Brasile, il presidente dichiara guerra a indigeni e Ong

Con un governo con sette militari ai ministeri, il primo polmone del pianeta e gran parte dei suoi abitanti sono nel mirino del neo eletto Jair Bolsonaro

“Meno di un milione di persone, sfruttate e manipolate dalle Ong, vivono in questi luoghi veramente isolati. Intergreremo questi cittadini, e daremo la nostra priorità a tutti i brasiliani”.  Così ha postato il 3 dicembre scorso Jair Bolsonaro (nell’immagine sotto) , il neo-insediato presidente del Brasile. dopo aver presentato al parlamento il decreto che di fatto elimina le riserve indigene. Il decreto dovrà essere approvato entro 120 giorni dal Parlamento, ma è già operativo. E l’appoggio di evangelisti, della potente lobby degli allevatori e dell’industria del legname dovrebbe essere sufficiente a assicurare  il passaggio della legge.

Ma era già bastata la vittoria di Bolsonaro, che in campagna elettorale aveva fatto dell’Amazzonia un suo punto di forza, a cambiare il clima nelle riserve indigene. Al Jazeera riporta, in un servizio uscito in gennaio, che da allora è cambiato l’atteggiamento dei deforestatori illegali, e di coloro che estraggono l’oro dalle sabbie fluviali con tecniche estremamente inquinanti, nei confronti delle popolazioni indigene. E cita il caso dell’omicidio di Davi Gaviao: di notte, di solito tornava alla vicina riserva indigena di Governador, 42.000 ettari di foresta dove viveva con i circa 1.500 componenti della tribù Gaviao Pykopje, nello stato di Maranhao. Ma a metà ottobre, pochi giorni dopo il primo turno delle elezioni presidenziali brasiliane, Davi è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco da due uomini in motocicletta mentre giaceva addormentato davanti a un supermercato locale. Davi era malato di mente, ma era stato sempre tollerato dai coloni, fino a quando il clima non è cambiato. Le voci raccolte da al Jazeera dicono che la causa dell’omicidio sarebbe l’aver offeso la matriarca di una potente famiglia di latifondisti locali. Non è un caso isolato.

“Non è esagerato affermare che alcune delle tribù più singolari e diverse del mondo stanno affrontando l’annientamento.  E il genocidio è definito dalle Nazioni Unite come l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”. Così scriveva il quotidiano britannico “The Guardian”, che in un servizio del 31 dicembre faceva notare come Bolsonaro intenda portare il FUNAI – l‘Ente governativo per la protezione degli indios e delle loro terre-  fuori dal ministero della giustizia. Finirebbe in un nuovo ministero per le donne, la famiglia e i diritti umani. Questa è però una mossa che indebolirà l’efficacia e il peso del dipartimento, già minati da enormi tagli di bilancio. Il nuovo ministro è Damares Alves, predicatrice evangelica che ha co-fondato Atini, un gruppo controverso che evangelizza le comunità indigene ed è soggetto a un’indagine da parte della magistratura per incitazione all’odio razziale contro le popolazioni indigene.

L’impunità è un enorme motore di violenza e il Maranhao è uno degli Stati più colpiti. Secondo la Pastoral Land Commission, Ong che monitora  le violenze nelle zone rurali, di 157 omicidi  di indigeni nello stato del Maranhao tra il 1985 e il 2017, solo cinque sono finiti in tribunale. Tutto questo, perché gli interessi economici in gioco fanno sì che le ragioni degli indigeni, delle Ong , e degli ambientalisti di tutto il mondo non siano recepite né difese da polizia e tribunali.
Survival International, il movimento globale per i diritti dei popoli tribali, ha rilasciato questa dichiarazione in risposta alle azioni intraprese dal neo-eletto Presidente del Brasile: “Jair Bolsonaro ha iniziato la sua presidenza nel peggior modo possibile per le popolazioni indigene del Brasile. Sottrarre  la responsabilità della demarcazione della terra indigena al FUNAI, il dipartimento per gli affari indiani, e darlo al ministero dell’Agricoltura è praticamente una dichiarazione di guerra aperta contro i popoli tribali del Brasile”.

“È un peccato che la cavalleria brasiliana non fosse efficiente come quella  americana, che sterminò gli indiani”. Lo ha dichiarato lo stesso Jair Bolsonaro, che in campagna elettorale ha più volte affermato che l’Amazzonia è la zona del pianeta più ricca di minerali del pianeta, e che è un delitto che non possa essere sfruttata, in none dell’ “Ordem e Progreso” che campeggia nella bandiera nazionale. Quella che verrà non sarà però una guerra, perché manca uno dei due combattenti.

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