Un Consiglio per i diritti umani

Al via la 40esima sessione dell’istituzione Onu che li difende: un’agenda complessa per un organo controverso. Da febbraio a marzo, i rappresentanti di 47 Stati esamineranno quel che avviene nei 193 Paesi membri delle Nazioni Unite. E non mancano le prime critiche

di Lucia Frigo

E’ iniziata il 25 febbraio la 40esima sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite: fino al 22 Marzo, i delegati di 47 Stati avranno modo di effettuare l’annuale controllo sul rispetto dei diritti umani da parte degli stati membri Onu. E si concentreranno su argomenti specifici proposti da Stati e da organismi delle Nazioni Unite.

Nelle giornate introduttive sono intervenuti non solo l’Alto Commissario per i Diritti Umani, Michelle Bachelet, ma anche i rappresentanti dei Paesi membri ed esponenti della società civile, che si sono pronunciati su temi come la pena di morte e la legittimità del governo di Maduro in Venezuela. Non sono mancate le prime proteste: in particolare, per contestare il discorso programmato del ministro degli esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif. Manifestanti a Ginevra hanno mostrato – come ritualmente da anni – le fotografie di caduti dell’Esercito di Liberazione Nazionale dell’Iran (MEK, Mujahedin del Popolo), chiedendo che il Consiglio per i Diritti Umani riconosca che quello di Rouhani è un regime da sanzionare.
Un’agenda ricca, quella di quest’anno: saranno discussi temi come la promozione dei diritti umani durante la lotta al terrorismo; o il grave problema delle discriminazioni razziali, ma anche la libertà di religione e di culto e il diritto al cibo. Una serie di sedute sarà poi riservata a diritti riguardanti gruppi specifici – persone affette da disabilità, minoranze linguistiche, e minoranze etniche come quelle in Botswana e in Slovenia.

Interessante la mozione proposta dalla Norvegia, per la difesa degli attivisti per i diritti umani, in particolare di chi lavora per i diritti relativi alla terra e all’ambiente e che viene costantemente minacciato, spesso con la connivenza delle grandi industrie. E ad essere a rischio non solo gli attivisti: è allarmante come negli scorsi anni siano aumentati i casi di intimidazioni e rappresaglie contro chi decide di collaborare con le Nazioni Unite. Tra questi, a trovarsi in pericolo sono principalmente le donne, per le quali proprio oggi (28 Febbraio) il Relatore Speciale per i diritti delle attiviste per i diritti umani presenterà il report annuale sulla situazione.

Ma sarà solo a partire dal 6 Marzo che il Consiglio rivolgerà l’attenzione a Paesi specifici, sui quali ha precedentemente istituito Commissioni d’Inchiesta (come quelle sulla Siria o sul Sudan del Sud) o nominato esperti e relatori speciali: in questo contesto inizierà la cosiddetta “Universal Periodic Review”, la procedura con la quale il Consiglio si appresta ad analizzare il controllo sul rispetto dei diritti umani da parte di tutti i 193 Stati membri Onu. Quest’anno, gruppi di lavoro sono stati istituiti per rivedere la situazione di una serie di Paesi, tra cui figurano: Malta, la Repubblica Centrafricana, Congo, Arabia Saudita, Chad, Giordania, Nigeria, Messico, e persino il Principato di Monaco.

Nel frattempo, però, la società civile (rappresentata, ad esempio, da UNWatch) non manca di sollevare le sue obiezioni: a partire da quelle riguardanti l’inattività nei confronti della crisi Venezuelana, fino alle critiche, mai sopite, sull’efficacia e sulla credibilità del Consiglio. Il Consiglio per i Diritti Umani è composto con votazione segreta dell’Assemblea Generale, che ogni tre anni ne elegge i membri secondo un criterio proporzionale. Ma, mentre nella risoluzione istitutiva si legge che gli Stati membri così eletti devono “affermare i più alti livelli nella promozione e protezione dei diritti umani”, è rilevante notare come continuino a prendere parte al Consiglio anche Paesi nei quali i diritti umani sono sistematicamente violati.

Ne è un esempio l’Arabia Saudita, leader mondiale nelle pene capitali (si conta che solo in 4 mesi siano state fatte decapitare 48 persone nel 2018), e membro fino al 2019; oppure il Pakistan, membro fino al 2020, che martedì ha garantito di assicurare la libertà religiosa ai suoi cittadini, mentre nel Paese la violenza contro le minoranze religiose resta all’ordine del giorno.

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