Palestina: una lenta e drammatica espulsione

Viaggio tra le vite sempre più a rischio di chi abita nei campi profughi della Cisgiordania occupata

di Chiara Cruciati*

È facile perdersi nel labirinto di vicoli che è il campo profughi di Dheisheh. Un chilometro quadrato, 15mila abitanti. Si entra da piccole vie che sboccano sulla strada principale, quella che collega Betlemme al sud della Cisgiordania occupata. Si inerpica in salita, su una collina affittata dall’Unrwa, l’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, per 99 anni. Le terre sono di proprietà di famiglie palestinesi di Doha, il sobborgo di Betlemme che sorge al di là della strada. Ce lo si potrebbe immaginare grigio e decadente, dopotutto è un campo profughi. Ma Dheisheh è colorato: il blu acceso delle saracinesche delle drogherie, i murales con le vignette del fumettista Naji al-Ali e gli slogan politici, i minuscoli giardini che i rifugiati si sono inventati nei cortili tra una casa e l’altra. C’è di tutto, ulivi, alberi da frutto, rose.

Il senso di temporaneità aleggia comunque. Questa è solo una tappa, dicono i rifugiati, prima del ritorno a casa. È la stessa frase che campeggiava sull’arco di ingresso al campo profughi di Jenin, profondo Nord della Cisgiordania. Quell’arco, iconico, è stato abbattuto dall’esercito israeliano in uno degli innumerevoli raid che da mesi compie ogni notte nei campi e nelle principali città palestinesi. Ormai, in tanti angoli di Cisgiordania, non si dorme dal 7 ottobre. «Non che prima fosse tanto meglio, entravano spesso per compiere arresti. Ma adesso avviene praticamente ogni notte. Io dormo vestito. Lo so che prima o poi verranno a prendermi». Moataz ha 36 anni, tre figli e sette anni di prigione alle spalle. È membro del Comitato popolare del campo, forma di autogestione che nei Territori occupati palestinesi è fiorita durante gli incredibili anni della Prima Intifada: le comunità si gestivano da sé, dalla scuola alla sanità alla distribuzione clandestina del cibo che Israele faceva entrare col contagocce. «Chiunque svolga un qualsiasi tipo di attività culturale o politica è a rischio arresto – continua Moataz, seduto alla sua scrivania nella sede del Comitato popolare – Hanno già arrestato cinque nostri membri. Poche settimane fa hanno arrestato Khaled Seifi, il responsabile del centro Ibdaa. Entrano in casa, umiliano le persone davanti ai loro figli: li fanno spogliare, li bendano, gli legano mani e piedi, gli urinano addosso».

Una pressione militare e psicologica, individuale e collettiva, che si unisce a quella economica: dal 7 ottobre la Cisgiordania è chiusa, le comunità e le città separate da checkpoint, blocchi di cemento, montagne di terra Spostarsi è un’esperienza ancora più surreale del passato. Il lavoro è evaporato, si sopravvive di lavoretti, reti di solidarietà, salari (decurtati) dei dipendenti pubblici. Ogni famiglia ha qualcuno che lavora per l’Autorità nazionale palestinese, un elefante burocratico da oltre 150mila dipendenti – insegnanti, medici, poliziotti, vigili del fuoco – che è il triplo dell’effettiva necessità. Per l’Anp è il modo migliore di tenere a bada una popolazione sull’orlo dell’esplosione. Difficile dire quando l’esplosione arriverà, ma che arrivi non sembrano esserci dubbi. Cisgiordania e Gerusalemme Est vivono sul baratro. La rabbia monta insieme all’impotenza. La scomparsa di corpi intermedi, i partiti politici laici e progressisti, fa crescere Hamas nei consensi a parole e lascia alla base il compito di organizzarsi. Lo fa, con associazioni, comitati popolari, che non riescono però a coagulare un numero significativo di persone.

