Repubblica Centrafricana, pericolo genocidio

La Repubblica Centrafricana è al collasso. La guerra non accenna a finire e negli ultimi mesi, a causa del peggioramento della situazione, alcune organizzazioni come Medici senza frontiere  hanno lasciato diverse città e villaggi.

Ad alzare i riflettori su un altro possibile genocidio africano sono state anche le Nazioni Unite che hanno lanciato l’allarme.

Secondo l’Onu, dal gennaio 2017, il numero di sfollati interni in Repubblica Centrafricana è aumentato del 50 per cento, arrivando a 600mila persone e il numero di rifugiati nei paesi vicini è cresciuto di altre 500mila unità.

In tutto questo sono almeno 400mila i bambini che non hanno più accesso alle scuole a causa degli scontri e delle devastazioni della guerra.

Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che ha visitato il Paese negli scorsi giorni, ha denunciato ‘una crisi drammatica ma una crisi dimenticata’. Secondo lui  ‘la Repubblica Centrafricana è molto lontana dall’attenzione della comunità internazionale. Il livello di sofferenza del popolo, ma anche le tragedie subite dagli organismi umanitari e dai facilitatori di pace meritano una maggiore solidarietà e attenzione’.

Nonostante la drammatica crisi umanitaria il personale umanitario continua a essere un target delle violenze: nel corso dell’ultimo anno, a detta dello stesso Guterres, almeno 12 soccorritori e altrettanti peacekeeper della missione ONU in corso nel Paese sono stati uccisi.

La guerra interna nel Paese ha preso il via nel 2012. Ex colonia francese e grande esportatrice di materie prime e di uranio, è stata governata da diversi regimi militari senza riuscire a sviluppare una crescita economica e un regime politico stabili.

Nel 2016 è stato eletto Faustin Archange Touadéra e fino alla fine dello scorso anno la situazione era vicina alla calma.

Negli ultimi mesi, però, la calma si è dimostrata apparente e gli scontri sono ripresi, costringendo oltre 100mila a lasciare le proprie case da maggio 2017.

La maggior parte dei combattimenti si è svolta nei pressi della città sud orientale di Bangassou, vicino al confine con la Repubblica Democratica del Congo. Qui la Croce Rossa internazionale ha rivelato che, proprio ad agosto 2017, 115 persone sono state uccise a seguito degli scontri.

A niente o quasi è poi servito l’accordo di pace firmato a giugno a Roma, presso la Comunità di Sant’Egidio, che prevedeva un cessate il fuoco immediato tra il governo della Repubblica Centrafricana e 14 gruppi ribelli armati.  I combattimenti, infatti, non sono mai davvero finiti.

La missione di pace delle Nazioni Unite in Repubblica Centrafricana, MINUSCA, ha pubblicato un rapporto il 18 ottobre nel quale si riporta che gli scontri tra le milizie una volta riconducibili alla coalizione Seleka e i gruppi armati conosciuti come anti-Balaka, hanno determinato una situazione tanto grave che le organizzazioni internazionali hanno dovuto cambiare il proprio modo di operare e in alcuni casi ritirarsi.

Gli abusi e le violazioni dei diritti umani denunciate nel rapporto parlano anche di rapimenti, stupri, negazione di cure mediche e soccorso umanitario, distruzione di proprietà e restrizioni alla libera circolazione. La maggior parte delle violenze ha avuto luogo nelle città di Bria e Bakala.

Ma ‘i rapporti della morte’ non sono finiti. Anche l’organizzazione internazionale Human Rights Watch ha studiato il caso Repubblica Centraficana con un report dal titolo ‘They said we are their slaves’ (“Ci dicevano che eravamo le loro schiave”). Nel rapporto ci sono 296 testimonianze di donne stuprate e usate come schiave sessuali tra l’inizio del 2013 e la metà del 2017.

Si tratta di donne e ragazze tra i 10 ei 75 anni, abusate nella capitale Bangui e nei dintorni di Alindao, Bambari, Boda, Kaga-Bandoro, e Mbrès. Molte delle sopravvissute che raccontano di essere state violentate anche da dieci uomini in uno stesso episodio, con conseguenze che vanno da ossa e denti rotti a lesioni interne e traumi cerebrali.

Human Rights Watch parla di vere e proprie torture con donne legate per lunghi periodi, ustionate e minacciate continuamente di morte.

I casi documentati nel report sarebbero comunque solo una piccola percentuale di tutti i casi successi: le sopravvissute hanno infatti poca o nessuna possibilità di ottenere giustizia e anche per questo in molte non denunciano.

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