Terra e terrorismo: la guerra del Sahel

Gli scontri tra agricoltori e allevatori uniti agli attentati di gruppi armati fondamentalisti, aggravano la situazione della Regione, già alle prese con siccità e povertà

La lotta per la terra e gli attentati compiuti da estremisti non si fermano e coinvolgono vari stati della regione del Sahel. In particolare in questi giorni l’attenzione è puntata su due situazioni, quella del Ciad e del Burkina Faso. Nella giornata di martedì 20 agosto, il presidente del Ciad, Idriss Deby Itno, ha dichiarato lo stato d’emergenza nelle provincie di Sila e Ouaddaïin, nell’Est del Paese e al confine con il Sudan, dopo i violenti scontri fra pastori nomadi e allevatori stanziali, che nell’ultimo mese hanno causato decine di vittime. La misura durerà per tre mesi.  Da tempo i conflitti tra agricoltori sedentari e pastori nomadi, molti appartenenti al gruppo etnico Zaghawa di cui fa parte lo stesso Presidente, sono quasi all’ordine del giorno, aggravati dalla siccità e dalla crescita della popolazione.

Complice, poi, secondo il Presidente al potere da quasi trent’anni, anche l’afflusso di armi che entrano illegalmente nel Paese dalle zone di conflitto in Libia, Repubblica Centrafricana e Sudan. I conflitti per la terra si incrociano infatti con quelli regionali. Il Ciad è uno snodo essenziale per il passaggio di armi nel Fezzan libico, mentre in Nigeria le popolazioni agricole accusano i nomadi fulani di avere contatti con le formazioni del terrorismo jihadista della regione. E in tutto questo si innesta anche l’estremismo, con Boko Haram in prima fila. L’ultimo attacco il 14 agosto con l’attentato suicida condotto da una donna kamikaze nel distretto di Tatafiromou, nella sotto-prefettura di Kaïga-Kindjiria, nella regione del Lago Ciad, nell’Ovest del paese africano.  Nel 2019 nell’area sono aumentati gli attentati: a marzo ventitré soldati sono morti in un attacco contro una base militare sulla sponda Nord-Occidentale del lago, mentre a giugno un altro attentato di Boko Haram aveva causato la morte di almeno undici militari ciadiani.

L’area del lago Ciad è facile preda per il terrorismo. Come analizziamo da anni la desertificazione del lago, che si è ritirato del 90 per cento e la guerra del terrore di Boko Haram, hanno causato 2,3 milioni di profughi, mentre sono 10 i milioni di persone che vivono nel bisogno e 500mila i bambini che soffrono di malnutrizione.

Lotte tra pastori e agricoltori, così come gruppi armati terroristici in azione, sono quotidianità anche in Burkina Faso.  Oltre una dozzina di soldati sono stati uccisi in un “grave attacco” da parte “gruppi armati terroristici” contro una base militare a Koutougou, nella provincia di Soum, al Nord del Burkina Faso, al confine con il Mali, nella giornata di lunedì 19 agosto.  Gli assalitori hanno usato armi pesanti. La reazione dell’esercito non si è fatta attendere e ha coinvolto anche raid aerei che avrebbero ucciso diversi combattenti, la cui affiliazione non è ancora stata rivelata. Questo è stato ad oggi l’attacco jihadista più grave mai perpetrato contro l’esercito del Burkina Faso. Il Paese è da tempo vittima di attacchi, partiti dal Nord ma che si stanno espandendo anche nella zona Est, vicino al confine con Togo e Benin.

Gli attacchi jihadisti hanno ucciso oltre 500 persone dal 2015 e la capitale Ouagadougou è stata attaccata tre volte. A metà luglio, le autorità hanno prorogato per altri sei mesi lo stato di emergenza, in vigore da dicembre 2018 in diverse province. La maggior parte degli attacchi nel Paese sono attribuiti al gruppo Ansar ul Islam, attivo dal dicembre 2016, e al Jnim (Jamaat Nusrat al Islam wa al Muslimin), gruppo islamista che ha giurato fedeltà ad Al-Qaida nel Maghreb.  In tutto questo, poi, nelle province settentrionali del Paese sono peggiorati i conflitti inter comunitari legati alla terra e all’accesso alle risorse idriche tra pastori seminomadi (in maggioranza peul) e agricoltori.

di Red/Al.Pi.

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