Africa, Ruanda e Guinea a processo

Dopo anni di attesa due Paesi  fanno i conti con il proprio passato portando in tribunale alcuni dei più grandi criminali della Storia del Continente

di Marta Cavallaro

Quello che porta alla giustizia è un percorso lungo e tortuoso e l’Africa lo sa bene. Il mese scorso il Continente ha finalmente avuto il piacere, se si può definire tale, di vedere due dei più grandi criminali della sua Storia sottoposti a giudizio. Il processo a Félicien Kabuga per il suo contributo al genocidio che nel 1994 ha segnato per sempre il popolo ruandese è iniziato il 29 settembre all’Aja. Il giorno precedente, a Conakry si è aperto contro Moussa Dadis Camara, ufficiale dell’esercito ed ex Capo di Stato della Guinea, ed altri 10 membri della sua giunta il processo per i crimini commessi esattamente 13 anni prima in uno dei peggior massacri della storia del Paese. In entrambi i casi, si tratta di un passo significativo negli sforzi del Continente per fare i conti con il proprio passato, fare luce sulle atrocità commesse e garantire una giustizia attesa da tempo.

Per 26 anni Félicien Kabuga è stato uno dei criminali più ricercati al mondo. Le cose sono cambiate il 16 maggio del 2020, quando è stato arrestato dalle autorità francesi nel suo appartamento ad Asnières-sur-Seine, vicino a Parigi, dove viveva sotto falsa identità. Dalla Francia è stato consegnato al Meccanismo Residuale per i Tribunali penali internazionali, istituto con sede all’Aia creato dalle Nazioni Unite per completare i processi avviati dai Tribunali ad hoc per il Ruanda e per l’ex Jugoslavia. Diversi sono i capi d’accusa contro di lui: Kabuga sarà processato non solo per genocidio, ma anche per l’incitamento pubblico e diretto a commettere i massacri e per diversi crimini contro l’umanità. Nello specifico, secondo l’accusa, Kabuga avrebbe promosso discorsi di odio e di violenza tramite la Radio Televisión Libre des Milles Collines (RTLM), di cui era fondatore. Con i suoi messaggi denigratori e minacciosi contro l’etnia Tutsi, RTLM avrebbe incitato direttamente e pubblicamente al genocidio, fornendo anche informazioni logistiche per trovare e facilitare l’uccisione del “nemico”. Kabuga è poi accusato di aver istruito, armato e incoraggiato gli Interahamwe, milizia paramilitare Hutu che ebbe un ruolo centrale nel genocidio, fornendo loro supporto materiale, finanziario e morale.

Nella sua prima apparizione in Tribunale a novembre del 2020 Kabuga si era dichiarato non colpevole. Il procedimento si è aperto ufficialmente il 29 settembre all’Aia, dopo aver scartato l’ipotesi che Kabuga non fosse fisicamente in grado di sostenere il processo per problemi di salute. L’aula del Tribunale era gremita di giornalisti, diplomatici e rappresentati di Ibuka (che in kinyarwanda significa “Ricorda”), organizzazione che raccoglie i sopravvissuti al genocidio e tutti coloro che intendono contribuire a preservare la memoria del massacro. Una sola assenza di rilievo: Kabuga ha scelto di non partecipare, dopo aver accusato il Tribunale di non avergli permesso di scegliere il proprio avvocato.

Altre sessanta persone coinvolte nel genocidio del 1994 sono state condannate dal Tribunale penale internazionale per il Ruanda, allora con sede ad Arusha, in Tanzania, prima della sua chiusura nel 2015. Nello specifico, il caso Kabuga rievoca le vicende di Ferdinand Nahimana, Jean Bosco Barayagwiza e Hassan Ngeze, coinvolti in quello che è passato alla storia come il “processo ai media”. I tre accusati sono stati tutti condannati nel 2007 per genocidio, incitamento diretto e pubblico al genocidio e crimini contro l’umanità. Nahimana e Barayagwiza furono entrambi prima fondatori e poi conduttori radiofonici di RTLM, mentre il contributo di Ngeze al massacro deriva dalle sue pubblicazioni su Kangura, testata da lui stesso fondata e di cui poi divenne caporedattore. Il processo ai media è un precedente importante per il caso Kabuga. In quell’occasione la Corte riconobbe che i genocidi non sono eventi d’impeto, che esplodono da un giorno all’altro. Si tratta piuttosto del frutto di una graduale e progressiva disumanizzazione dell’altro, che viene promossa anche tramite attività di tipo informativo, culturale e pedagogico. Dopo aver analizzato la trascrizione delle trasmissioni radio e i testi del periodico Kangura, la Corte decise che i discorsi d’odio, capaci di rafforzare e determinare il proposito genocidario, incitando direttamente e pubblicamente a commettere i massacri, costituiscono un crimine internazionale di per sé.

