Carta bianca alla Libia

di Claudia Poscia

Le dichiarazioni che lo hanno preceduto e che lo hanno seguito, hanno dipinto il memorandum Italia -Libia come il provvedimento definitivo, quello che una volta per  tutte porrà fine ai barconi, alle migliaia di persone che, in fuga da una vita disperata, approdano in Italia alla ricerca di una speranza e di un futuro da reinventare. Ebbene, a prendersi la briga di esaminarlo, si scopre che le criticità superano di gran lunga i punti di forza. L’obiettivo dichiarato di questo sodalizio italo-libico è sconfiggere il terrorismo, la tratta degli esseri umani, l’immigrazione “illegale” e il contrabbando di carburante. Andrebbe chiarito – e questo il testo dell’accordo non lo fa – quale considerazione giuridica e politica sia data ai migranti. Perché  se la premessa maggiore è che obiettivo del trattato è sconfiggere l’immigrazione illegale,  e se quella minore postula che la posizione degli scafisti rientri, come è giusto, nelle fattispecie contemplate dal  reato di tratta di esseri umani, allora non resta che concludere che siano i migranti, in quanto tali, a dover essere sconfitti, o almeno  contrastati e indirizzati coattamente verso il rimpatrio. Se il sillogismo, di aristotelica memoria, è corretto la conclusione mette i brividi. Il testo del trattato non smentisce, purtroppo, questa interpretazione. In primo luogo risulta evidente come l’Italia, in questo contesto, operi da motore economico, finanziando le operazioni. Allo scopo, infatti, di “rafforzare la frontiera esterna, per evitare le partenze di migranti irregolari” è stato costituito il Fondo per l’Africa . Questo dovrebbe “rilanciare il dialogo e la cooperazione con i Paesi africani d’importanza prioritaria per le politiche migratorie”. L’Italia vi partecipa con 200 milioni di euro e l’Ue con 500 milioni. Al nostro Paese è altresì riservata la formazione del personale libico e della guardia costiera locale. La stessa  che dovrà poi occuparsi materialmente della gestione dei problemi e, c’è da presumere,  del raggiungimento degli obiettivi. Il coordinamento di tutte le operazioni, in barba a chiunque ritenesse doverosa una gestione condivisa, è interamente delegata al Ministero dell’Interno libico. Quest’ultimo gode di una ampia discrezionalità, il cui fine è evitare che in particolare i campi di accoglienza non finiscano per rappresentare “una minaccia per il tessuto sociale libico”. Lungi dall’essere una novità, il memorandum Italia-Libia appartiene, invece, alla medesima categoria del protocollo operativo di contrasto all’immigrazione clandestina del 2007, del trattato di Bengasi del 2008 e della dichiarazione di Tripoli del 2012. Sarebbe interessante, a questo punto, capire e scoprire perché Governi diversi, da Berlusconi a Gentiloni passando per Monti, abbiano tutti affidato alla Libia il potere e la libertà di gestire la lotta all’immigrazione clandestina; abbiano continuato a classificare i richiedenti asilo e i richiedenti protezione internazionale come immigrati illegali o clandestini; abbiano, infine, volutamente relegato il rispetto dei diritti umani ad un piano secondario. A tal riguardo rileva, senza dubbio, da un lato l’articolo 5 del memorandum il quale recita “le parti si impegnano al rispetto dei diritti umani contenuti nei trattati di cui siano entrambe firmatarie”. Dall’altro l’ampio raggio di manovra, l’autonoma capacità decisionale e ovviamente il conseguente e implicito rimando alla legislazione nazionale libica. Fatto che di certo  non rappresenta un plus in tema di diritti umani, e che al contrario potrebbe agevolare un’interpretazione più restrittiva delle Convenzioni internazionali in materia. Altro punto oscuro è che la Libia -pur avendo ratificato la convenzione sul divieto di genocidio, i patti Onu del 1966, la convenzione sul divieto di discriminazione razziale, la convenzione  sulla tortura e il protocollo Onu per la lotta al traffico di esseri umani – non faccia parte e non abbia mai fatto parte della Convenzione sullo status dei rifugiati.  La mancata adesione sarebbe giustificata da una visione ideologica diversa, al punto che la nozione di rifugiato sarebbe completamente estranea alla cultura araba. Gli studiosi di diritto internazionale assumono che tale  vuoto legislativo potrebbe essere colmato dalla disposizione dell’articolo 14 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, secondo cui “ogni individuo ha diritto di godere in altri Paesi asilo dalle persecuzioni”. Il dubbio resta. Viene soprattutto il sospetto che il governo italiano abbia poca memoria, se davvero ha dimenticato la sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani nel caso Hirsi Jamaa e altri contro Italia, ricorso 27765/09. La sentenza in questione condannava l’Italia per i respingimenti in mare, verso le coste libiche, di alcuni richiedenti asilo somali. Il primo capo d’accusa eccepiva la violazione  dell’articolo 1 della Convenzione sullo status di rifugiati. In virtù di tale disposizione, l’Italia non può rifiutare e quindi respingere persone richiedenti asilo o protezione internazionale. A maggior ragione  non può farlo, esercitando abusivamente la propria giurisdizione in acque internazionali. Con il secondo capo, la Corte contestava all’Italia di aver respinto in Libia i migranti-non accolti. La condizione infatti,  che uno Stato sia parte di convenzioni internazionali contro la tortura e il genocidio non è di per sé  sufficiente,  secondo la Corte, se nella realtà le previsioni in quelle contenute non sono nei fatti rispettate e i diritti umani tutelati. Di contro,  che in Libia, ci siano continue violazioni, è un fatto noto e documentato. Alla luce di questo, sembra che il Governo italiano più che aver perso la memoria abbia tentato di aggirare l’ostacolo, delegando alla Libia il compito di trattenere i migranti in procinto di partire alla volta del Bel Paese. Il contratto tra Italia e Libia è tanto chiaro quanto agghiacciante: tu Libia fai il “ lavoro sporco” che io non posso fare e io ti finanzio, mi dimentico di tutte le atrocità cui andranno incontro questi poveretti e racconto a tutti che chi ha firmato le convenzioni contro la tortura è bello e bravo e non può fare nulla di male. Insomma, a dirla tutta non sembra una grande trovata. Due cose sono lampanti: la volontà elusiva e il totale disinteresse per il rispetto dei diritti umani, almeno quando si parla dei migranti. C’è da chiedersi se almeno si siano assicurati di non incorrere in una nuova condanna. Il dubbio che non lo abbiano fatto viene.

(nella foto il premier Paolo Gentiloni e il primo ministro libico Fayez al-Sarraj)

foto tratta da http://www.swissinfo.ch/ita/accordo-italia-libia-sui-migranti–ue–chiuderemo-rotta/42932586

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