Somalia, il «ritorno» dei pirati

di Tommaso Andreatta

Acque della Somalia di nuovo insicure. I pirati sono tornati. La notizia è stata diffusa nei giorni scorsi. Dopo cinque anni la minaccia è tornata ad essere concreta.

Tra il 2005 e il 2011 avevano reso praticamente inaccessibile l’area marittima. «Al culmine del fenomeno – scrive Marco Cochi su Nigrizia – si registrarono 237 attacchi, 736 persone e 32 mercantili tenuti in ostaggio, oltre a danni per circa 8 miliardi di dollari».

Il ritorno a questo fenomeno pare sia dovuto ad una serie di ragioni: la carestia, la siccità, la corruzione dilagante, l’aumento di armi di contrabbando e l’influenza dello Stato islamico. Ma il punto centrale è dato dal ridimensionamento dei controlli marittimi internazionali.

Essendo calati gli attacchi nell’area, è venuta meno la necessità di presenza di forze internazionali nel Golfo di Aden. «Molte delle pattuglie prima impegnate nel contrasto alla pirateria sono state spostate nel Mediterraneo per far fronte alla crisi dei migranti».

In maggio si sono registrati quattro attacchi: il 27 maggio un peschereccio sudcoreano con venti uomini a bordo è stato inseguito per più di un’ora da una imbarcazione pirata. Alla fine l’hanno avuta meglio i sudcoreani.

Tre giorni prima i fuorilegge somali erano riusciti a dirottare una nave da pesca iraniana. Un’altra è stata tratta in salvo in salvo grazie all’intervento di pattuglie navali indiane e cinesi.

In marzo erano riusciti a sequestrare una petroliera, battente bandiera delle isole Comore e di proprietà della emiratina Armi Shipping.

Insomma le organizzazioni criminali sono ancora molto attive in Somalia. «Solo pochi dei loro leader storici sono stati arrestati e condannati».

Questa nuova ondata piratesca rappresenta un grave problema per la pesca artigianale. Un danno che si somma al fatto che le autorità locali «hanno rilasciato ai pescherecci stranieri che praticano pesca illegale su larga scala nelle acque territoriali somale, distruggendo l’ecosistema costiero che fornisce sostentamento a gran parte della popolazione».

Tom Waldhauser, comandante in capo delle forze Usa in Africa, sentito da La Stampa, ha spiegato che «i nuovi attacchi non dovrebbero durare a lungo ed è possibile arginarli ristabilendo quelle misure di sicurezza che hanno contribuito a risolvere la crisi precedente». Nel 2011, con 237 incidenti, l’emergenza pirati raggiunse il suo apice. «Bande di ex-pescatori a bordo di motoscafi e gommoni assaltavano qualsiasi imbarcazione capitasse loro a tiro. Si calcola che tra il 2008 e il 2012, i pirati abbiano guadagnato circa 120 milioni di dollari l’anno».

Dopo perdite enormi, tra i 900 milioni e i 3,3 miliardi di dollari l’anno, l’industria dei trasporti adottò delle contromisure. «Alle navi venne imposto di spostarsi più rapidamente e a maggior distanza dalla costa, e di ospitare a bordo guardie armate pronte a far fuoco sugli aggressori. Anche gli organismi internazionali fecero la loro parte. Vennero istituite due missioni per presidiare le acque dell’ Oceano Indiano orientale: una con flotta della Nato, l’altra dell’Unione Europea. Risultato: i pirati si trovarono di fronte tali rischi che nel 2013 tentarono solo 15 attacchi. Ma superata l’emergenza si è fatto l’errore di trascurare di nuovo le difese».

Nigrizia cita l’Economist: «La mancanza di vittime straniere (piuttosto che locali) ha reso facile spostare altrove l’attenzione dei media internazionali, ma fino a quando la pirateria non cesserà di essere un’interessante opportunità di business rimarrà una piaga».

http://www.lastampa.it/2017/05/22/esteri/fame-pesca-illegale-e-meno-controlli-in-somalia-tornano-i-pirati-b9dUCILMTmXi86YdmfDAnO/pagina.html

http://www.nigrizia.it/tematiche

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