Attraverso la Siria, sulle orme di Paolo (Parte 3)

L'ultima puntata del racconto di viaggio dell’autore con le suggestioni che vengono dalla Comunità monastica cattolico-siriaca di san Mosè l’Abissino

di Angelo Maddalena*

Il racconto iniziato due settimane fa con il viaggio dell’autore e con cos’era e cos’è oggi l’Esercito Libero Siriano si conclude con le suggestioni che vengono dalla Comunità monastica cattolico-siriaca di san Mosè l’Abissino rifondata negli anni Ottanta da padre Paolo Dall’Oglio (rapito il 29 luglio 2013 a Raqqa e di cui da allora non si hanno più notizie). Qui la prima e la seconda puntata.

PARTE 3 (Paolo Dall’Oglio)

Nel libro “Il mio testamento” di Paolo Dall’Oglio, uscito in occasione del decennale del suo rapimento, ci sono due passaggi che ho scelto anche come stimoli alla riflessione: “Non c’è obbedienza allo Spirito Santo senza l’esodo (hijra) dal familiare e dal conosciuto, l’emigrazione da ciò che è abituale, dalle consuetudini e dalle tradizioni”. Sia a Damasco, sia ad Aleppo, mi è capitato di uscire dal ristorante per fare due passi. È bastato allontanarsi dal “conosciuto e dal familiare” di poche decine di metri per incontrare uomini ospitali che mi hanno fatto entrare in una ”House of hospitality”, come l’ha chiamata uno dei signori anziani che giocavano lì a carte e bevevano tè e caffè. Era un piano terra di proprietà di uno di loro, armeno, che abbiamo scoperto essere anche il proprietario del ristorante Ararat dove eravamo stati a cena. Un collega ha osservato che il ristorante era dotato di aria condizionata e di tante luci, mentre nelle vie intorno c’erano poche lampadine e alcune viuzze che ho esplorato da solo erano totalmente nel buio.

Ad Aleppo è capitata una cosa ancora più allucinante: mi sono messo a passeggiare e ho trovato, acanto alle scalinate per accedere alla cittadella, a meno di 100 metri dal ristorante dove stavamo pranzando, un gruppo di amici e parenti seduti a cerchio, che ascoltavano un vecchio signore del posto che suonava l’oud e cantava accompagnato da altre donne con il velo in testa che a volte facevano un suono con la lingua vibrante tipico di quei popoli. Un ragazzo faceva invece musica col darbuka. Un altro passo del libro Il nuovo testamento dice così: “Ribellione è sinonimo di obbedienza! Uno obbedisce onorevolmente solo se è capace di ribellarsi e chi non non sa ribellarsi non sa obbedire”.

A Krak Les Chevalier, villaggio della valle dei Nazareni, dove abbiamo soggiornato 4 giorni, avevo scoperto il mondo che ci circondava, entrando a casa di due abitanti del villaggio, uno dei quali mi aveva messo sotto carica la batteria del computer, perché nella nostra struttura la corrente elettrica era fornita da un generatore artigianale che funzionava solo per poche ore al giorno. Verrebbe da approfondire e scendere in alcuni dettagli significativi, cosa che non posso fare in questa sede e sto cercando di fare un po’ di più nel libro che sto scrivendo.

Una collega con cui ho viaggiato ha espresso l’imbarazzo e il disgusto che provava vedendo in certe strade la miseria e i piedi nudi di alcuni bambini: “Mi vergogno di essere cittadina di un Paese che approva l’embargo che condanna questo popolo allo sfibramento”. Mi ha fatto notare che spesso chi viaggia si ferma ad atteggiamenti narcisistici o comunque intimisti mentre un’italiana, ma di origine iraniana, mi faceva notare che in mezzo a queste macerie c’era più vitalità di quella che troviamo nei nostri Paesi occidentali: “Per lo meno qui hanno spesso il sorriso fra le labbra e una parola o un gesto di accoglienza”. Questa può sembrare retorica ma non lo è. Forse in tutto ciò c’è una grave perdita di autonomia e di creatività subentrata negli ultimi decenni nel nostro Occidente sempre più delirante, tra declino e decadenza antropologica. Ivan Illich già quarant’anni fa o forse più, faceva dei corsi per “decolonizzare l’immaginario occidentale”, soprattutto rivolgendosi a chi voleva andare nei Paesi del sud del Mondo, per evitare di perpetrare un atteggiamento da colonialista camuffato da benefattore (anche la beneficenza rientra nell’atteggiamento colonialista, anzi ne è l’aspetto più insidioso, secondo Illich).

