Ucraina: guerra e vanità. Il conflitto letto dall’Atlante

Un saggio di Raffaele Crocco appena uscito in libreria sulle regioni di quanto accade da due mesi in Europa

Terra Nuova: nel 2014 gli scontri e poi il separatismo della provincia del Donbass e oggi la guerra tra Russia e Ucraina. Questo lavoro spiega la genesi e la complessità dell’ultimo conflitto nel cuore dell’Europa. Quali le ragioni e quali le parti in campo. Chi sono i presidenti Putin e Zelensky. Quali sono i sistemi politici e la partecipazione popolare nei due paesi. E quali questioni geopolitiche sono alla base del conflitto. Pubblichiamo il primo capitolo del saggio di Raffaele Crocco, direttore del progetto Atlante

E’ la guerra delle vanità: i protagonisti si specchiano, un po’ narcisi, nella prova muscolare davanti al Mondo. Devono decidere chi è il più bello, il più giusto, il più potente del Pianeta. E lo stagno che li riflette è fatto di indifferenza verso le vittime e del sangue dei troppi morti. E’ la guerra dei fraintendimenti: tutti, o almeno molti, fingono di ignorare che l’inizio non è nel febbraio, il 24 per la precisione, del 2022, ma molti anni prima, otto, quando la piazza disse sì all’Europa e cacciò un presidente filorusso, offendendo il Cremlino. E’ una guerra dalla quale usciremo, tutti ammaccati questa che si sta combattendo in Ucraina dopo l’invasione russa. Il Mondo non sarà più come prima: lo so è una frase che si dice sempre, ma questa volta la sensazione che sia vera ha un senso.

E allora vediamo di capire cosa succede. Mettiamo in fila gli elementi che abbiamo. Partiamo dalla cosa più elementare: riavvolgiamo il nastro, almeno brevemente. Torniamo alla fine del 2013, perché è lì che tutto comincia. Comincia quando la piazza si ribella alla decisione del governo di ritirarsi dalla corsa verso l’Unione Europea. Molti ucraini vogliono quell’ingresso, vedono nell’adesione all’Unione la possibilità di migliorare il loro futuro. Ma il grande vicino, Mosca, non è d’accordo. Al Cremlino, Putin – che è già al potere da lungo tempo – vede in quell’ingresso un’appropriazione indebita. Storicamente l’Ucraina è nella sfera d’influenza russa, fa parte di quell’orizzonte imperiale continentale che c’è sempre stato, che per Putin sembra far parte della natura delle cose. In più, teme che l’ingresso nell’Unione sia per Kiev il primo passo per aderire anche alla Nato, l’alleanza militare filo statunitense che percepisce da sempre come nemica.

Le pressioni sul governo di Kiev sono potenti. A governare nella capitale ucraina è Viktor Janukovyč . E’ lui il presidente ed è lui che, sorprendendo gli ucraini, blocca il processo di integrazione. E’ la notte fra il 21 e il 22 novembre del 2013. E’ così che si scatena la piazza, la protesta. Passa alla storia come Euromaidan, dall’unione delle parole maidan, cioè piazza e euro, Europa. In piazza ci vanno in migliaia, per settimane, mesi. Chiedono che il processo di integrazione ricominci, che il presidente se ne vada. E’ una lotta durissima, con tratti da guerra civile. La repressione è violenta, in alcuni casi feroce. I dimostranti oscillano sempre fra i 50 e i 200mila, con picchi di 800mila. Restano in piazza al freddo per tre mesi, nonostante la repressione della polizia – saranno più di 100 i morti – e le leggi sempre più dure e liberticide del governo. Il 24 febbraio 2014 c’è la svolta: il Parlamento dichiara decaduto Janukovyč e lo accusa formalmente di “omicidio di massa”. Lui fugge, cerca e trova rifugio a Mosca. E mentre la piazza vince e si avvia verso nuove elezioni e la ripresa del processo di integrazione europea, il Cremlino reagisce.

