Afghanistan, segnali di pace ma nessuna tregua

Dal negoziato di Doha tra talebani e americani segnali importanti. Ma il governo di Kabul resta escluso, le gente continua a morire e le armi a cantare

di Emanuele Giordana

Nel quinto round negoziale a Doha tra talebani e americani non è stato ancora il cessate il fuoco l’argomento principale della discussione. Le due delegazioni hanno scelto di approfondire i due argomenti principali già emersi alla fine dello scorso incontro di Doha: ritiro delle truppe e garanzie che l’Afghanistan non diventerà la retrovia permanente di gruppi terroristici. Infine questa volta, la presenza autorevole di mullah Baradar al negoziato – considerato un uomo flessibile e influente – è ritenuto da molti un ulteriore segnale positivo. Khalilzad, il negoziatore americano, ha definito i tre giorni di colloquio “produttivi”. Ci sono dunque diversi elementi che segnalano che i colloqui di pace proseguono e proseguiranno alimentando molte speranze. Ma, per ora, deludendone altre.

A Kabul infatti le cose non vanno affatto bene. E per più di un motivo. Il primo è che dal tavolo negoziale, il governo di Kabul – e con lui chi lo ha votato – resta escluso e resta in un limbo denso di incognite che lo indebolisce costantemente e che alimenta tensioni interne, critiche e il rafforzamento delle fazioni. Il secondo riguarda il tentativo del governo di cercare una legittimazione attraverso la Loya Jirga, l’antico sistema di autogoverno dell’Afghanistan. Ma ormai – spogliata del suo antico e originario dettato – la Jirga è solo consultiva ed è diventata il bersaglio di chi, non a torto, la considera solo un maldestro tentativo del governo di Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah per rafforzare una posizione sempre più debole.

Poi c’è il capitolo che riguarda il popolo afgano: la missione Onu di Kabul (Unama) ha appena reso noto l’annuale bilancio delle vittime civili: sono aumentate dell’11%% rispetto al 2017. E’ il bilancio più alto da che Unama tiene il conto: 10.993 vittime (3.804 morti e 7.189 feriti), attribuite per il 63% agli anti-governativi (il 37% ai talebani, il 20% allo Stato islamico nel Khorosan) il 6% a cause indeterminate. Le forze filogovernative avrebbero causato il 24% delle vittime (14% forze di sicurezza nazionali, 6% forze internazionali 4% milizie). I talebani hanno contestato le cifre e ne hanno, per la prima, volta fornite altre relative a febbraio di cui han dato conto in una lettera inviata all’Onu, al Tribunale penale internazionale, a Human Rights Watch e all’Organizzazione della conferenza islamica, accusata di un silenzio colpevole. La guerra intanto continua.

Resta infine da segnalare che continuano le mobilitazioni pacifiste popolari iniziate nel marzo dello scorso anno con i “marciatori” per la pace. L’ultima manifestazione è di metà febbraio a Kunar, nel Nordest. Chiede la fine del “genocidio degli afgani”. Ma sembra che la voce dei marciatori abbia solo una flebile eco e che né i talebani, né il governo, né le forze di occupazione abbiano la minima intenzione di ascoltarla.

L’immagine di copertina è tratta da un fotogramma di un video diffuso da ToloNews

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