Mondiali: scarpette e diritti

La Campagna Abiti Puliti e la richiesta di un negoziato con Adidas che dia garanzie a chi lavora per l'azienda presente alla World Cup in Qatar 

La campagna Abiti Puliti, che si occupa del lavoro esternalizzato delle firme dell’abbigliamento e sostiene le lotte per il riconoscimento di un giusto salario, invita a scrivere una lettera ai vertici di Adidas a proposito dei Mondiali in Qatar. Secondo la Campagna i Mondiali FIFA sono costruiti sullo sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici. Ora tocca ad Adidas, alla FIFA e ad altri pagare il prezzo del loro sfruttamento. “Gli operai e le operaie che producono kit, scarpini e palloni da calcio per Adidas aspettano milioni di dollari in indennità e salari non pagati. Se Adidas è disposta a spendere 800 milioni di dollari per sponsorizzare la FIFA, perché non può spendere 10 centesimi in più per ciascun prodotto per porre fine al furto salariale nella sua catena di fornitura?”, si chiede la Campagna.

Il 18 agosto, giorno del compleanno di Adidas, lavoratori, lavoratrici, attivisti e attiviste di tutto il mondo, in oltre 10 Paesi, hanno contattato i dirigenti di Adidas, chiedendo loro di rispondere alle richieste della coalizione Pay Your Workers, coordinata in Italia dalla Campagna Abiti Puliti, e di firmare un accordo vincolante. I termini di questo accordo prevedono venga pagato  alle lavoratrici il salario intero spettante per tutta la durata della pandemia; che vi siano garanzie  che le lavoratrici non restino mai più senza un soldo se la loro fabbrica fallisce, sottoscrivendo un fondo che copra il trattamento di fine rapporto; che infine venga tutelato  il diritto delle lavoratrici ad organizzarsi e a negoziare collettivamente. Finora però Adidas si è rifiutata di negoziare. 

Adidas sta lasciando i lavoratori e le lavoratrici della sua catena di fornitura senza i pagamenti dovuti nel bel mezzo di una pandemia. Adidas sostiene – dice una nota della Campagna –  che tutto va bene, ma le lavoratrici non sono per niente d’accordo. Solo per otto fabbriche fornitrici in Cambogia, il marchio deve alle sue lavoratrici 11,7 milioni di dollari di salari per i primi 14 mesi della pandemia, pari a 387 dollari ciascuno. Anche le lavoratrici che non producono più abiti per Adidas aspettano i loro soldi: per esempio le operaie della fabbrica Hulu Garment in Cambogia, licenziate all’inizio della pandemia, aspettano ancora 3,6 milioni di dollari. “È ora – scrive la Campagna – che Adidas firmi un accordo vincolante su salari arretrati, liquidazioni e libertà di organizzazione per garantire che i lavoratori della sua catena di fornitura non vengano mai più derubati del denaro che si sono guadagnati.
Il mancato pagamento della liquidazione è endemico nell’industria dell’abbigliamento globale. È giunto il momento di fare pressione sui marchi per portarli una volta per tutte al tavolo delle trattative e firmare”. Da qui l’idea di “bombardare” telematicamente i vertici del gruppo.

(Red/Est)

In copertina la pubblicità delle scarpette dal sito di Adidas

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