Minerali sporchi per gli Usa

di Ilario Pedrini

Gli Stati Uniti vogliono sospendere (per due anni) tutti i controlli  sulle aziende che utilizzano minerali come il coltan, il tugsteno, l’oro e il tantalio. A darne la notizia è stato il britanico The Guardian. In pratica si tratterebbe di una revoca temporanea «della riforma di Wall Street che contiene il Dodd-Frank Act, approvato nel 2010»: un atto che obbliga le società quotate in borsa a garantire che nessun prodotto contenga minerali provenienti dalla Repubblica democratica del Congo o dai paesi vicini». Il Dodd-Frank Act è (e presto dovremo declinare il verbo al passato) una garanzia sul prodotto, che non deve essere sporcato dal sangue dello sfruttamento. Una pulizia garantita che – quasi superfluo dirlo – è potenzialmente cammuffabile. Rimane comunque l’unico strumento di controllo a disposizione. Nacque per colpire le compagnie che acquistano minerali provenienti da zone di guerra: è un mezzo per evitare di alimentare i gruppi armati che possono trarre guadagno da questo traffico. La tracciabilità dei metalli serve per ricostruire il loro percorso, avendo così la «certezza» che il denaro aspeso non vada nelle mani dei «signori della guerra». Ma la tracciabilità rappresenta ovviamente anche un costo per le grandi società statunitensi. Non manca chi ritiene che la eliminazione temporanea della normativa potrebbe rappresente un passo avanti. Il fatto è – si legge su Linkiesta – che, a fronte delle restrizioni di questa normativa, «le grandi company se ne sono andate in Brasile e Argentina, il fiume di dollaroni si è bloccato, le miniere hanno chiuso. Ma le milizie, però, godono ancora di ottima salute, anzi: perso il business delle miniere hanno continuato a esercitare la loro autorità colpendo agricoltori e allevatori, aumentando le “tasse” e riducendo la ricaduta sul territorio (perché sì, anche se ingiusti e mafiosi, i miliziani congolesi mantenevano la loro posizione anche con una politica di consenso e di redistribuzione della ricchezza, insieme – come è ovvio – alla repressione e al controllo totale). Alla fine i minatori hanno perso il lavoro e si trovano in condizioni da fame. Si stava meglio quando si stava peggio». Visioni diversa. Marta Gatti, su Nigrizia, ci mostra il suo punto di vista: «I minerali coinvolti nel commercio illecito, che arricchisce i gruppi armati, sono molto ricercati e sono alla base di prodotti tecnologici come: telefoni cellulari, tablet e computer. La filiera congolese di un minerale come il coltan è molto complessa vista la molteplicità di attori coinvolti: minatori, intermediari, commercianti e venditori. Il minerale estratto nella  Repubblica democratica del Congo può finire facilmente nei comptoir di vendita rwandesi o ugandesi e a quel punto l’origine della materia prima è molto difficile da determinare». Durante i due anni sospensione della legge americana le società verranno alleggerite dai costi attuali. Ma l’amministrazione Usa assicura che ci saranno soluzioni alternative per contenere la fufa di denaro verso i «professionisti della morte» (sia che si tratti di eserciti ufficiali che di milizie senza un controllo ufficiale). «Difficile immaginare – commenta Marta Gatti – come sia possibile individuare questi soggetti in un contesto come quello della Repubblica democratica del Congo, in cui si moltiplicano i gruppi che controllano il territorio con la forza e in cui lo stupro viene utilizzato come arma di guerra».

 

https://www.theguardian.com/us-news/2017/feb/08/trump-administration-order-conflict-mineral-regulations

http://www.linkiesta.it/it/article/2017/01/18/cronache-della-globalizzazione-come-il-dodd-frank-act-ha-rovinato-la-v/32394/

http://www.nigrizia.it/notizia/la-mano-di-trump-sui-minerali-insanguinati/notizie

foto tratta da https://thecapitalist.com/repeal-dodd-frank-act/

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