Un Atlante per i crimini di guerra

La verità sulle vittime in Bosnia Erzegovina nel periodo 1992/95. Un archivio della memoria nei Balcani

di Edvard Cucek

Nell’ambito del Forum ZFD (Ziviler Friedensdienst) è stata presentata a Belgrado l’Atlante bosniaco dei crimini di guerra ’92 -’95. A farlo conoscere al pubblico belgradese è stato personalmente il direttore del Centro di ricerca e documentazione Mirsad Tokača, un personaggio di riferimento di questa operazione rivoluzionaria per ciò che riguarda le ricerche e la identificazione delle vittime del conflitto bosniaco. Prima dell’inizio della presentazione presso il -Center for Cultural Decontamination (Centro per la Decontaminazione Culturale) un piccolo gruppo di persone aveva protestato davanti all’ingresso della sala con la scritta che a Srebrenica non era stato commesso alcun genocidio. Hanno addirittura insistito per partecipare alla manifestazione ma si sono dispersi dopo l’intervento della polizia.

Rivolgendosi ai presenti Mirsad Tokača ha ricodato che: “Quando la guerra finì una delle prime cose che stavo cercando di fare, in quanto Segretario Generale della Commissione Statale per i crimini di guerra, fu quella di fare un elenco di tutte le vittime. Quindi, di fare un bilancio. Poi ho provato a fare qualcosa che oggi si chiama “Libro bosniaco dei morti”. Ma ero pienamente consapevole che il numero delle copie, come qualsiasi altro libro di questo genere, sarebbe stato limitato e molti non sarebbero stati in grado di procurarselo. L’Atlante è una specie di “memoriale”, un deposito dei dati che abbiamo raccolto e che volevamo trasformare da un “archivio morto” in qualcosa facilmente ed efficacemente accessibile alle persone “.

“All’epoca – ha detto ancora Mirsad – non c’erano istituzioni in Bosnia ed Erzegovina che volessero seriamente affrontare il problema. Nella fase iniziale abbiamo calcolato un numero di 400.000 morti. Al completamento del progetto, si è scoperto che le vittime erano circa 100.000. Siamo stati accusati di essere traditori del proprio popolo (bosgnacco in questo caso) per aver “ridotto” il numero delle vittime. La nostra risposta fu che non volevamo né aumentare né ridurre il numero delle vittime, ma solo ridare a quelle persone la loro identità e dignità “.

Il portale bosniaco dell’Atlante dei crimini di guerra ’92 -’95 come “memoriale di guerra in forma virtuale” è già diventato operativo. Fornisce le informazioni sugli eventi e su tutte le vittime della guerra in Bosnia-Erzegovina degli anni ’90. L’Atlante è il prodotto del progetto “Perdite umane in Bosnia ed Erzegovina 1991-1995” ed è il risultato di anni di lavoro del Centro di ricerca e documentazione e di altre organizzazioni non governative nella regione.

Sonja Biserko, Presidente del Comitato per i diritti umani di Helsinki in Serbia, che ha moderato l’evento, ha sottolineato come l’Atlante sia un progetto molto significativo. “Tra altre cose, le informazioni che ci fornisce – ha detto – viene rivelato il ruolo della Serbia nella guerra in Bosnia-Erzegovina. Considerando tutte le manipolazioni, contraffazioni che stanno influenzando l’opinione pubblica serba, così come in tutta la regione, resta innegabile il fatto che la società serba neghi costantemente i crimini commessi in Croazia, Bosnia-Erzegovina e Kosovo. L’Atlante con i fatti riesce a smontare tutto ciò. L’esperienza ci insegna che dopo le atrocità di massa seguono numerosi dibattiti scientifici sull’esatto numero di perdite umane. Persiste ancora oggi un interrogativo sulle perdite demografiche della Jugoslavia durante la Seconda guerra mondiale proprio perché erano sempre accompagnate da controversie politiche che sfortunatamente sono state trasmesse alle generazioni di oggi “, ha concluso Biserko.

Il 23 ottobre l’Atlante è arrivato anche a Prijedor, Bosnia settentrionale. E’ stato presentato sempre dal Centro di ricerca e documentazione e dal Forum ZFD ma in questa occasione anche dalla Rete per la costruzione della pace-di Sarajevo e dal Centro per i giovani Kvart (associazione non governativa locale). A questo evento sono precedute le presentazioni in altre città bosniache come Sarajevo, Bijeljina, Tuzla e tante altre. E’ stato un evento di grande significato presentare un’opera come l’Atlante in una città conosciuta per 3 campi di concentramento per i non serbi (Omarska, Trnopolje e Keraterm), un’incognita di numero delle fosse comuni, individuate o meno, e infine un luogo che nonostante gli sforzi del settore civile e non governativo porta ancora il primato della città in cui il negazionismo fa parte della quotidianità.

Siamo consapevoli che consultando L’Atlante avremo a che fare con il passato. Possiamo farlo come dei “professionisti” per stabilire il numero delle vittime e quanto accaduto ma affrontare il passato però è un processo molto complicato. Stranamente coloro che hanno subito gli orrori della guerra riescono ad affrontare queste vicende tragiche anche quando a commettere i crimini di guerra sono state le persone – i carnefici – che appartengono all’etnia delle vittime stesse. Ma è un processo sempre doloroso.

L’aggressione della Bosnia ha provocato dei conflitti che hanno divorato il paese da dentro. Non solo le persone furono uccise, ma anche il patrimonio culturale fu distrutto. Le tradizioni plurisecolari furono distrutte. Attaccare la Bosnia fu un tentativo di cancellare i segni dell’esistenza multiculturale di quella comunità. Questo faceva parte del piano. Demolire i ponti sui fiumi, distruggere le chiese, distruggere le moschee, infine annientare i suoi abitanti ed il gioco è fatto. Per stabilire poi le colpe ci vorranno i decenni. Questo è ciò che l’Atlante ci vuole mostrare oggettivamente. Non solo con i numeri ma con le storie di tante vite sprecate.

In copertina: Mostar Photo by Steph Smith on Unsplash

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