Masha, Armita e le altre

"Le ragazze iraniane muoiono ancora". Conversazione con Asia Raoufi, attivista di “Donna, Vita, Libertà”

di Anna Violante

A un anno dalla morte per mano della polizia morale di Masha Amini, rea di aver indossato malamente l’hijab, un’altra ragazza, Armita Geravand, è morta per lo stesso motivo. Armita era alla stazione del metro con due amiche. Non indossava il velo. Una donna in chador l’ha aggredita urlando, la polizia morale è intervenuta, Armita è stata picchiata, è caduta ed è entrata in coma. È rimasta in ospedale per tre settimane, durante le quali i testimoni dell’accaduto, la famiglia, gli amici e i compagni di scuola hanno ricevuto intimidazioni da parte della polizia e dei servizi segreti. Sabato, 28 ottobre è morta: la caduta fatale ufficialmente attribuita a un calo di pressione. Al suo funerale, domenica 29, la celebre avvocatessa per i diritti umani Nasrin Sotoudeh è stata picchiata e arrestata. Una settimana prima, Niloufar Hamedi ed Elaheh Mohammadi, le due giornaliste che avevano dato per prime la notizia della morte di Masha Amini, sono state condannate rispettivamente a sette e a sei anni di carcere. Lunedì 6 novembre l’attivista per i diritti umani e premio Nobel Narges Mohammadi, condannata a 31 anni di prigione e a 154 frustate ha iniziato uno sciopero della fame. Che ne è della giovane generazione scesa in piazza per liberarsi dai condizionamenti di un regime oscurantista capace di uccidere per un velo scompostoL’Atlante delle guerre ha chiesto ad Asia Raoufi*, iraniana espatriata in Italia, attivista del movimento “Donna, Vita e Libertà”, la sua opinione sulla situazione e sulle ragioni della rivolta.

La morte di Armita Geravand arriva 13 mesi dopo quella di Masha Amini. Cosa è cambiato in un anno di proteste e repressione?

Asia Raoufi

Il regime è stato spietato. Non è la prima volta che scoppiano proteste in un Paese che da 44 anni vive in balia di un ottuso e feroce totalitarismo religioso, ma quest’anno la repressione è stata più crudele che mai, perché non c’è limite al peggio. La differenza con il passato è che sono stati uccisi i giovani, in quasi 600 sono morti per aver dimostrato pacificamente il loro dissenso, migliaia sono stati feriti o arrestati, altri condannati a morte, fra questi 17 donne (l’ultima il 21 ottobre, ndr). Tuttavia, in questa tragedia c’è anche qualcosa di positivo: le ragazze non si sono fatte intimidire e continuano a ribellarsi.

Cosa rappresenta l’hijab nella lotta contro il regime?

In Iran, l’hijab è un simbolo del totalitarismo, non della religione. L’audacia dei giovani nel perseguire la libertà di esprimersi e di vestirsi come vogliono ha risonato in tutto il Paese. Tuttavia, le proteste non sono nate solo dall’opposizione a un simbolo, ma contro un intero sistema che utilizza la corruzione e un esercizio diffuso e arbitrario del potere come strumenti di controllo, opprimendo la maggioranza della popolazione.

Nei Paesi occidentali, si pensa spesso che nelle regioni in cui le donne sono costrette a indossare il velo, siano anche isolate dalla vita sociale. Come si concilia l’imposizione dell’hijab con gli alti traguardi culturali e professionali delle donne iraniane?

Non c’è nessun paradosso. Questa non è una lotta per le pari opportunità. Molte donne iraniane sono istruite e anche emancipate. Ribellandosi, hanno colpito alle fondamenta il sistema. Non sorprende che un regime autoritario e misogino le identifichi come nemico. E’ per questo che la repressione è così brutale.

Si tratta allora della rivolta di una generazione culturalmente evoluta, immobilizzata da un potere oscurantista?

Sì, i giovani conoscono le libertà di cui godono i loro coetanei occidentali, ma non hanno i mezzi per instaurare un dialogo pacifico con le autorità. Questa gioventù istruita, che desidera un futuro diverso, è costretta ad affrontare una repressione violenta.