C’è poi un altro tipo di sopravvivenza, quella delle comunità in Area C, il 60% di Cisgiordania che dagli Accordi di Oslo del 1993 è sotto il controllo civile e militare israeliano. Dal 7 ottobre centinaia di migliaia di palestinesi hanno assistito a un’escalation di pratiche che si erano già istituzionalizzate negli anni precedenti, in particolare dalla salita al potere a Tel Aviv – con le elezioni del novembre 2022 – di un governo mai tanto estremista. «I coloni e il loro movimento non sono più sostenuti dal governo. Sono il governo. Sono l’esercito». Yehuda Shaul è il fondatore dell’associazione di ex militari israeliani Breaking the Silence. Oggi lavora con l’Ofed Center e continua nel suo lavoro: documentare le violenze dell’esercito e del movimento dei coloni in Cisgiordania.

È questo il punto: il 7 ottobre ha dato nuova spinta al progetto originario, l’espulsione di un numero sempre più consistente di palestinesi a favore delle colonie. Nell’anno che ha preceduto l’attacco di Hamas un migliaio di palestinesi hanno abbandonato le proprie terre a causa di violenze inaudite da parte dei coloni. Dopo il 7 ottobre, in poche settimane, sono riusciti a svuotare una quindicina di comunità. Khirbet Zanuta non c’è più da inizio novembre. Una comunità antica di generazioni ha impacchettato tutti i suoi pochi averi, le greggi, le cisterne dell’acqua e se n’è andata. Il 15 febbraio i coloni hanno eretto i primi semi del futuro insediamento, circondando la terra con una rete di filo spinato. «Alcuni dei coloni in questione arrivano dalla colonia di Meitarim Farm, quella di Yinon Levy, uno dei quattro coloni sanzionati dagli Stati uniti», dice Shaul.

Levy lo conoscono bene in questo spicchio roccioso di sud della Cisgiordania, Masafer Yatta. Lo conosce bene Nasser Nawaja, uno dei leader della piccolissima comunità di Susiya, più volte sfollata e costretta a ricostruirsi dopo ogni sgombero. «Yinon Levy non è solo un colono – ci dice Nasser mentre sul tavolino nel salotto della sua casa appoggia la colazione, pane caldo, zaatar e olio d’oliva – Ha un contratto dal Cogat, l’Amministrazione civile israeliana per la Cisgiordania, gestisce i bulldozer che vengono a demolire le strutture palestinesi. È lui che ha chiuso il nostro villaggio con montagne di terra, ha distrutto la vigna e tre pozzi».

Mentre Gaza vive all’inferno, in Cisgiordania prosegue il trasferimento forzato silenzioso della popolazione palestinese. Chi non ce la fa più, scappa, va a vivere in città sempre più affollate dove perde il proprio stile di vita e i mezzi di sostentamento tradizionali delle comunità agricole: greggi e terre. L’assenza della politica partitica, la mancanza di lavoro, la violenza militare sono un mix esplosivo. Tel Aviv approfitta di un’occasione che più di un esponente di governo ha definito «irrinunciabile»: prendere più terra possibile, espellere più palestinesi possibile, a Gaza come in Cisgiordania. La natura messianica ed espansionistica dell’attuale esecutivo emerge dalle parole del Primo ministro: non nascerà mai alcuno Stato palestinese, l’occupazione militare proseguirà in forme ancora più drastiche. Per decenni la società israeliana ne ha volutamente rimosso l’esistenza, ora nella sua gran parte vede l’unica soluzione di sicurezza nel mantenimento del controllo totale sui Territori e nella negazione dell’autodeterminazione palestinese. E nella sopravvivenza di un regime di apartheid in cui storici come Moshe Zuckermann e Ilan Pappè leggono il tunnel senza uscita in cui il sionismo è andato a infilarsi e da cui, dicono, non sarà in grado di sopravvivere.

  • Vicedirettrice de ilmanifesto

La foto di copertina è dell’autrice. Nel testo un ritratto dal sito di OgZero

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