Alex Zanotelli, invece, nel suo ultimo libro raccomanda all’uomo bianco di convertirsi alla povertà volontaria, all’ascolto dell’altro, alla convivialità mediterranea. Forse è anche vero quello che scriveva già alcuni decenni fa Emile Cioran: “L’Occidente è un cadavere profumato”.  D’altronde, la consapevolezza della propria schiavitù è alla base della propria liberazione. Ammettere che l’Occidente è un cadavere profumato vuol dire ammettere di essere morti interiormente. Da questa consapevolezza può rinascere la vita, può arrivare la resurrezione. Come nel caso di padre Paolo Dall’Oglio e di altri martiri gesuiti come lui, citati in un articolo che ho trovato nell’elenco dei link sul mio smartphone all’aeroporto di Amman, quando abbiamo ritrovato il wifi dopo giorni e giorni di “isolamento”, di disconnessione.

La notizia che trovo si riferisce a padre Jacques Mourad, che ha condiviso quasi trent’anni di vita comunitaria a Mar Musa con abuna Paolo. Oggi Mourad è arcivescovo di Homs e in questo articolo ricorda di essere stato rapito e tenuto prigioniero dall’ISIS nel 2015 e di essere riuscito a fuggire dopo cinque mesi. Ricorda anche il gesuita Frans Van der Lugt, assassinato nel giardino del suo convento nel 2014. E di Paolo Dall’Oglio dice che “se raccogliessimo le lettere e i messaggi che ha ricevuto potremmo fare un’enciclopedia”. Chissà che ognuno di noi che volesse viaggiare in Siria non possa iniziare da qui, dalla scrittura di un messaggio o di una lettera a padre Paolo, per chiedergli la grazia di incontrare il popolo siriano. Il tutto senza la paura di lasciare il familiare e il non conosciuto, ma con la consapevolezza che non c’è “obbedienza onorevole senza ribellione”. E magari di leggere, se non un libro di padre Paolo, almeno le poche pagine del documento sull’autodifesa e sulla non-violenza. Mi auguro che questo possa succedere a tutti quelli che si mettono in viaggio per incontrare l’altro, nella quotidianità e nella “vacanza”, che dovrebbe significare fare vuoto dentro, fermarsi, liberarsi dal peso del “familiare e del conosciuto”, almeno per pochi giorni o anche solo per poche ore.

* Angelo Maddalena è narratore di conflitti e lotte popolari dal basso, dalla Val di Susa all’Algeria a Buenos Aires. I suoi reportage spesso diventano monologhi teatrali con canzoni (“Cugini di Algeria fratelli di Kabylia”; “Alla Maddalena, la favola del 3 luglio in Val di Susa”). Nel 2018 ha pubblicato il libro inchiesta dal titolo “Un anno di frontiera”, sull’accoglienza incompleta dei migranti a Ventimiglia; collabora con “Mosaico di pace”, a giugno del 2023 è uscito un suo reportage sul quindicinale “Rocca”. Dal 2013 al 2022 ha collaborato regolarmente con “la Bottega del Barbieri”, blog di giornalismo sociale e di inchiesta, per il quale ha curato la rubrica “L’Angelo del lunedì”. Il suo ultimo libro è “Taccuino di viaggio interiore”, con il cd di canzoni “Tutti positivi”. A settembre del 2023 uscirà il docu-corto “Mi sembra di viaggiare con te. Vita da Angelo, un artista e la sua ricerca di senso”, di Gabriele Perni.

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