Sul piano politico internazionale, Putin alimenta la voce che si tratti di un colpo di stato inaccettabile. Perché? Perché il Parlamento non avrebbe seguito le procedure previste dalla Costituzione. Sul piano militare, l’azione è più decisa: annessione manu militari della Crimea e guerra in Donbass. Se per la Crimea, l’Ucraina sta a guardare le manovre militari e poi il referendum popolare che di fatto staccano la penisola da Kiev e la riportano in Russia, nel Donbass reagisce e mette in campo l’esercito contro le forze separatiste. Inizia così una guerra che, nonostante i ripetuti cessate il fuoco, non è mai finita. E’ costata fra i 13 e i 15mila morti, centinaia di migliaia di sfollati interni – tanti da fare dell’Ucraina il secondo Paese al Mondo per numero di profughi interni -, il blocco di ogni avanzamento nelle procedure di annessione all’Unione Europea.

Questa la situazione alla vigilia dell’invasione russa. La guerra, ripetiamolo, c’era, faceva morti, impegnava l’economia del Paese, ne limitava gli orizzonti. La guerra era lì, sotto gli occhi di tutti e nessuno è intervenuto, ha cercato di trovare una soluzione. Sia chiaro: qualcosa si era tentato. Nel 2015, si era firmato il Protocollo di Minsk fra i rappresentanti di Ucraina, Russia, repubbliche separatiste e Osce che aveva tracciato una “mappa per la pace”. L’accordo prevedeva ci fosse una riforma costituzionale in grado di dare larga autonomia ai due territori, pur mantenendoli sotto sovranità ucraina. La riforma non c’è mai stata ed è una delle responsabilità inputate a Kiev per la crisi attuale. Nel 2020 il cosiddetto Format Normandia, composto da Germania e Francia come mediatori e da Ucraina e Russia, aveva portato a una nuova tregua armata, mantenendo però il Protocollo di Minsk come punto di riferimento.

Si poteva fare di più? Probabilmente sì, dicono gli analisti. Gli attori internazionali potevano inserirsi nelle dinamiche dello scontro, per portare i contendenti a trovare un’intesa. Invece, sembrano aver trasformato l’Ucraina nel terreno per un confronto, per la definizione dei nuovi assetti mondiali. E’ la fiera delle vanità: l’Ucraina è il tavolo da gioco, in cui stabilire chi comanderà nel prossimo periodo. Ma chi sta giocando la partita? Cerchiamo di capirlo ricostruendo le fasi della crisi nelle settimane prima dell’invasione. Lì scendono in campo quasi tutti e chi non lo fa è seduto sulla sponda del fiume, che attende di capire quale sarà il cadavere che passa. Gli Stati Uniti conquistano la scena quasi subito. E novembre del 2021. I servizi segreti di Washington avvertono il Mondo: ci sono movimenti anomali di truppe russe ai confini con l’Ucraina. Si parla di 140mila uomini ammassati lì. Contemporaneamente, Kiev denuncia che si stanno tentando colpi di stato ai danni del presidente Zelensky, finanziati da Mosca. Il Cremlino nega tutto, parla di normali manovre militari nel proprio territorio, ma avverte di sentirsi circondato dalla Nato. Avverte Washington che ulteriori allargamenti ad Est dell’Alleanza verrebbero interpretati come un attacco militare. Il riferimento all’Ucraina è evidente.

Una danza a tre

Inizia una specie di Risiko diplomatico, una danza a tre – per il momento – fatta di telefonate, incontri, lettere e dichiarazioni. Putin non vuole contatti con Zelensky. Di fatto lo ignora. Putin continua a definire Zelensky presidente di uno Stato golpista e quindi ritiene illegittima la sua elezione. Cerca, invece, il contatto con il presidente statunitense, Biden e lo trova. I due si sentono al telefono. Putin ribadisce di non voler attaccare nessuno, ma di sentirsi minacciato. Biden avverte: se ci sarà l’invasione, la reazione sarà durissima.

