Americhe, dopo la Conferenza di pace per il Venezuela

Presenti USA, Unione Europea e Brasile. Ma assenti le due parti in conflitto. Uno spiraglio di luce per i milioni di rifugiati  

di Maurizio Sacchi

Il 25 aprile si è svolta a Bogotà una Conferenza Internazionale per risolvere la crisi del Venezuela. I rappresentanti di 19 Paesi e dellUnione Europea si sono incontrati nella capitale della Colombia, il cui Presidente Petro ha promosso l’incontro. Nel discorso inaugurale questi ha invitato la comunità internazionale a revocare le sanzioni contro il Venezuela, ma ha anche fatto pressione affinché Maduro fissi delle elezioni democratiche nel Paese. “La storia dell’America Latina è nelle nostre mani”, ha detto Petro, primo Presidente di sinistra della Colombia, ai diplomatici.  I partecipanti possono “segnare un percorso che porta verso la guerra e la decostruzione della democrazia, o possiamo ricostruire il percorso della pace e della democrazia”.

Argentina, Brasile, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti, oltre a una delegazione dell’Unione europea, fra gli altri, hanno partecipato alla conferenza, che aveva lo scopo di riaccendere i colloqui in stallo tra l’amministrazione di Maduro e l’opposizione politica del Venezuela, ma nessuna delle parti in conflitto era presente alla conferenza di martedì. La principale coalizione di opposizione, la Piattaforma Unitaria Democratica, ha espresso il suo sostegno all’incontro, anche se alcune fazioni hanno messo in dubbio il ruolo di mediatore della Colombia. Le due parti si erano già incontrate in precedenza a Città del Messico per negoziare una soluzione all’impasse politica del Paese, ma i colloqui si sono arenati lo scorso dicembre.

Dopo l’insediamento di Maduro nel gennaio 2019, Juan Guaidó, leader dell’opposizione e allora Presidente dell’Assemblea Nazionale del Venezuela, si era autonominato “Presidente ad interim” al posto di Maduro. Alcuni Paesi, come gli Stati Uniti, avevano scelto di riconoscere il Governo dell’opposizione disconoscendo quello di Maduro e di imporre pesanti sanzioni contro il Venezuela. Ma dopo che nel 2022 l’America Latina ha visto salire ai vertici dello Stato una serie di rappresentanti della sinistra, alcuni Paesi hanno avviato un’azione per riprendere le relazioni con il Governo di Maduro. Tra questi, la Colombia, che ha ripristinato i legami diplomatici sotto Petro, e il Brasile, che ha riallacciato i rapporti con Luiz Inácio Lula da Silva, tornato alla guida del Paese a gennaio.

Guaidó ha intanto perso gran parte del sostegno dell’opposizione e, a dicembre, i membri dell’opposizione hanno votato per sciogliere il suo Governo e rimuoverlo dalla posizione di “Presidente ad interim”. Nel tentativo di riguadagnare lo spazio perduto, il leader dell’opposizione ha attraversato il confine dal Venezuela alla Colombia “a piedi”, una mossa mediatica per tentare di incontrare i diplomatici alla conferenza di martedì. Ma le autorità migratorie hanno scortato Guaidó all’aeroporto El Dorado di Bogotà, poiché aveva attraversato la frontiera in modo “irregolare”, per imbarcarlo su un aereo diretto a Miami. Il leader dell’opposizione venezuelana ha a quel punto denunciato tale trattamento come un’estensione della repressione che avrebbe ricevuto sotto il Governo Maduro.

“La persecuzione della dittatura purtroppo oggi si è estesa alla Colombia”, ha detto Guaidó in un video pubblicato su Twitter. Ma martedì, Petro ha rilasciato un rimprovero alle dichiarazioni dell’ex leader dell’opposizione. “Il signor Guaidó non è stato espulso”, ha risposto ancora su Twitter. “È meglio che le bugie non appaiano in politica. Il signor Guaidó aveva un accordo per recarsi negli Stati Uniti. Glielo abbiamo permesso per motivi umanitari, nonostante l’ingresso illegale nel Paese”.

