Turchia, i diritti in cantina

di Andrea Tomasi

La Turchia di Erdogan, scampato in poche ore al colpo di Stato e quindi alla deposizione, è il Paese dove i dirtti umani vengono violati più di ogni altro in Europa. Lo dice un rapporto annuale che monitora le violazioni dei diritti umani in Europa e lo dicono i dati statistici riguardanti le violazioni della Convenzione europea dei diritti umani, firmata da 47 Paesi: la Turchia è agli stessi livelli del 2009, «con una percentuale – si legge sul sito hetawikurdistan.it – del 18,55% su tutte le violazioni riscontrate dal Tribunale, seguita dalla Russia con il 14,48% e Romania con il 9,54%». L’articolo che è stato sistematicamente violato dal governo di Ankara è il numero 6, quello riguardante il diritto a un giusto processo (42 casi di violazione) e le lunghe procedure (83 casi). L’articolo 5, quello sulla libertà e la sicurezza, è stato il secondo su cui la Turchia ha compiuto più violazioni. Non parliamo delle recenti violazioni dei diritti dei migranti, di coloro che cercano di raggiungere l’Europa e che, grazie all’accordo con l’Ue, Ankara ha «tenuto sotto controllo». Parliamo dei casi registrati «negli anni Novanta nei confronti di militanti del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan». Dal 1984 il popolo curdo lotta per la creazione di uno stato indipendente. Nel solo 2010 ci sono state 80 violazioni riconosciute dalla comunità internazionale. «La Russia ha il 28,9% dei reclami in sospeso, la Turchia si piazza al secondo posto, con 139.650 pratiche, ossia il 10,9%. Terza, sempre la Romania, con l’8,6%». Il commissario dei diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks, – sentito da La Stampa – ha recentemente lanciato l’allarme: «Negli ultimi mesi il rispetto per i diritti umani si è deteriorato a una velocità allarmante». Il riferimento è alle operazioni antiterrorismo nel sud est del Paese.  Nei raid contro il Pkk – denunciano molte ong – non vengono colpiti soltanto i combattenti per l’indipendenza, ma anche civili. «Nutro seri dubbi sulla legalità dei coprifuoco di interi quartieri e città del sud est della Turchia» afferma Miuzniks, osservando che una decisione amministrativa basata su una legge che neanche contiene la parola «coprifuoco» è «una base molto debole per imporre drastiche restrizioni ai diritti fondamentali su un’enorme popolazione per mesi e mesi». Insomma, con la scusa della lotta al Pkk, i diritti dei cittadini vengono “messi in cantina”. Ancora Muiznieks: le operazioni antiterrorismo hanno avuto come conseguenza la distruzione di vaste zone e lo sfollamento di migliaia di persone, «le autorità turche hanno il dovere di condurre inchieste effettive (…) e risarcire senza indugio la popolazione locale che chiaramente ha sofferto enormi danni». Da tempo anche il mondo dell’informazione turca è sotto osservazione. Si parla di «incremento dei processi per offese al presidente Erdogan». La Turchia ha il record di richieste di oscuramento di indirizzi Twitter. E si sarà notato che, al momento del golpe, i primi canali informativi a saltare sono stati propriom gli incontrollabili social network. Per anni si è assistito al controllo di giornali e televisioni. Zero confronto politico e silanziato il giornalismo investigativo, dice il rapporto Usa sulla libertà di stampa in Turchia.

http://www.hetawikurdistan.it/articoli/983–turchia-prima-per-violazioni-secondo-corte-europea-diritti-umani.html

http://www.lastampa.it/2016/04/14/esteri/consiglio-deuropa-la-turchia-calpesta-i-diritti-umani-oRjJ51vokZWLqpwjfKCRaP/pagina.html

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