La reazione sarà durissima: fermiamoci a questa frase. Perché questi due attori, che si guardano in cagnesco e si fanno ammirare nel Mondo mostrando i muscoli, sanno benissimo che la reazione promessa dal presidente statunitense non sarà militare. Non ci sono vincoli di alleanza fra Kiev e Washington, non ci sono obblighi. Kiev è di fatto isolata: gode di una forma di “protezione”, fatta di cessione di armi negli anni e di addestramento delle truppe da parte di tecnici soprattutto inglesi, ma nulla di più. Mettere in campo la Nato è impossibile: l’Alleanza interviene solo se viene attaccato un Paese membro, altrimenti no. L’Unione Europea, poi, è attore ancora ai margini in questa fase e non ha esercito proprio. I singoli Paesi non sono nelle condizioni di fare guerra alla Russia. Quindi, la reazione promessa da Biden potrà essere solo economica, sotto forma di sanzioni e politica, con i profili dell’isolamento internazionale.

Una realtà che tutti conoscono, questa. Il Mondo però guarda i giorni passare con preoccupazione e spera che tutto si risolva in una muscolare prova diplomatica. Come sempre, però, la diplomazia cerca forza nelle armi, più che nelle soluzioni negoziate. Da gennaio tutto diventa un agghiacciante Risiko con truppe in movimento. Mosca continua ad ammassare uomini e mezzi al confine con il Donbass, la regione separatista. Entrano in scena a questo punto i primi comprimari. Inizia il segretario del Consiglio di sicurezza della Bielorussia, Alexander Volfovich. Racconta che le truppe russe hanno iniziato ad arrivare nel Paese. Ufficialmente per esercitazioni. Gli strateghi, però, sanno che un attacco potrebbe partire proprio da lì e puntare più rapidamente su Kiev. Comunque, Minsk cerca un ruolo nella partita e lo trova, così come il Regno Unito di Boris Johnson, che inizia a fornire all’Ucraina armi anticarro. Aerei da trasporto britannici C-17 trasportano le armi a Kiev. I missili forniti da Londra sono a corto raggio, per l’autodifesa. A raccontarne l’invio è il Segretario alla Difesa britannico, Ben Wallace, parlando ai parlamentari del Regno Unito. Racconta anche di una piccola squadra di truppe britanniche, che dovrebbe essere inviata in Ucraina per fornire addestramento. C’è un “legittimo e reale motivo di preoccupazione”, dice in quei giorni di gennaio 2022 il politico inglese, perché “le truppe russe potrebbero essere utilizzate per un’invasione”. Truppe britanniche, per altro, erano già dislocate in Ucraina dal 2015, per aiutare ad addestrare le forze armate di Kiev. Londra, poi, si era impegnata con Kiev a ricostruire la marina ucraina, dopo l’annessione russa della Crimea nel 2014. Insomma: quella inglese è una presenza importante. Anche il Canada si muove, dispiegando un piccolo contingente di forze speciali, preoccupato per una possibile invasione della Russia.

Mosca intanto continua a negare. Dice che non esistono piani per invadere o attaccare l’Ucraina. Insiste però nel dire che potrebbe intraprendere un’azione militare, senza entrare in dettagli, a meno che non venga accetto un elenco di richieste, compreso il divieto a Kiev di entrare a far parte della Nato. Per Putin, ripetiamolo, l’espansione della Nato verso Est è la minaccia da combattere. La richiesta era stata formalizzata nel dicembre del 2021, con una lettera consegnata al governo americano dopo un primo incontro telefonico fra Biden e Putin. Riceverà un rifiuto secco e formale, con un’altra lettera.

Acceleriamo un po’, facciamo correre le settimane. Sono giorni convulsi e di preoccupazione che sale. Dall’Unione Europea si tiene un profilo basso, che denuncia la difficoltà di trovare una posizione comune. Borrel, il rappresentante per la politica estera, invita alla calma e chiede a agli Stati Uniti di smetterla di lanciare allarmi se non ci sono prove reali dei piani d’invasione. I singoli Stati tacciono, C’è preoccupazione per le rappresaglie economiche della Russia, che dei Paesi europei è grande fornitrice di petrolio e gas indispensabili alle industrie e ai cittadini. La chiusura dei rubinetti sarebbe una tragedia. Si arriva alla vigilia delle Olimpiadi Invernali di Pechino. La Russia ufficialmente non partecipa con propri atleti: il lungo scandalo sul doping tiene il Paese ai margini del Comitato Olimpico, che fa partecipare i russi con la bandiera, appunto, del Comitato olimpico russo. Putin, però, va a Pechino per la cerimonia e in quel giorno firma con il presidente cinese Xi Jinping un accordo politico militare ed economico. E’ il passo che molti temevano: la Russia non è più isolata. Putin ha spostato l’asse della propria azione e del Mondo all’Est. Sa di avere una sponda, uno sbocco, qualcuno con cui commerciare e dialogare.

