Proteggere i disertori

Una petizione per russi, bielorussi e ucraini che rifuggono le armi: cosa si muove per garantire asilo e sicurezza

Protezione e asilo ai disertori e agli obiettori di coscienza della Bielorussia e della Federazione Russa. Questo l’obiettivo di una petizione lanciata da varie realtà internazionali, tra cui Connection e.V., Int. Fellowship of Reconciliation, European Bureau for Conscientious Objection and War Resisters’ Int e indirizzata alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, al presidente del Consiglio europeo, Charles Michel e al presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola.

“Decine di migliaia di persone – si legge nella petizione – hanno lasciato la Federazione Russa e la Bielorussia per evitare di essere reclutati per la guerra. Altri migliaia hanno lasciato l’Ucraina perché vedono in pericolo il proprio diritto umano all’obiezione di coscienza. Costoro rappresentano tutte le nostre speranze per superare la violenza”.

La mobilitazione, partita nel giugno 2022, coinvolge 60 organizzazioni di 20 Paesi, che hanno inviato un appello al Parlamento europeo, specificando perché la protezione e il sostegno ai disertori e agli obiettori di coscienza di tutti i fronti della guerra ucraina è necessaria e giusta. Le firme raccolte in questi mesi saranno consegnate nel marzo 2023 a Bruxelles.

Ad oggi l’Ue, secondo quanto riportato dall’agenzia Dire, concede l’asilo politico agli attivisti, ai difensori per i diritti umani o agli esponenti della comunità Lgbt, ma non a coloro che si rifiutano di combattere in Ucraina. La petizione è arrivata a Roma, in un incontro organizzato dal Movimento Nonviolento e Un Ponte Per, prima di andare a Palazzo Chigi a consegnare ai ministri del governo Meloni le firme già raccolte. Sarebbero, secondo Alexander Belik, coordinatore del movimento degli Obiettori di coscienza russi, circa 50mila i russi che hanno aderito al movimento dall’inizio dalla raccolta firme.

Una delle attività del movimento è informare sulle leggi russe che consentono di evitare la leva e che vengono taciute o mal comunicate in Russia. I soldati a contratto, ad esempio, possono comunicare la decisione di uscire dall’esercito, chi viene chiamato alle armi può semplicemente non rispondere, senza incorrere in sanzioni, mentre anche chi si arruola può rifiutarsi di partire. Chi è già in battaglia, invece, rischia di finire nei campi di detenzione. La legge dice inoltre che il militare che lascia le armi e comunica la sua decisione entro le successive 48 ore a un distretto militare non sia da considerarsi disertore, evitando quindi conseguenze penali.

La Bielorussia, dove la leva militare è obbligatoria, ha visto un incremento nel coinvolgimento dei giovani nell’esercito: secondo l’organizzazione Nash Dom sono 22mila i cittadini soggetti al servizio di leva che avrebbero già lasciato il Paese. 

In Ucraina sono circa 5000 i giovani ucraini che si sono dichiarati obiettori di coscienza e vorrebbero svolgere un servizio civile alternativo al servizio in armi, ma la legge marziale in atto glielo nega. Alcuni di loro sono già sottoposti ad un procedimento penale. Secondo la ong Un Ponte per, sono 971 le persone incriminate per aver scelto di non arruolarsi e combattere, in base all’articolo 336 del Codice penale ucraino che regola la coscrizione militare.

Il Movimento Non Violento, come riportato da Il Manifesto, sta seguendo i casi di due obiettori ucraini: Ruslan Kotsaba e Vitaliy Alekseinko ai quali viene fornita assistenza legale. Ruslan è riconosciuto come “prigioniero di coscienza” da Amnesty International, è stato arrestato e imprigionato per 524 giorni per aver espresso le sue idee pacifiste. L’accusa ha chiesto una condanna a 15 anni di carcere. Vitaliy è stato giudicato colpevole di “elusione del servizio militare durante la mobilitazione” e condannato a un anno di carcere.

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