Quale futuro per l’Iran?

Con la morte del presidente Ebrahim Raisi si aprono vari scenari. Una panoramica di quello che può accadere

di Lorenzo Forlani

La morte del presidente iraniano Ebrahim Raisi in un incidente in elicottero nel nord dell’Iran, vicino al confine con l’Azerbaigian, è ancora avvolta nel mistero. Le teorie del complotto hanno sin da subito puntato il dito sul fatto che, in un momento di accresciute tensioni tra Iran e Israele, l’elicottero su cui viaggiava Raisi è decollato dal suolo del Paese azero, che ha noti rapporti militari e di intelligence con Israele.

Tuttavia, l’incidente può essere spiegato in modo più prosaico, considerando quindi che Raisi volava in pessime condizioni meteo su un vecchio elicottero Bell 212, che probabilmente – anche a causa delle sanzioni – non è stato adeguatamente mantenuto nel corso degli anni. In ogni caso Mohammad Baqeri, Capo di Stato maggiore delle Forze Armate iraniane, ha incaricato il generale Ali Abdollahi, vice capo di Stato Maggiore, di guidare una squadra che indaghi le cause dell’incidente.

Sono due le ragioni principali per cui la morte del presidente iraniano Ebrahim Raisi e del suo il ministro degli Esteri Amir Abdollahian sono politicamente importanti, in particolare per il contesto interno. La prima è che Ebrahim Raisi era, secondo numerose fonti, la scelta preferita di Ali Khamene’i per la sua successione come Guida Suprema della Repubblica islamica, ancor più di suo figlio Mojtaba Khamene’i. La seconda, strettamente connessa alla prima ma di portata più ampia, è che Raisi, tra gli ultimi cinque presidenti iraniani, è stato senza dubbio, se non sicuramente, il più allineato alle visioni esterne ed interne della Guida Suprema, sin da quando quest’ultimo ha iniziato il suo mandato nel 1989, dopo la morte dell’Ayatollah Khomeini.

Come ha sottolineato l’ex negoziatore sul nucleare iraniano Seyed Hossein Mousavian, sia l’ex presidente riformista Mohammad Khatami, che i pragmatici Ali Hashemi Rafsanjani e Hassan Rouhani, e persino il populista Mahmoud Ahmadinejad, in misura diversa, hanno avuto disaccordi o addirittura tensioni con

Khamene’i durante il loro mandato, fossero esse legate a questioni interne o alla politica estera dell’Iran. Ebrahim Raisi, invece, ha rappresentato e promosso pienamente le posizioni del Rahbar, segnalando in questo modo anche il completamento di un’importante svolta all’interno dell’arena politica iraniana. Infatti, il declino del campo riformista guidato dall’ex presidente Mohammad Khatami, iniziato nel 2002, quando la sua apertura agli Usa – con la condivisione di informazioni di intelligence sui nascondigli dei Talebani attraverso il generale Qassem Soleimani, e con l’apertura dello spazio aereo iraniano per gli strikes americani in Afghanistan – trovò la dura risposta di G.W.Bush jr, che nel suo annuale Discorso sullo Stato dell’Unione inserì l’Iran nel famigerato “Asse del Male”, ha avuto un ritmo inarrestabile negli ultimi 20 anni, raggiungendo un picco drammatico alle elezioni contestate del 2009, con l’arresto di leader riformisti Mir Hossein Mousavi e dell’hojatoleslam Mehdi Karroubi.

Il fallimento di Khatami nel convincere il Leader supremo a fidarsi degli americani e della sua capacità di avviare con essi, aveva quindi innescato un processo irreversibile, che negli anni ha portato alla squalificazione e alla complessiva emarginazione dei riformisti. Anche Hassan Rouhani, eletto nel 2014 non come riformista ma come centrista con visioni pragmatiche (sebbene attirando voti anche da parte degli elettori riformisti), è declinato agli occhi del Rahbar in circostanze simili, cioè dopo il ritiro degli Stati Uniti da un accordo sul nucleare che era stato faticosamente raggiunto dopo anni di negoziati e, cosa ancora più importante, dopo anni in cui Rouhani aveva chiesto una ulteriore fiducia, una linea di credito allo stesso Khamene’i.