La crisi energetica globale causata dalla guerra in Ucraina, l’esodo massiccio di milioni di migranti e rifugiati dal Venezuela e lo spostamento politico a sinistra dell’America Latina hanno creato le premesse per questa iniziativa internazionale, che si pone come primo obiettivo la ripresa dei dialoghi fra le due parti a Città del Messico. Ma dopo l’incontro di martedì a Bogotà, i diplomatici dei 19 Paesi e dell’Unione Europea hanno avuto difficoltà a redigere un piano concreto su come riportare Governo e opposizione al tavolo. Ma la Conferenza di Bogotà, alla quale non sono stati invitati a partecipare né il Governo venezuelano, né l’opposizione, ha dimostrato che è improbabile una soluzione rapida alla crisi in corso a Bogotà. “Niente di tutto questo si risolverà rapidamente”, ha detto Ligia Bolivar, analista del gruppo per i diritti umani AlertaVenezuela. “Si tratta di un processo”.

È stata vista con favore la decisione degli Stati Uniti di inviare una delegazione di alto livello, così come il nuovo ruolo del Presidente Petro nell’aiutare a promuovere il dialogo, ma, quando il Governo di Maduro ha dettato le sue condizioni per la ripresa dei colloqui, tra cui il rilascio del diplomatico venezuelano Alex Saab incarcerato negli Stati Uniti con l’accusa di riciclaggio di denaro, è stato chiaro che la soluzione era ancora lontana. 

Un punto cruciale delle trattative riguarda la creazione di un fondo umanitario multimiliardario che era stato concordato nell’ultimo ciclo di discussioni politiche. Entrambe le parti avevano deciso a novembre di sbloccare 3 miliardi di dollari detenuti in banche straniere per creare un fondo amministrato dalle Nazioni Unite che avrebbe fornito aiuti umanitari ai venezuelani impoveriti, e riparato la fatiscente rete energetica del Paese. Tuttavia, non è ancora chiaro quando i fondi saranno disponibili e gli analisti hanno affermato che lo sblocco dei beni potrebbe richiedere del tempo.

Nel frattempo, la dichiarazione del Ministero degli Esteri di Caracas ha omesso qualsiasi riferimento alle prossime elezioni, il che, secondo gli esperti, sembra mostrare la riluttanza del Governo Maduro a negoziare condizioni di voto eque. “I punti di accordo rappresentano più o meno il punto in cui si trovava la comunità internazionale prima della conferenza”, ha dichiarato Carolina Jimenez, presidente del think tank Washington Office on Latin America, in merito all’esito dei colloqui.

Il Governo del Presidente venezuelano Nicolas Maduro, che ha organizzato le elezioni presidenziali del 2018, considerate illegittime da molti Governi, è stato accusato di reprimere le voci dell’opposizione, cosa che potrebbe ripetersi in occasione delle elezioni del 2024. Nel frattempo, in mezzo alla continua spaccatura sulla prospettiva di tornare ai negoziati, l’opposizione si è mossa per unire le forze in vista delle elezioni del prossimo anno, programmando le primarie a ottobre che determineranno il principale sfidante di Maduro. Alcuni contendenti, come Henrique Capriles e Guiado, hanno deciso di partecipare alle primarie nonostante siano stati squalificati dalla partecipazione alle consultazioni. Se venissero eletti, il Consiglio Nazionale Elettorale vieterebbe loro di registrarsi come candidati alla presidenza.

Mentre i termini esatti per le elezioni dell’anno prossimo devono ancora essere determinati dai negoziatori, l’Unione Europea ha suggerito 23 riforme dopo aver osservato le consultazioni regionali del Venezuela del 2021. Queste raccomandazioni, che sono state esposte alla conferenza di Bogotà, includono una maggiore indipendenza del tribunale supremo del Venezuela e l’equilibrio nella copertura delle campagne elettorali da parte dei media statali. Malgrado gli ostacoli, l’incontro di Bogotà rappresenta uno spiraglio di luce e di speranza per i milioni di rifugiati (le stime variano molto, fra i 4 milioni e mezzo e i 6 milioni) che si dibattono fra mille difficoltà per sopravvivere nei Paesi vicini.

In copertina, foto di Random Institute (Unsplash)

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