Considerando il crescente stato d’indigenza, sfruttamento e segregazione in cui vive la popolazione femminile rurale, la lotta è solo per i diritti civili o anche per una maggiore uguaglianza sociale?

È una rivoluzione culturale nata nelle città, dove vive la maggioranza degli iraniani. Per la prima volta i Paesi occidentali hanno assistito al desiderio di un’intera generazione di vivere secondo i valori democratici dello Stato di diritto. Questi giovani, spesso cresciuti in famiglie aperte e progressiste, hanno dimostrato che i diritti umani sono universali. La libertà di espressione è importante come qualsiasi altro diritto. In Iran ci sono oppressori che stuprano e uccidono. Persino la manifestazione più pacifica può finire in un massacro. Ma in una situazione economica sempre più precaria, questa rivoluzione culturale sta conquistando a poco a poco un più ampio tessuto sociale.

In questo anno di lotta è emersa una figura carismatica? Qual è il ruolo delle curde?

Il Paese è composito per costumi e tradizioni, anche se la lingua è una sola. Le curde sono più coraggiose e forse più emancipate delle altre, possono servire da esempio, ma non guidano il movimento. Non ci sono leader in questa battaglia.

Secondo lei chi potrebbe guidare il popolo contro la dittatura?

C’è chi vede come potenziale leader di una transizione democratica il principe ereditario Reza Pahlavi, che professa ideali democratici: non vuole regnare, rinnega l’eredità politica paterna e si propone solo come figura di transizione per condurre il paese a libere elezioni. Non tutti lo vedono con favore, però, ricordandosi della monarchia assoluta del padre.

Le famiglie progressiste anti-regime non parlano dei tempi di Mossadegh, gli unici, forse in cui il Paese aveva sperato in un futuro indipendente e democratico?

Mossadegh è sinonimo di liberazione, ma credo che sia un ricordo confinato nel passato. Le giovani generazioni guardano al futuro. Si ribellano a un sistema inaccettabile. Il loro “j’accuse” è rivolto al presente. Nei racconti dei loro genitori, la dittatura dello scià è spesso raccontata come un periodo di apertura e progresso rispetto all’inferno degli ayatollah. Per quanto riguarda le donne, soprattutto, lo scià ebbe il merito di fondare università aperte a tutti e la regina Farah Diba è ricordata con affetto per il suo impegno a favore dell’emancipazione femminile e della conservazione del patrimonio artistico. La rivoluzione del 1979 si è basata su un equivoco. Si sono presto resi conto tutti che aveva portato a un regime peggiore.

Nessuno teme di tornare nell’orbita degli Stati Uniti e, più in generale, delle potenze occidentali?

Qualsiasi iraniano preferirebbe essere sottomesso all’Occidente che a una dittatura capace di uccidere una ragazza per una ciocca di capelli. La gente comune non ne può più, vuole liberarsi dai leader supremi della repubblica islamica. E il coraggio dei giovani è la vera novità: non sono più silenziosi, non accettano più di vivere nell’oppressione. Credono nei valori delle società occidentali, dell’Illuminismo. È questo il futuro che chiedono.

Le democrazie occidentali vi appoggiano?

Ci hanno completamente abbandonato, fingono di non vedere che viviamo in regime di apartheid come succedeva in Sudafrica. È un apartheid di genere, il nostro, ignorato da tutto l’Occidente, che mantiene rapporti diplomatici con gli ayatollah, con uno Stato che finanzia il terrorismo nel mondo. L’Iran è una potenza negoziale in tutti gli incontri internazionali. C’è un tacito accordo tra i suoi leader e i paesi democratici, a cominciare dagli Stati Uniti.

  • L’attivista iraniana Asia Raoufi è arrivata in Italia a 15 anni, portata a Firenze dalla madre che non voleva che vivesse in un Iran governato dagli ayatollah. Oggi, a 56 anni, è insegnante di italiano nelle scuole superiori e mediatrice culturale. Dopo lo scoppio delle proteste nel suo Paese, ha deciso di aderire al movimento “Donna, Vita e Libertà

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