Se il Ruanda ha dovuto spettare 26 anni prima che Kabuga fosse portato in Tribunale, in Guinea l’attesa è stata minore, ma altrettanto estenuante. Il processo a Camara e agli altri 10 militari, membri della sua giunta, ha avuto inizio esattamente 13 anni dopo le violazioni per cui gli imputati sono sotto accusa. Il massacro ebbe luogo il 28 settembre del 2009 quando decine di migliaia di manifestanti, che si erano riunite nello stadio della capitale Conakry per fare pressione su Camara affinché non si candidasse alle elezioni presidenziali dell’anno successivo, sono state brutalmente uccise. I cosiddetti “berretti rossi”, forze armate al servizio di Camara, allora Capo di Stato, avrebbero bloccato le uscite dello stadio per poi aprire il fuoco contro la folla, lasciando gli spalti cosparsi di vittime e feriti. Qualche mese dopo la Commissione d’Inchiesta istituita dalle Nazioni Unite per fare luce sugli eventi aveva concluso che c’erano motivi ragionevoli per ritenere che le forze armate si fossero macchiate di crimini contro l’umanità.

Camara aveva ottenuto il potere circa un anno prima del massacro con un colpo di Stato attuato in seguito alla morte del Presidente Lansana Conté, in carica dal 1984. Dopo essere sopravvissuto ad un attentato pochi mesi dopo il massacro, aveva lasciato il Paese per rifugiarsi in Burkina Faso. Oggi è tornato a casa per fare i conti con il passato di un Paese che è attualmente governato da un’altra giunta militare, che ha preso il potere l’anno scorso dopo 11 anni di governo civile sotto la guida dell’ex Presidente Alpha Conde.

L’inizio del processo è un passo importante per garantire giustizia alle 157 vittime rimaste uccise nel massacro e ai loro familiari. Il processo è stato a lungo rinviato. Le inchieste sul caso, durante le quali più di 400 vittime sono state intervistate, sono terminate nel 2017. L’anno dopo una commissione ad hoc era stata istituita per organizzare il processo, ma per anni le vittime sono rimaste in attesa di progressi che non si sono mai materializzati.

È stato l’attuale Capo di Stato, il generale Mamady Doumbouya, a velocizzare l’iter e ordinare l’apertura del processo. Il Paese ha accolto positivamente la decisione di portare finalmente il caso in Tribunale, ma si teme anche che la scelta di Doumbouya non sia stata altro che una mossa politica. La giunta è sotto pressioni crescenti da tempo: mentre la popolazione chiede un ritorno al governo civile, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) ha annunciato il mese scorso nuove sanzioni con l’obiettivo di punire il governo militare per il suo scarso impegno nel garantire una rapida transizione alla democrazia. La giunta sembra aver preso negli ultimi mesi una piega autoritaria, arrivando a vietare manifestazioni e a reprimere quelle organizzate dal Fronte Nazionale per la Difesa della Costituzione, società civile che aveva guidato il movimento di protesta contro l’ex Presidente Alpha Conde e che oggi chiede un rapido ritorno all’ordine costituzionale. Sempre più criticato, Doumbouya potrebbe aver visto nel processo un’opportunità per restaurare la sua reputazione sulla questione dei diritti umani.

Nonostante ciò, la comunità internazionale ha reagito positivamente all’avvio del processo. Karim Khan, Procuratore capo della Corte Penale Internazionale (CPI), che è volato a Conakry per assistere all’evento, ha sottolineato che il suo ufficio avrebbe seguito da vicino la vicenda, ricordando che il processo è solo l’inizio di un lungo percorso. La CPI aveva avviato un esame preliminare sui massacri nel 2009 e, nel corso degli anni, l’Ufficio del Procuratore aveva mantenuto un dialogo costante con le autorità del Paese per spingerle a fare giustizia sul caso. Nel rispetto del principio di complementarietà, la CPI sarebbe intervenuta solo se le autorità locali non fossero state in grado o non avessero voluto perseguire i crimini commessi.

Insomma nelle ultime settimana il Continente africano ha visto in soli due giorni alcuni dei più grandi criminali del suo passato dover dar conto delle proprie azioni davanti un Tribunale. Due paesi, due storie e due processi diversi. Ma, come ricordato da Khan, in entrambi i casi il percorso che porta alla giustizia è appena iniziato. Dopo anni di attesa, le vittime e i familiari dei due massacri si aspettano, e ne hanno diritto, un processo autentico e credibile che possa permettere loro di ottenere giustizia e fare pace con un passato di dolore e sofferenza.

In copertina: Bilancia, simbolo internazionale di giustizia (Bilancia( In Wikipedia. https://it.wikipedia.org/wiki/Bilancia)

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