Consiglio di sicurezza: la riforma in salita

L’anniversario dell’inizio del conflitto tra Russia e Ucraina sara’ l’occasione per discutere di un cambiamento necessario ma tutt'altro che facile  

di Gianna Pontecorboli

New York – Come potra’ essere allargato il numero dei paesi che siedono attorno al grande tavolo semicircolare del Palazzo di Vetro per decidere i destini del mondo? Con l’ingresso del Brasile, della Germania, dell’India e del Giappone come membri permanenti o con un aumento di nuovi membri non permanenti che siano più rappresentativi della realta’ del mondo di oggi e possano essere rieletti? E se il diritto di veto non può essere abolito, può essere in qualche modo limitato? Nei prossimi giorni, alti diplomatici e ministri degli esteri provenienti da tutto il mondo arriveranno arriveranno all’Onu per partecipare agli eventi organizzati in occasione del primo anniversario dello scoppio della guerra in Ucraina. All’ombra dei discorsi ufficiali, pero’,ci sara’ sicuramente anche l’occasione per il mondo della diplomazia internazionale per confrontarsi su una annosa questione, quella della riforma del Consiglio di Sicurezza, che proprio l’invasione russa ha riportato all’ordine del giorno. I segnali di un nuovo impulso per cominciare finalmente a risolvere lo spinoso problema che rischia di minare la credibilità dell’organizzazione internazionale sono recentemente diventati molti.

Già da molti anni, e’ evidente che la composizione del Consiglio, decisa al termine della seconda guerra mondiale e che assegna ai cinque membri permanenti, gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, la Gran Bretagna e la Francia, l’enorme potere di bloccare qualsiasi risoluzione non gradita, non riflette in modo equo l’attuale scenario socio-politico internazionale. A essere penalizzati, sono importanti aree geografiche come l’Asia e l’Africa, i paesi emergenti come il Brasile e l’India e una miriade di piccoli paesi che attorno al tavolo semicircolare non hanno mai avuto l’occasione di sedersi. Una piccola riforma attuata nel 1965 e che ha portato il numero dei membri non permanenti , eletti per due anni, da sei a dieci, non ha certo modificato gli equilibri. Negli anni ’90, l’allora ambasciatore italiano Francesco Paolo Fulci aveva fatto della proposta di allargare il Consiglio con l’ingresso di nuovi membri, non permanenti ma rieleggibili e con un mandato piu’ lungo, un suo popolare cavallo di battaglia e aveva creato un gruppo di lavoro, l’Open Ended Working Group.

Da allora, però, e fino all’invasione dell’Ucraina, poco si e’ mosso. Quando la Russia ha messo il veto a tutti i tentativi di porre fine al conflitto e a tutte le risoluzioni che l’avrebbero condannata, invece, il problema e’ tornato all’ordine del giorno. Negli ultimi mesi il gruppo ideato da Fulci e che ha ora lasciato il posto al gruppo di lavoro Uniting for Consensus, creato dall’Assemblea generale, coordinato sempre dall’Italia e di cui fanno parte l’Argentina, il Canada, la Colombia, il Costarica , l’Italia, Malta, il Messico, il Pakistan , la Repubblica di Corea, San Marino, la Spagna e la Turchia. si e’ rimesso a lavorare seriamente. La sua proposta, non ancora definitiva, punta al rafforzamento della rappresentanza regionale con l’ingresso di 11 nuovi membri, di cui nove a lungo termine e due biennali con la possibilita’ di rielezione. ”La proposta del gruppo Uniting for Consensus rafforzerebbe la rappresentanza regionale e una distribuzione geografica piu’ equa”, ha spiegato in diverse interviste con la stampa internazionale l’ambasciatore italiano Maurizio Massari,” L’Africa guadagnerebbe sei seggi, l’Asia del Pacifico cinque, l’America Latina e i Caraibi quattro, l’Europa Occidentalee quella Orientale rispettivamente tre e due. Un seggio a rotazione dovrebbere essere riservato alle piccole isole e ai paesi piu’ piccoli”. Nel progetto del gruppo, non dovrebbero essere aggiunti seggi permanenti con diritto di veto.”Settantasette anni di storia dell’Onu dimostrano che i membri permanenti rispondono solo a se stessi”, ha affermato Massari.

Contemporaneamente, anche il Negoziato Intergovernativo, creato a settembre del 2015 dall’Assemblea Generale proprio per stimolare il dialogo sulla questione tra tutti i Paesi membri , ha avuto a fine gennaio una delle sue riunioni piuùdense e tese. Ad opporsi con decisione alla visione del gruppo coordinato dall’Italia, infatti, sono in molti. Da un lato, vi sono i 4 paesi riuniti nel G4, il Brasile, l’India, la Germania e il Giappone, che aspirano a un seggio permanente senza potere di veto e sarebbero disposti a offrirne uno anche al rappresentante di un paese africano. Soprattutto l’India, che rappresenta oggi una potenza politica e economica, ha lasciato capire di non essere disposta a compromessi. E l’Africa, con le sue 54 nazioni, non ha fatto mistero di aspirare giustamente ad avere almeno un posto e forse due tra ”grandi della terra”. Dall’altro lato, ci sono alcuni paesi, come ad esempio la Francia, che hanno elaborato delle proposte destinate a limitare il diritto di veto, escludendolo nei casi di genocidio, crimini contro l’umanita’ e crimini di guerra. Altri membri, sia pure finora un po’ in sordina, sono favorevoli alla creazione di un seggio per l’Unione Europea o altre organizzazioni regionali come l’Unione Africana. Sul tavolo, infine, ci sono le visioni dei cinque paesi attualmente membri permanenti, sicuramente non disposti a rinunciare a un diritto acquisito e che non potrebbe essere cancellato in Consiglio di Sicurezza senza il loro voto favorevole. Gli Stati Uniti, con le parole pronunciate dallo stesso Joe Biden , hanno fatto sapere di essere favorevoli a un allargamento del numero dei membri, sia permanenti che non permanenti per garantire una piu’ giusta distribuzione geografica e economica, ma sono stati avari nei dettagli. Gli altri, a cominciare dalla Russia e dalla Cina, sono per ora rimasti in disparte, ma potrebbero non rimanere silenziosi a lungo se la discussione diventerà più accesa.

 

 

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