Prima dell’invasione

Siamo nelle ore precedenti all’invasione. Il Mondo non lo sa ancora, naturalmente. I giocatori sono tutti attorno al tavolo. Ci sono gli Stati Uniti, che per tutti i mesi della crescente tensione sono stati con la Nato gli antagonisti veri della Russia. Lo scontro è sempre sembrato fra Washington e Mosca, con l’Ucraina a ricoprire in qualche modo il ruolo di premio, di terra contesa. C’è l’Unione Europea, preoccupata che la crisi possa danneggiare la difficile ripresa economica del post Covid19. Le industrie hanno ripreso a produrre e il mercato faticosamente si muove. Un taglio nelle forniture di petrolio e gas sarebbe tragico. E’ arrivata anche la Cina, che non ha detto nulla per settimane, non ha rilasciato dichiarazioni, ma è diventata l’alleato forte della Russia, offrendo a Putin un corridoio d’uscita dall’eventuale isolamento internazionale. C’è ovviamente l’Ucraina, che chiede armi e protezione alla Nato e all’Unione Europea.

Tutto precipita mentre la fiamma olimpica dei giochi invernali si spegne a Pechino. Putin annuncia al Mondo di riconoscere le autoproclamate repubbliche di Lugansk e Donetsk, nel Donbass. Con loro firma un trattato di aiuto e assistenza e, dice “chiunque le attacchi ne pagherà le conseguenze”. La miccia è accesa. Le due repubbliche sono ufficialmente sotto protezione militare di Mosca, che fa avanzare le proprie truppe in territorio ancora ufficialmente ucraino, sottolineando che qualsiasi azione militare di Kiev verrà interpretata come una minaccia e, quindi, scatterà la rappresaglia.

La decisione sembra folle: dal punto di vista diplomatico Putin aveva ottenuto nei fatti quello che voleva. L’Ucraina, con la guerra del Donbass, non sarebbe stata per anni nelle condizioni di entrare nella Nato e nell’Unione Europea. Eppure attacca. Gli osservatori internazionali spiegano che tutto questo accade perché il Presidente russo non vuole solo tenere la Nato lontana dai propri confini. Quello che vuole davvero è ricostruire la Grande Russia, mettendo assieme i pezzi di “mondo russo” rimasti isolati, cioè in altri Paesi, dopo la caduta dell’impero sovietico. Questo significherebbe un futuro rischio concreto per ampi territori in Asia Centrale e per le Repubbliche Baltiche. Queste ultime sono, attualmente, coperte dall’ombrello della Nato, ma sono in molti a chiedersi se reggerebbe. La crisi, quindi, potrebbe diventare lunga e allargarsi. Soprattutto, però, la nuova fase della guerra sembra riportare le lancette della storia a prima del 1991, all’era precedente alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, con lo scontro verticale fra Ovest ed Est del Mondo.

Kiev reagisce alle decisioni del Cremlino e alle scelte militari di Putin, che ai confini con l’Ucraina schiera in quel momento il 75% del proprio apparato militare convenzionale. Il Presidente Zelensky firma un decreto per richiamare in servizio tutti i militari in congedo tra i 18 e i 60 anni. Una mobilitazione generale, che porta l’esercito ucraino a circa 200mila unità. Contemporaneamente, proclama uno stato d’emergenza per 30 giorni. “E’ arrivato il momento di reagire, di reagire con forza”, dice in televisione. Alza il livello dello scontro, internazionalizzandolo ancora di più. “il destino dell’Europa – annuncia – si decide sul campo, in Ucraina”. Kiev chiede di aderire all’Unione Europea e alla Nato. E’ una mossa di propaganda, il presidente sa bene che non è possibile. Per la Russia, però, è l’ennesima provocazione. Per il Cremlino gli interessi e la sicurezza della Russia “non sono negoziabili”, pur dicendosi ancora “aperto al dialogo” e disposto a discutere “soluzioni diplomatiche” alla crisi. Ma la richiesta del Cremlino è chiara: l’Ucraina deve impegnarsi a non entrare nella Unione Europea e nella Nato. Deve restare neutrale.