La graduale scomparsa del campo riformista, seguita dal restringimento di ogni reale spazio al centro, ha prodotto una realtà nuova, andata intrecciandosi anche con quella la dimensione del ricambio generazionale: la divisione politica non è quindi più tra riformisti o “moderati” VS principalisti (conservatori) o ultraprincipisti, ma è piuttosto divenuta completamente endogena al campo principalista.

Ora l’arena politica e il Majles (Parlamento) non solo sono dominati da questo grande fronte ma sostanzialmente quest’ultimo si sta caratterizzando al suo interno per una crescente frattura tra conservatori moderati e conservatori intransigenti, evidenziando anche ulteriori sfumature all’interno di questi due grandi gruppi. Ciò si rifletterà pienamente sulle elezioni presidenziali anticipate che verranno organizzate dal nuovo presidente ad interim, Mohammad Mokhber, insieme al presidente del Parlamento Mohammad Bagher Qalibaf e al capo della giustizia Gholamhossein Mohsen-Ejei entro 50 giorni, secondo quanto stabilisce l’articolo 131 della Costituzione iraniana. Chi succederà a Ebrahim Raisi per il prossimi quattro anni?

Il citato Mohammad Qalibaf, ex sindaco di Teheran, si è candidato alle elezioni più volte, perdendo sempre. Nell’ultima corsa elettorale è stato lui il principale avversario di Raisi, e la cerchia di Raisi nei mesi successivi al voto ha cercato anche di impedire la sua elezione a portavoce del Majles. Questa volta, però, può sperare di attirare i voti degli oppositori di Saeed Jalili, un convinto nemico di qualunque compromesso con gli Stati Uniti, radicale, ex negoziatore sul nucleare sotto Ahmadinejad e già due volte candidato alle elezioni. I commentatori considerano Jalili il candidato preferito dagli estimatori e fedelissimi di Raisi.

Ali Larijani, membro di una famiglia politica iraniana molto nota, fondamentalmente un conservatore ma con opinioni più liberali sulle questioni estere, nonché sostenitore dell’accordo sul nucleare, era stato squalificato dal Consiglio dei Guardiani nelle ultime elezioni del 2021, ma questa volta in molti credono possa avere qualche possibilità di essere ammesso. Anche la sua figura simboleggia il cambiamento sopra menzionato in campo politico: vent’anni fa Larijani sarebbe stato considerato quasi un oltranzista, e sicuramente contrario all’ampio campo riformista. Adesso è un “moderato”.

Infine, oltre ad alcuni candidati minori come il sindaco di Teheran Alireza Zakani o l’ex capo del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale Iraniano, Ali Shamkani, ci potrebbero essere due esponenti di una generazione emergente, post rivoluzionaria, entrambi nati dopo il 1979. Il primo è Mohammad Javad Azari Jahromi, classe 1982 (il più giovane dei Majles), ex funzionario di intelligence, a capo del ministro delle Comunicazioni sotto Rouhani (il primo ministro nato dopo la rivoluzione del 1979), che ha perso un fratello nella guerra Iran-Iraq e, pur essendo sanzionato dagli Stati Uniti, è stato soprannominato dall’analista politico Ruhollah Faghighi “il Macron iraniano”.

Il secondo è sicuramente Mehrdad Bazrpash: classe 1980, negli anni della presidenza Ahmadinejad, poco più che ventenne, era a capo dell’organizzazione Basij nell’Università Sharif di Teheran, poi amministratore delegato di due importanti aziende automobilistiche – Khodro e Saipa – ed ex proprietario del quotidiano Vatan e-emrooz, ora ricopre la carica di ministro delle strade e dello sviluppo urbano dell’attuale governo, ed è noto per la sua spiccata ambizione.

*On the cover photo, the late Iranian President Ebrahim Raisi and the supreme leader Ali Khamenei on a poster in Iran’s capital, Tehran ©Sergey-73/Shutterstock.com

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