Scontro tra titani

Il punto dopo l’arresto della dirigente di Huawei. Mentre si avvicina la data ultima per la richiesta americana di estradizione, il Canada è schiacciato dalla guerra commerciale  fra i due colossi

di Maurizio Sacchi

Entro il 30 gennaio gli Stati Uniti dovranno presentare al Canada una richiesta ufficiale di estradizione per Meng Wanzhou, alta funzionaria della Huawei, colosso cinese delle telecomunicazioni, arrestata in territorio canadese il 5 dicembre dello scorso anno. Gli Stati Uniti accusano la dirigente di aver utilizzato tra il 2009 e il 2014 una sussidiaria di Huawei, chiamata Skycom, per eludere le sanzioni contro l’Iran. Sia lei che Huawei negano tali accuse. Secondo il trattato di estradizione USA-Canada, i reati di Meng devono essere un crimine in entrambi i Paesi, o di  “doppia criminalità”.

Huawei headquarters in Shenzhen, Guangdong

Le conseguenze di questa decisione in sospeso si fanno già sentire: primo a pronunciarsi l’ambasciatore cinese ad Ottawa, Lu Shaye, che innanzitutto ha rigettato le accuse secondo cui il recente arresto in Cina di tre cittadini canadesi, di cui uno condannato a morte, sarebbe parte di una rappresaglia giudiziaria. Ed ha subito soggiunto che il governo cinese è “rammaricato” per l’arresto dell’alta funzionaria della Huawei, e che il blocco della tecnologia cinese che vi si collega “avrà conseguenze” nei rapporti fra i due Paesi.

Questa volta, col Canada, la Cina ha deciso di usare il bastone e la carota. Così si dice in un servizio della BBC del 22 gennaio, in cui , del lungo discorso di Lu, si fa notare l’affermazione che “il Canada è percepito in Cina come il Paese più aperto e disponibile nei confronti della Cina”, e che se Ottawa considerasse conveniente “diversificare i suoi partner”, vi sarebbero molti buoni affari da fare, con beneficio di entrambe le parti.

Il lato del bastone è meno gradevole: il rilascio della signora Meng, o la sua estradizione verso un carcere e un tribunale statunitensi non sono che una delle mosse di una partita a scacchi che si gioca al limite della tecnologia e della strategia. Huawei è al momento leader nella tecnologia 5G, a cui tutti i Paesi sviluppati corrono ad attrezzarsi. Fra questi Paesi vi è anche il Canada. E la tesi su cui si basano l’arresto e la richiesta di estradizione è strettamente legata alla presenza di tecnologia Huawei nei sistemi di sicurezza, considerati strategici o cruciali per la sicurezza nazionale, di molti Paesi alleati degli Usa. E che ne possiedono armamenti e condividono segreti.

Anche la Huawei si è fatta sentire: La settimana scorsa l’amministratore delegato di Huawei Ren Zhengfei ha rilasciato una rara intervista ai media internazionali. Alla tavola rotonda, ha negato le accuse di minacce alla sicurezza nei confronti della ditta da lui fondata nel 1987, e ha ammonito che ” l’ esclusione delle imprese cinesi potrebbe ritardare i progetti negli Stati Uniti destinati a fornire reti ultraveloci ai distretti rurali – compresi quelli ricchi”.

Una pubblicità di Hwawei a Siem Reap, Cambogia

In Canada c’è chi non vuole questa guerra. Telus, una delle più grandi compagnie telefoniche del Canada, ha espresso sostegno per il suo partner cinese, sfidando la condanna globale contro Huawei per le supposte minacce alla cibersicurezza.
L’azienda con sede a Vancouver fa parte di una manciata di società canadesi che potrebbero potenzialmente sfruttare la società con sede a Shenzhen per costruire sistemi 5G, la tecnologia che accelera non solo la connessione mobile ma alimenta in modo cruciale campi emergenti come la guida autonoma a bassa latenza e 8K video streaming, come spiega  TechCrunch, un blog statunitense che si occupa di start up, tecnologia e informatica.

I tre canadesi in carcere – tra cui anche un ex-diplomatico,  sono intanto oggetto di un’altro scontro a bassa intensità fra Canada e Cina, che formalmente rispettano le autonomie dei tribunali dei Paesi interlocutori. Ma si è fatta sentire la società civile, con un appello di 150 intellettuali, artisti, politici per richiedere il rilascio immediato dei connazionali detenuti.

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