Di fatto, tutte le porte appaiono chiuse. Il presidente francese Macron entra in scena a questo punto, tentando la mediazione dell’ultimo momento. Lui è anche presidente di turno dell’Unione Europea. Ha lunghi colloqui con Putin, ma i risultati sono nulli. L’esercito russo inizia l’invasione il 24 febbraio. Inizia la nuova fase della guerra. Si poteva evitare? Sì. Se sulla scena internazionale gli attori avessero agito diversamente, questa fase della guerra non ci sarebbe stata e probabilmente avremmo evitato otto, lunghi anni di scontri e di morte nel Donbass. Ognuno, invece, ha preferito non agire, per convenienza o perché troppo impegnato a ribadire ruolo e forza rispetto agli altri.

L’Ucraina è la protagonista assoluta, ovvio. E se ora, con l’invasione in corso, è la vittima senza se e senza ma, aggredita ingiustamente senza logica e senza giustificazione dalla Russia, negli anni passati ha avuto la responsabilità di non cercare fino in fondo di cambiare pelle, diventando una democrazia completa, che non esclude partiti e che elimina la corruzione. Non ha saputo poi, e questo è ancora più grave, trovare una soluzione con i separatisti. La mancata attuazione del Protocollo di Minsk è tra le cause della guerra o ha almeno potenzialmente dato alla Russia il pretesto per attaccare. Questo, naturalmente, non può e non deve giustificare la scelta di Putin: non è tollerabile immaginare che un Paese invada un altro Paese per interessi propri.

La Russia ha utilizzato l’Ucraina per ribadire di essere tornata forte, potente e di avere, quindi, il diritto di sedere con pari dignità al tavolo delle grandi potenze mondiali. Una manovra iniziata da lontano: Putin aveva già mosso guerra in Cecenia e in Georgia, nei primi anni di questo secolo, per mostrare la Mondo i propri muscoli e ricreare quella Grande Russia che pare essere fra le sue ossessioni. Poi, aveva riempito i vuoti lasciati dagli Usa nel Vicino Oriente, alleandosi con l’Iran e intervenendo militarmente in Siria, ufficialmente per combattere l’Isis, lo stato islamico, in realtà per appoggiare Bashar al-Assad nella sua guerra contro chi voleva rovesciarlo. Infine, ha cercato un ruolo nei Balcani, appoggiando la Serbia e disturbando l’Unione Europea. Resta da capire quanta componente psicologica personale, quanta esigenza di affermazione, quanta vanità ci sia nella decisione di Putin di attaccare Kiev il 24 febbraio: sul piano politico e diplomatico aveva già le carte migliori in mano e l’Ucraina non sarebbe entrata nella Nato nella situazione in cui era. La Russia di Putin è tronata ad essere un mondo oscuro, antidemocratico, chiuso e antagonista. Un mondo che vede nell’Europa un nemico e negli Stati Uniti un antagonista da battere.

