugoslava della Macedonia un referendum consultivo. Il quesito chiedeva alla cittadinanza di esprimersi in merito all’accordo siglato nel giugno 2018 con la Grecia riguardante la ri-denominazione dello stato in Macedonia del Nord. Tuttavia, meno del 50% degli aventi diritto al voto si è recato alle urne, e nonostante la maggior parte dei votanti si sia espresso a favore della ridenominazione, ora il processo si è complicato.

Bandiera della Macedonia del Nord

Come riportato da Politico.eu infatti, sebbene il 91% dei votanti abbia votato in favore dell’accordo, solo il 36,9% degli aventi diritto si è recato alle urne. La campagna di boicottaggio messa in campo dal partito di opposizione conservatore di destra, il  Partito Democratico per l’Unità Nazionale Macedone sembra quindi aver dato i suoi frutti. Non solo, ma come riporta  Bbc, anche gli account generatori di fake news sui social network potrebbero aver fatto la loro parte, agendo stavolta internamente e non esternamente ai confini nazionali, dopo che nel 2016 la Macedonia era venuta alla ribalta delle cronache internazionali per via degli account falsi sui vari Facebook o Twitter, con i quali era stata influenzata la campagna per le presidenziali americane.

Stavolta i partiti filorussi, più conservativi e nazionalisti sono riusciti a scoraggiare i votanti, incitandoli a boicottare il voto. Il premier socialdemocratico Zoran Zaev ha però già minacciato di indire elezioni anticipate nel caso in cui il Parlamento non ratifichi il risultato, dato che comunque, ha sottolineato, se aggregati, i voti favorevoli dei votanti costituirebbero la maggioranza più larga mai raggiunta in una votazione pubblica.

Per cosa si è votato?

Il quesito  recitava: “Sei in favore di diventare membro di UE e NATO accettando l’accordo tra la Repubblica di Macedonia e la Repubblica Greca?” La posta in gioco era quindi molto alta. L’accordo al quale ci si riferisce risale al 12 giugno 2018 ed è il risultato di una disputa internazionale più simbolica che territoriale, iniziata ben 27 anni fa, nel 1991, quando una delle sette repubbliche nate dalla frammentazione della Iugoslava di Tito, si dichiarò indipendente con il nome di Repubblica di Macedonia. Peccato che nel nord della Grecia esistesse già una regione, fieramente ellenica, di nome Macedonia.

Venne quindi alimentata una conflittualità che rimase pacifica ma che si perpetuò negli anni e portò a screzi e ritorsioni reciproche. Da una parte i governi di quella che presso l’Onu e da 140 stati venne conosciuta come la ex Repubblica jugoslava della Macedonia cominciarono a dedicare strade ed aeroporti ad Alessandro Magno, il grande conquistatore greco, e dall’altra la Grecia, stizzita, poneva invece con il coltello dalla parte del manico, il proprio veto all’ingresso della Macedonia, sia nella Nato che nell’Unione Europea.

Questa dinamica avversariale relegò il territorio ospitante circa 2.1 milioni di persone ed incastonato a nord della Grecia, est dell’Albania a sud di Kosovo e Serbia e a ovest della Bulgaria, in una condizione di limbo, che ne ha ritardato lo sviluppo economico e sociale. Come sottolineato da molti giovani attivisti dell’associazione Youth Educational Forum, l’accordo sul quale si è svolto il voto referendario è infatti molto importante soprattutto per il mezzo milione di giovani che vivono nel piccolo stato balcanico, che aspirano ad avere un educazione migliore, più possibilità di lavoro ed un futuro più prospero rispetto al passato. Inoltre, autorità europee ed occidentali avevano salutato con grande favore il documento bilaterale firmato all’inizio dell’estate, poiché avrebbe sottratto la Macedonia alle mire di controllo sui Balcani della Russia.

L’accordo prevedeva esattamente il cambio di nome della Macedonia in Macedonia del Nord, che avrebbe anche visto la Grecia riconoscere l’esistenza di una lingua propria, il macedone e di una cultura omonima. In cambio la Macedonia avrebbe però rinunciato ad ogni richiamo alla cultura ellenica e quindi con essa ad ogni presunto legame con la figura, ormai più leggendaria che storica, del grande conquistatore Alessandro Magno, nato nella regione settentrionale della Grecia, nella cittadina di Pella nel 356 a.C, chiamata appunto Macedonia. Il governo di Atene avrebbe infine smesso di opporsi all’ingresso della Macedonia del Nord nella Nato e nell’UE.

Un lungo percorso

Ci sono voluti ben 27 anni affinché si potesse instaurare un dialogo costruttivo. Una decisiva svolta la ha impressa il giovane primo ministro di Skopje, eletto nel maggio 2017 alla guida dell’Unione Socialdemocratica di Macedonia. Zoran Zaev, in poco meno di due anni come riporta la BBC, è infatti riuscito a mutare le proprie relazioni con la Grecia, trasformandole da ostili in costruttive e pragmatiche, del resto lui stesso ha affermato di non volere il cambio di nome, ma di considerarlo una necessità, un modo di essere lungimiranti e pensare al futuro della Macedonia, permettendole di superare il veto greco e di entrare a fare parte di importanti organizzazioni internazionali e svilupparsi maggiormente.

Statua dedicata ad Alessandro Magno, Skopje

I teorici delle relazioni internazionali direbbero, tramite un approccio costruttivista, che Zaev in due anni è riuscito a “risocializzare” la Macedonia nei confronti della Grecia, creando le condizioni necessarie affinché quest’ultima si potesse fidare e sedere seriamente ad un tavolo negoziale. Così nel febbraio del 2018 l’aeroporto della capitale macedone è stato ridenominato “Aeroporto Internazionale di Skopje” e l’autostrada principale del paese, che congiunge il confine serbo con quello greco tagliando lo stato da nord a sud, è diventata l’autostrada dell’amicizia. Prima entrambi avevano riferimenti ad Alessandro Magno. In politica tutto conta, statue, bandiere, soprattutto i nomi.

L’esito e le prospettive future

Il mancato raggiungimento del quorum del 50% più uno, ha reso l’esito meramente consultivo e non vincolante. Tuttavia il pragmatico e risoluto premier Zaev si è immediatamente preoccupato di chiarire che la sua intenzione è quella di far approvare il documento in Parlamento al più presto, “accelerando il processo di avvicinamento verso Nato e Ue”. Nell’organo legislativo potrebbe godere di 71 voti favorevoli sicuri, tuttavia per raggiungere la maggioranza qualificata dei 2/3 che permetterebbe di ratificare questo accordo rendendolo effettivo, almeno altri nove parlamentari dovrebbero essere persuasi a votare in favore dell’accordo, così da raggiungere la soglia degli 80 voti favorevoli sui 120 totali. Probabilmente altri compromessi saranno necessari.

Nell’eventualità in cui il principale partito d’opposizione, il già citato Partito Democratico per l’Unità Nazionale Macedone, votasse compattamente contro l’accordo, il futuro della ex repubblica

Zoran Zaevchiaro, vorrebbe passare all’incasso indicendo nuove elezioni.

jugoslava della Macedonia è dunque incerto  e l’intera vicenda ci mostra come il destino di uno Stato sia, di fatto, aggrappato ad un nome, quello di Macedonia del Nord, un compromesso considerato il viatico verso maggiore sviluppo economico e l’ingresso  nella Nato e nella Ue.

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