Afghanistan: si scrive l’agenda del negoziato

Talebani e americani cominciano a disegnare un calendario del ritiro e i primi punti del processo di pace. Ma restano molti nodi. Intanto anche l'Italia annuncia: ci ritiriamo in 12 mesi
Un’immagine di scontro militare ottocentesca nell’area afgana

Se il condizionale è d’obbligo nelle questioni afgane anche la bozza d’accordo che i talebani avrebbero concordato a Doha, in Qatar, con l’inviato americano Zalmay Khalilzad va trattata con prudenza. Dopo sei giorni di colloquio diretto, Khalilzad e la rappresentanza politica talebana che ha sede nella capitale del Qatar, sono arrivati a mettere i puntini sulle i su alcune questioni fondamentali anche se non del tutto risolutive. La prima riguarda un calendario d’uscita delle truppe straniere dal Paese (Nato compresa, che si adeguerà), precondizione per parlare del resto. Gli americani avrebbero ottenuto garanzie su un’uscita indolore senza attacchi di sorpresa mentre i talebani si sarebbero impegnati a non avere nessun legame né con Al Qaeda né con lo Stato islamico. Gli altri punti nevralgici – il dialogo col governo di Kabul e il cessate il fuoco – sarebbero invece stati solo affrontati.
La buona notizia è che la discussione va avanti e che qualche punto è già in agenda. Quella cattiva è che per ora si tratta solo di indiscrezioni e non c’è nulla di ufficiale. Non solo: sia Khalilzad (particolarmente taciturno – a destra nella foto) sia i talebani (invece particolarmente loquaci), devono ora avere il via libera dai rispettivi capi: Donald Trump e mullah Akhundzada, che ha intanto scelto come capo negoziatore mullah Baradar, una “colomba” della guerriglia e uno dei fondatori del movimento.

Che non ci possano essere certezze ufficiali è del resto evidente. Il segno che, se il dialogo va avanti, le posizioni restano distanti. Sul terreno, i talebani non intendono per ora rinunciare all’offensiva invernale condotta con notevole intensità e che consente loro di negoziare da una posizione di forza. Potrebbero però concordare una tregua visto che l’altra concessione – rescindere i contatti con qaedisti e Isis è praticamente un dato di fatto (specie col “Califfato”). Ma non sembrano disposti a negoziare il rifiuto di trattare con Ghani, vaso di coccio in tutta la vicenda.

La ministra Trenta a Herat

Se l’accordo in fieri tra talebani e americani enucleato nel Qatar è ancora figlio delle indiscrezioni, anche il ritiro dell’Italia dall’Afghanistan – bandiera elettorale dei partiti ora al governo – è poco più di un’indiscrezione che recita così: il ministro della Difesa Elisabetta Trenta “ha dato disposizioni al Comando operativo di vertice interforze (Coi) di valutare l’avvio di una pianificazione per il ritiro del contingente italiano in Afghanistan con un orizzonte temporale che potrebbe essere quello di 12 mesi”. In buona sostanza, senza essere riusciti a ridurre il contingente quando gli americani han preteso che la Nato restasse, adesso – che da Washington si suona il “liberi tutti” – tutti si dovranno accodare: anche tedeschi, inglesi (per citare i contingenti più ampi) e tutti gli altri partner della missione Nato Resolute support potranno seguire a ruota e fare le valige.

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