La Nato ha per trent’anni, dalla caduta dell’Unione Sovietica, vissuto nella convinzione di aver vinto la guerra fredda: non si è accorta di essere semplicemente la sopravvissuta. Era stata la storia, con i suoi cambiamenti, ad abbattere l’Urss, dissolta nelle proprie incapacità. La Nato, gloriandosi della vittoria, ha dimenticando di aver perso la ragione di esistere. Alleanza militare puramente difensiva, voluta per evitare attacchi da un solo, specifico avversario, in questi decenni ha cercato di ridisegnarsi, senza trovare una risposta reale. Gli alleati, non sentendosi più in pericolo, non hanno cercato soluzioni comuni, ma hanno pensato che allargare i propri confini potesse essere la chiave per allungare e consolidare nuovi mercati. E allora via, alla caccia dei Paesi ex Patto di Varsavia (l’alleanza del Paesi amici dell’Unione Sovietica), che non a caso, quasi sempre, sono anche entrati nell’Unione Europea. Un comportamento arrogante, da padrona del Mondo, che ha giocato di sponda con gli Stati Uniti e che ha umiliato la storia e il presente della Russia, senza tener conto delle eventuali conseguenze. Il risultato in Ucraina è evidente: far credere possibile l’ingresso del Paese nella Nato ha illuso Kiev e scatenato Mosca. A pagare pegno sono quelli che muoiono sotto le bombe.

Gli Stati Uniti hanno viaggiato di sponda con la Nato. Anzi, l’hanno utilizzata quando serviva e mollata quando gli interessi da difendere o da ribadire erano altrove. Una postura “da padrona” quella di Washington dal 1991 che ha portato a grandi tensioni internazionali e un regredire rapido dei livelli di cooperazione internazionale fra Stati. La vanità del sentirsi “l’impero” li aveva portati, nell’estate del 2001, ad un largo dibattitto sulla eventuale necessità di una riforma istituzionale, che li trasformasse appunto in una sorta “di nuova Roma”. L’attacco delle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 ha interrotto questa fase, ma non ha frenato la crisi del sistema Usa. Le guerre in Afghanistan e Iraq sono state militarmente e politicamente un fiasco costoso. L’alleanza con i Paesi della Nato si è progressivamente allentata, con l’abbandono quasi totale di interesse per il Vicino Oriente e la voglia di concentrarsi sullo scenario dell’Oceano Pacifico, per contrastare la Cina. Potenza navale, non di terra, gli Usa hanno spostato il proprio asse strategico, con la nuova alleanza con Australia e Inghilterra (Aukus), ma hanno alzato la voce nel novembre del 2021, quando la minaccia di Putin su Kiev si faceva concreta. Hanno denunciato i possibili attacchi per tempo e dicevano la verità: troppi anni di bugie però – vedi le armi chimiche inventate in Iraq per la guerra del 2003 – hanno reso il Mondo diffidente. Così, pochi hanno creduto a Biden che minacciava il presidente russo e batteva i pugni sul tavolo. Soprattutto, non ci ha creduto Putin, che ha misurato la debolezza degli Stati Uniti nella precipitosa fuga da Kabul dell’agosto 2021. Così, Washington appare all’angolo, con scarsi mezzi politici per avere davvero un ruolo nella fine della guerra.

La Cina è la vera nuova protagonista della scena. Pechino si è schierata con Mosca: l’accordo firmato da Putin e Xi Jinping nei primi giorni del febbraio del 2022, lega i due Paesi dal punto di vista strategico- militare ed economico. Un’alleanza importante, perché guarda lontano. Guarda, ad esempio, a quella rotta Artica che si sta aprendo a Nord grazie ai cambiamenti climatici, con il ghiaccio che si scoglie e rende praticabile quel tratto di mare. I trasporti delle merci cinesi verso l’Europa, il grande mercato, passerà di lì, consentendo un risparmio del 40% sui costi. E sarà la Russia, inevitabilmente, a controllare quella rotta. Gli Stati Uniti, con il loro controllo ossessivo delle rotte oceaniche e del canale di Panama, verranno superati, messi all’angolo. Pechino vuole l’alleanza con Mosca, perché ha fatto tornare ad Oriente “la centralità del Mondo”. Ma l’Ucraina, per Pechino era insignificante: non ha tempo per la vanità imperialista dell’Occidente. La Cina costruisce il proprio impero sul mercato. Per questo l’interesse di Pechino – dopo dichiarazioni di appoggio e amicizia a Putin – si è realmente svegliato solo nei giorni successivi all’invasione del 24 febbraio 2022. Perché a quel punto, questa guerra, con le pesanti sanzioni decise, rischia di mettere in crisi i mercati internazionali e la Cina, Paese che produce di tutto, ha bisogno di vendere all’estero. Il commercio deve andare avanti e così è cominciata la lenta inversione di marcia, verso un ruolo di mediazione che potrebbe rivelarsi fondamentale. Soprattutto, potrebbe ribadire che la Cina è diventata la vera grande potenza del Pianeta.

