Ttip, l’accordo che non piace

di Andrea Tomasi

Ttip, una sigla quasi sconosciuta e un po’ fastidiosa. Se ne parla poco ma il Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip) rischia di cambiare le nostre vite. Il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti è un accordo commerciale oggetto di negoziato dal 2013 tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America. Scopo ufficiale è l’integrazione dei due mercati. Si parla di riduzione delle tasse doganali, di omogeneizzazione dei regolamenti tecnici oltre che degli standard applicati ai prodotti e delle regole sanitarie e fitosanitarie. Questo dovrebbe rendere più facile la circolazione delle merci e gli investimenti. A progetto approvato si prospetterebbe la più grande area di libero scambio del mondo, visto che Usa ed Unione europea producono circa la metà del Pil e un terzo del commercio globale. Tutto meraviglioso, il migliore dei mondi possibili? Non ne sono affatto convinti i militanti di Greenpeace, l’associazione ambientalista che a inizio maggio ha diffuso alcuni documenti, poi pubblicati dal quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung.
Fra gli «effetti collaterali» del TTIP vi sarebbe l’allentamento delle norme europee in materia di protezione di ambiente e salute. Come ricorda il settimanale Internazionale, gli Usa vorrebbero che l’Ue superasse il cosiddetto «principio di precauzione», secondo il quale «un prodotto potenzialmente pericoloso può essere ritirato dal mercato se non è provato scientificamente che è sicuro». Un principio, questo, che attualmente viene applicato agli Ogm (Organismi geneticamente modificati) ma che riguarda tutti gli ambiti (fra questi quello dell’uso dei fitofarmaci e diserbanti). Greenpeace fa poi notare che nel patto non vi è alcun riferimento al contenimento delle emissioni di anidride carbonica in atmosfera.
Ma su quale tasto battono gli statunitensi nella loro attività di penetrazione sul mercato europeo? La minaccia è quella di appesantire le norme sull’importazione di automobili europee negli Usa. Una minaccia volta a costringere l’Ue a comperare prodotti agricoli d’oltreoceano. Della serie: tu fai entrare i nostri prodotti e noi lasciamo entrare le vostre auto. L’accordo riguarda il 40 per cento del giro d’affari del commercio del pianeta mondiale e verrebbe applicato ad ambiti molto diversi, dal mercato culturale a quello alimentare. Tra le questioni più delicate c’è la «risoluzione delle controversie tra investitore e Stato» (Investor-State dispute settlement, Isds). Il trattato permetterebbe alle grandi società di fare causa ai Governi autori di leggi che le possono danneggiare. In pratica – dicono i detrattori – si tratterebbe della codificazione del principio di parità fra Governo. L’esempio più citato – scrive il settimanale Internazionale – è quello della Philip Morris, che ha fatto causa ai governi di Uruguay e Australia.
Ma interessante è notare la reazione degli Stati membri dell’Ue, che – anche su questo – rischiano di andare in ordine sparso. La Francia, ad esempio, aveva chiesto l’esclusione del settore audiovisivo dal trattato – temendo di essere travolta dalla «valanga» dell’industria hollywoodiana – in nome dell’eccezione culturale. L’Italia dal canto suo, con il solito ritardo, inizia ad «alzare la voce» in materia agroalimentare: una omogenizzazione delle regole porterebbe – si dice – all’annullamento degli sforzi fatti per la tutela dei prodotti oggi protetti dai marchi Dop e Igp.
Secondo un documento approvato dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, il valore delle Dop e delle Igp italiane si aggira intorno ai 6,6 miliardi di euro e il settore coinvolge 75 mila imprese agricole. «Per questo – ha dichiarato l’assessore regionale dell’Emilia Romagna Simona Caselli, intervistata lo scorso anno da Euronews – è necessario che negli Stati Uniti sia garantita una tutela analoga a quella europea. La tutela nel territorio statunitense è garantita solo attraverso complesse e costose iniziative legali. È opportuno fare in modo che la normativa Usa conceda alle produzioni Dop e Igp registrate le stesse garanzie vigenti in Europa».
Legata, a filo doppio, alla questione della protezione dei prodotti tipici c’è quella dell’etichettatura. Secondo Caselli «è fondamentale» avere informazioni «chiare e dettagliate» in etichetta, per consentire ai consumatori di scegliere consapevolmente i prodotti che intendono acquistare. Il problema riguarda una regione che ha fatto dell’enogastronomia la propria punta di diamante sul versante economico ma ovviamente riguarda tutte le regioni d’Italia (se vogliamo fermarci alle primizie del nostro Paese). A preoccupare le Regioni è anche il meccanismo di risoluzione delle controversie. In particolare l’ipotesi secondo cui i cittadini europei, singoli o in associazione, possano essere costretti a rivolgersi a un tribunale internazionale di natura privata per tentare un arbitrato ad armi impari, perché dovrebbero sostenere il ricorso a proprie spese e scontrarsi contro i costosissimi – quanto agguerriti – staff legali delle multinazionali. Una soluzione che «dovrebbe essere evitata», ammonisce Caselli.
Intanto proseguono le mobilitazioni di cittadini più o meno organizzati. Un nuovo rapporto europeo, pubblicato in contemporanea in 17 Paesi europei e negli Usa dall’ong internazionale Friends of the Earth Europe, con il supporto di Fairwatch per l’Italia, mette in fila tutti gli studi econometrici ufficiali d’impatto più recenti del Ttip sul settore agroalimentare europeo. Con l’eliminazione dei vincoli europei – si dice – ci saranno aumenti delle importazioni di carne bovina statunitense (per un valore di circa 3,20 miliardi di dollari). Con l’arrivo della carne a stelle e strisce nelle rivendite di macelleria Ue gli allevamenti di manzo europei che producono carne di alta qualità saranno particolarmente a rischio. Discorso analogo per quanto riguarda latte e latticini: si prevede un aumento delle esportazioni Usa fino a 5,4 miliardi di dollari in più, mentre quelle europee al massimo di 3,7 miliardi di dollari. I gruppi di pressione degli Stati Uniti vogliono usare lo strumento del Ttip per aprire il mercato europeo abbattendo gli standard di sicurezza alimentare. Insomma l’Europa avrebbe molto da perdere e gli Stati Uniti molto da guadagnare. «L’Unione Europea ha detto di avere ottenuto protezioni per settori sensibili della nostra vita quotidiana – ha dichiarato Monica Di Sisto, tra i portavoce della Campagna Stop TTIP Italia – come l’agricoltura, il cibo, i prodotti di qualità, ma sono ancora tutti aperti e in molti casi è evidente che li sta solo usando come merce di scambio per quello che vuole davvero: appalti, lavoro senza garanzie e a basso costo, finanza e privatizzazioni senza controllo sulle due sponde dell’Atlantico».

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