L’Unione Europa in questa storia è il gigante economico reso nano politico dalla scena internazionale. Poteva fare di più per evitare questa guerra? Sì, poteva. Poteva avere un ruolo nel portare Kiev a realizzare quanto previsto dagli Accordi di Minsk, subordinando le procedure dell’integrazione ucraina all’Unione proprio al raggiungimento della Pace interna. Poteva convincere Mosca ad allentare la pressione nel Donbass, evitando di fare affari sempre e comunque, trovando strumenti politici ed economici utili per far riflettere Putin sulla ricerca di una soluzione non armata. Poteva dire chiaramente cosa pensa, in termini di diritto internazionale, sui principi di autodeterminazione dei popoli o di salvaguardia delle integrità territoriali degli Stati sovrani riconosciuti, senza giocare ambiguamente su posizioni diverse come ha fatto in Kosovo – dove appoggia le richieste di autodeterminazione dei kosovari – o in Ucraina – dove sposa la tesi dell’integrità territoriale ai danni dei separatisti del Donbass -. L’Unione Europa, che si vende al Mondo come la “casa dei diritti e della democrazia”, per opportunismi e affari ha giocato secondo le convenienze. Alcuni ex leader europei, non a caso, siedono nei consigli d’amministrazione delle grandi imprese russe. L’Unione, si è comportata come un mercante qualsiasi, anche in questo caso sulla pelle degli ucraini. I tentativi degli ultimi giorni del presidente francese Macron e del cancelliere tedesco Scholl sono stati utili più a tentare di rilanciare l’immagine europea, che a trovare una soluzione alla guerra. Il tempo per contare davvero qualcosa era passato.

Infine la Turchia, con il presidente Erdogan. Ankara si è buttata sulla guerra sfruttando il non ruolo dell’Europa e la propria voglia di tornare al tavolo dei grandi. Attivissimo nel Mediterraneo e nei Balcani, intenzionato a ricostruire in qualche modo l’idea di “Turchia imperiale” morta nel 1918, Erdogan ha con Putin rapporti storicamente ondivaghi, ma ha mostrato di intendersi. Così, pur essendo Paese della Nato, la Turchia ha iniziato a tessere una trama che l’ha portata ad essere mediatrice fra Zelensky e Putin. Per il presidente turco, uomo lontano da ogni idea di democrazia esattamente come l’omologo russo, potrebbe essere l’occasione per “rifarsi la faccia” a livello internazionale: una opportunità che non vuole perdere. Ci sono altri attorno al tavolo: sono i rappresentanti delle autoproclamate repubbliche separatisti del Donbass. Sono i pacifisti ucraini e russi. Sono le organizzazioni non governative che cercano di assistere profughi, feriti, persone. Sono la chiesa cattolica e quella ortodossa. La svolta nella guerra, la violenza dell’invasione russa li ha messi in ombra, al margine. La vanità dei protagonisti non concede loro alcuna luce. L’Ucraina è il tavolo da gioco di chi vuole riaffermarsi potenza, non c’è tempo per altri. L’impressione è che alla fine di questa partita, quando questa guerra delle vanità sarà conclusa, avremo perso tutti.

Ucraina 2022: la guerra delle vanità

Raffaele Crocco

Editore: Terra Nuova Edizioni

Aprile 2022

pp 124 euro 10

Puoi acquistarlo qui

Nell’immagine di copertina uno scatto di Stepanov Anatolii, tra i vincitori  del concorso Wars 2021: I militari ucraini Max, 18 anni, e Sergiy, 42 anni, si riposano e preparano le munizioni durante una pausa tra le battaglie con i separatisti sostenuti dalla Russia in prima linea nella zona industriale alla periferia di Avdiivka, regione di Donetsk, Ucraina, 30 marzo, 2017. Sergiy è stato ucciso il 25 aprile

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